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LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (quarta e ultima parte)

marzo 2, 2020

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la quarta e ultima puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Una ricognizione sia pure sommaria non può certo ignorare il multiforme arcipelago dell’associazionismo culturale: quasi tutte iniziative tanto generose quanto effimere, quasi tutte avventure alle quali partecipai da promotore o da affiliato, quasi tutte dissoltesi nell’inerte atmosfera da Anni perduti brancatiani, con quegli innocui visionari – ieri come nell’altrieri di Brancati – assorti a sognare favolose “torri” che facessero emergere la città dalla sua prostrata piattezza. Sarebbe lungo enumerare sigle associative e profili umani eterogenei: istituzioni storiche come la “Dante Alighieri”, che negli anni di cui tratto si avvalse della direzione di docenti della Facoltà di Lettere quali Carmelina Naselli, Carmelo Musumarra, Paolo Mario Sipala, oppure il Lyceum di Amalia Pantano ed Elettra Battaglini che per almeno un cinquantennio, dagli anni ’20 ai ’70, pur in una cornice da bon ton mondano ospitò figure come Borgese e Ungaretti, Bontempelli e Benedetti Michelangeli; altre più engagées come la Casa della cultura degli anni ‘60, di matrice socialista, o il CUC di cui ho detto prima, o più in là il CIAC fondato dal critico teatrale Domenico Danzuso nella casa-museo dedicata allo scultore Carmelo Mendola, l’autore della bella e oggi negletta fontana dei Malavoglia in piazza Verga. E ancora il Centro Voltaire, e tante altre realtà vivaci e propositive.
Ma come dimenticare gli irrequieti accoliti etnei dell’Antigruppo 73, nato in polemica con le arroganti “neoavanguardie” del Gruppo 63 battezzato a Palermo? Erano letterati in odor di sovversione, come il poeta linguaglossese Santo Calì e l’erudito tipografo anarchico Vincenzo Di Maria, che riscopriva e pubblicava Domenico Tempio sposandone i furori, in parallelo alla più cauta riscoperta accademica del poeta giacobino, che dobbiamo invece a Carmelo Musumarra, attento indagatore della temperie culturale catanese fra Sette e Ottocento. Di quelle figure felicemente “irregolari”, perciò trascurate tanto dall’accademia quanto dai media, non è facile scorgere le labili orme: e per esempio di un oscuro poeta coltissimo e maudit, infermo e mendìco, come Turi Salemi, non a caso frequentato e assistito da pochissimi fino alla morte solitaria in una desolata corsia d’ospedale.
Tra questi solleciti amici, e non solo per la sua generosità, va ricordata l’indimenticabile, purissima figura dello storico Nino Recupero, infine in fuga da una città, e da un ateneo, altrettanto ingrati: ma non senza essersi congedato con un prezioso, e ovviamente ignorato, volumetto edito da Mesogea sulla sua Catania, percorrendone strade e memorie tra amore e rabbia. Figure infine appartate, nella loro lungimirante e riottosa intelligenza: come quella del clinico Massimo Gaglio, autore di libri coraggiosi e anticipatori come Medicina e potere.
A questo provvisorio censimento vanno iscritti inoltre operosi centri di ricerca come l’ISVI, fondato dal sociologo Franco Leonardi, o salotti letterari come quello della libraia Fortunata De Martinis, che accolse gli “ultimi venerdì del mese” officiati da Giacomo Leone e Manlio Sgalambro e frequentati pure dallo scrittore Sebastiano Addamo. Ma proprio la vicenda d’un intellettuale acuto e severo come Addamo, che esordì nella scuderia di Vittorini e fu sodale di Sciascia, e che già qui si è ricordato come autore dell’aspro Giudizio della sera, appare emblematica d’un clima che andava mutando: dalla sua Lentini, dov’era stato preside e amministratore, Addamo si trasferiva infatti a Catania in cerca di aggregazioni ed eventi culturali che frattanto invece si affievolivano, e finì perciò per isolarsi in una desolata solitudine, al contrario del concittadino e vecchio amico Sgalambro che, pur altrettanto e anzi vieppiù scontroso, proprio in quegli anni esplodeva con La morte del sole pubblicata da Adelphi e, successivamente, con il sodalizio con Franco Battiato.
