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LUIGI LA ROSA racconta L’UOMO SENZA INVERNO

marzo 2, 2020

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LUIGI LA ROSA racconta il suo romanzo L’UOMO SENZA INVERNO (Piemme)

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di Luigi La Rosa

La genesi de L’uomo senza inverno (Piemme) è in qualche modo legata a una storia d’amore e probabilmente a un’ossessione. È così che gli scrittori sentono le storie: come idee divoranti, che prendono forma, che guadagnano corpo e consistenza, che impongono di sprofondare, dolcemente, nell’abisso che li circonda.
In questo caso, ricordo ancora quello che gli occhi, nel lontano inverno di sette anni fa, stentavano a mettere a fuoco dalle vetrate del bistrot vicino casa, nella pioggerella del pomeriggio parigino. L’enorme boulevard, la schiera dei platani dai tronchi scuri e massicci, l’ombra che cadeva, lieve come un velo, sul marciapiede bagnato. E i passanti, numerosi, nervosi, affaccendati: tutti un po’ anonimi e di corsa, come nelle meravigliose tele di Gustave Caillebotte, perché in quel gomito di tempo lontano e particolarmente intenso della mia vita era già a lui che pensavo, al genio dimenticato, al pittore perlopiù sconosciuto, un uomo misteriosissimo sulla cui vicenda s’era depositata una spessa coltre di silenzio.
Quel pomeriggio indimenticabile, chissà perché, mi riportava alla sua storia e alla sua sfuggente personalità: artista di genio, mecenate di impressionisti, intellettuale raffinato dell’epoca, sensibile collezionista, yatch-man, sportivo, campione di regate, disegnatore di imbarcazioni. Alla carriera e all’esperienza di Caillebotte, malgrado la troppo breve vita, non era mancato proprio nulla.
Il mio primo incontro con Gustave era anch’esso legato a un aneddoto e a un altro giorno non meno particolare: alcune ore di vuoto e una un po’ assonnata visita al museo d’Orsay, in attesa che mi raggiungesse un amico, il cui volo annunciava un tremendo ritardo. Sale grandissime nel suggestivo fondale dell’ex stazione che un tempo aveva accolto gli emigranti provenienti dall’Italia. La stessa alla quale doveva essere approdato, un ventennio dopo la morte di Caillebotte, povero e devastato dall’ambizione, il nostro Amedeo Modigliani. Di quel tempo rimanevano spettri e ricordi indelebili, che saturavano l’aria con il loro ronzio evanescente. Mi pareva di vederli. Formavano una nebbia, un alone brumoso che scendeva sulle cose, sfiorando gli eloquenti dipinti alle pareti. Fu allora che la traiettoria dei passi – e del mio destino – incrociò i passi – e forse il destino – di Gustave Caillebotte, morto il 21 febbraio del 1894.
Le storie si sfiorano, tracciano arabeschi incredibili, ed è esattamente quello che mi capitò di pensare mentre gli occhi si fissavano alla tela e sui corpi dei piallatori seminudi, giovani sebbene non particolarmente muscolosi, in risalto su un pavimento saturo di segatura. La luce alle loro spalle giungeva come un prodigio: era una marea, che montava caravaggescamente, disseminando onde impalpabili. Ricordai solo allora di avere già osservato quel dipinto, nella riproduzione appesa in fondo al bistrot sotto casa. E sentii che qualcosa stava per chiudersi – qualcosa come cerchio, un imperativo, che esigeva una sorta di abbandono.
Lo accettai, non sapendo che quella prima chiamata sarebbe divenuta, nei mesi e negli anni, la più cocente delle ossessioni.
Avrei raccontato quella storia, avrei finito per restituire presenza di spirito e visibilità al nome di Gustave Caillebotte. Ce l’avrei fatta, qualunque fosse stato il prezzo da pagare. E cominciai.
La genesi di un romanzo è qualcosa che ti cambia la vita. Letteralmente. Qualcosa che toglie il sonno, che impone lunghi digiuni, che detta logoranti passeggiate. Si scrive sempre, da mattina a sera, nella propria testa e fuori, mentre gli appunti crescono nei taccuini, ed è quello che si verificò, scandito dalle visite all’imponente hôtel particulier di rue Miromesnil, dai viaggi in treno alla volta di Yerres, la dimora di campagna dei Caillebotte, dagli inseguimenti delle opere tramite mostre ed esposizioni.
Poi c’erano i ritorni in Italia, per i laboratori di scrittura creativa, gli spostamenti da una città all’altra, le rovinose partenze.
Ma i taccuini pesavano nella valigia, sempre più numerosi, sempre più gravidi di annotazioni. Infine, le soste davanti alla tomba, tra le colline del Père-Lachaise, il celebre cimitero in cui i Caillebotte hanno continuato a seppellire i membri della loro famiglia.
Quel che posso dire è che i romanzi si scrivono attraverso noi. Sono energia che fluisce, luce che passa dal corpo, che ci abita fino a depositarsi sulla carta in forme di bellezza.
Oggi che Gustave Caillebotte può finalmente incontrare i lettori tra le pagine de L’uomo senza inverno, ripercorrere i momenti della creazione è come scavare a piene mani nella terra nuda, alla ricerca di pepite impossibili. Quel che brilla sta sotto, ma anche intorno, e sopra. Ci raggiunge dal fluire di un tempo che si fa confuso, ricco, crepitante. E ha parole nuove per ogni singolo lettore. È questo, a mio parere, il miracolo più grande. Attingervi rimane l’avventura più entusiasmante.

(Riproduzione riservata)

© Luigi La Rosa

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La scheda del libro: “L’uomo senza inverno. Storia di un genio dimenticato dell’Impressionismo” di Luigi La Rosa (Piemme)

Parigi, 1863. Gustave Caillebotte è ancora un ragazzo quando, nel salotto della ricca casa di famiglia, sente parlare, con toni di ferma condanna, dell’esposizione dei pittori Refusés e in particolar modo dell’opera di un certo Édouard Manet. La visione di quel quadro, Le déjeuner sur l ‘ herbe, al quale si avvicina di nascosto e mosso da un’oscura fame, segna il nascere della passione contrastata che brucerà dentro fino a divorargli l’anima, pervadendo i giorni della sua breve esistenza. Gustave disubbidisce alle direttive paterne, animato dal desiderio di imparare a dipingere e far suoi quei tratti così inusuali, così nuovi, esperimenti di colore che sono autentici oltraggi alla tradizione e che indicano l’origine di una rivolta: il movimento che qualcuno definirà “Impressionismo”. Una simile passione, agli occhi del padre Martial, uomo severo ma non privo di curiosità, non può che essere un passatempo. Per la madre Céleste, creatura travagliata e complessa, qualcosa di inadatto a un uomo. Il conflitto tra la sensibilità intima del pittore e il ruolo che la società borghese dell’epoca impone attraverserà come un frastagliato filo rosso l’intera vita del giovane Caillebotte, nutrendo la sua arte e l’amore per i corpi maschili, oggetto di molte delle sue tele più belle. Questo dissidio tra i propri desideri segreti e le costrizioni esterne si insinua in ogni pennellata, rendendo i suoi lavori intensi e modernissimi. Ma la parabola di Gustave Caillebotte racchiude molto di più: oltre a progettare velieri fu uno dei più importanti collezionisti del suo tempo, il mecenate generoso di artisti immensi come Monet, Renoir, Degas, Morisot e parecchi altri, che devono a lui più di quanto la cultura ufficiale abbia tramandato. Ed è qui, nelle bellissime pagine di Luigi La Rosa, che vediamo scorrere la sua storia, un’epica sofferta e toccante che è già un romanzo.

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Luigi La Rosa, nato a Messina nel 1974, si divide tra l’Italia e Parigi. Collaboratore di quotidiani e riviste, docente di scrittura creativa, per Rizzoli-Bur ha curato i volumi Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore.
Un suo racconto è nell’antologia Quello che c’è tra di noi – storie d’amore omosessuale, Manni Editori. È autore di Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale e Quel nome è amore, usciti entrambi per ad est dell’equatore. Per Touring Club ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

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