Né si può tacere del ruolo – di aggregazione e di confronto – svolto da certe librerie, dalla mitica “Cultura” di Carmelo Volpe alla “Nuova Cultura” di Ciccio Distefano. O delle iniziative editoriali, da quelle di Giuseppe Maimone e di Pippo e poi Mauro Bonanno alla “Prova d’autore” di Mario Grasso; e in particolare quella gestita dal 1985 a tutt’oggi da Angelo Scandurra. Poeta in proprio e di valore, Scandurra fa poesia anche da editore: lo testimoniano i preziosi libri, veri miracoli di artigianato cartaceo, pubblicati con passione e raffinatezza, e direi con elegante sprezzatura, dalle sue edizioni del Girasole a Valverde, ridente borgo sulle pendici dell’Etna di cui fu (ma sempre da poeta, alla Scotellaro) anche sindaco. Basti dire che quel catalogo annovera nomi come Antonioni e Muscetta, Roversi e Dario Fo, Ezra Pound e Rigoni Stern, Bufalino e Bonaviri, Addamo e Fava, Bruno Caruso e Tonino Guerra, Goliarda Sapienza, Consolo, Sgalambro.
Ma prima di chiudere i battenti su questa affollata galleria, resta piuttosto da dire dell’ultimo scorcio del secolo, e in particolare di due eventi che segnarono in quegli anni anche la cultura: nel ’92 il terremoto di Mani Pulite, che mise in mora almeno temporaneamente i partiti politici, falcidiati o intimoriti, e arginò la loro ormai debordante invadenza; nel ’93 l’elezione diretta dei sindaci, che regalò all’Italia una schiera di validi primi cittadini e soprattutto di giunte scelte tra le competenze reali nella società civile, e non più lottizzate da quei partiti né rappresentative di comitati d’affari, combines consociative o “poteri forti” d’ogni risma, anch’essi per qualche tempo messi ai margini.
Fu la “primavera di Catania”, della quale fui orgogliosamente coprotagonista, da assessore alla cultura. Fu il centro storico finalmente sottratto al coprifuoco e alla criminalità e ripopolato da una gioventù gioiosa e avida di bellezza. Fu la riapertura, dopo decenni di segregazione e forse di ruberie, del Castello Ursino con i suoi tesori archeologici e artistici. Fu l’inaugurazione del Museo Emilio Greco, vivo e presente e commosso l’anziano artista che fino a quel momento s’era viste respinte le sue offerte alla città natale. Furono le “estati catanesi” di respiro europeo organizzate e dirette da Franco Battiato, con la collaborazione del filosofo Sgalambro da poco assurto alla ribalta nazionale. Fu la Casa dei Popoli nel riscoperto palazzo Platamone, oggi colpevolmente soppressa e allora dedita all’assistenza ma pure allo scambio culturale delle varie etnie di immigrati. Furono mille altre iniziative, fu un momento di entusiasmante risveglio che chiamò a raccolta, fin dagli affollati Stati generali della cultura dell’ottobre ‘93, le forze vive dell’intellettualità cittadina; ma fu soprattutto la scoperta e la mobilitazione d’un vasto e brulicante sottosuolo, fino ad allora compresso e ignorato, di sperimentazioni artistiche giovanili, di gruppi teatrali, musicali, di un’effervescenza diffusa e creativa che finalmente veniva alla luce, riempiva le piazze e le corti, i pub e gli edifici storici, e da quelle notti incantate tra i fondali della Catania settecentesca balzava magari, come Carmen Consoli, sulla scena nazionale. Valgano, questi pochi cenni alla “cantantessa” o a Battiato, almeno come una sineddoche, ché molto più dovrebbe dirsi della sperimentazione musicale catanese, dal rock all’etno, dai Denovo agli Uzeta e ai Lautari, a tutto un fiorire di band e di voci, su cui svettano il genio e la ricerca spirituale dell’artista di Riposto poi eremita a Milo, e ora forse desolatamente infermo. Un capitolo, questo, tra i più ricchi e vitali di questa storia da fare delle arti e delle idee germogliate ai piedi del vulcano.
Si scrisse allora, forse esagerando, di Catania come della Seattle italiana; ma quel che conta è che si mutò il concetto stesso di “cultura”, non più sterile appannaggio individuale di vati o di eruditi ma officina gremita d’idee e di stili, d’immagini e suoni, e coinvolgente progetto di creatività e di vivibilità.
Con questi lieti auspici si chiudeva il secolo trascorso. Sul nuovo si distenderà piuttosto la scura coltre del degrado e dello sperpero, e come in tutto il paese del riflusso individualistico e dell’astio epidemico, delle università-aziende, della cultura asservita al mercato, della rissa televisiva e telematica; e in quest’ultima stagione dalla tenebra riappariranno financo antichi e macabri spettri, che sembravano esorcizzati da un millantato progresso, da una coscienza finalmente affrancata da nostalgie autoritarie e ostilità fratricide. E se cultura è anche e soprattutto creatività diffusa e servizio, se questa offerta sono i ragazzi del volontariato e dei centri sociali a fornirla ai quartieri disagiati, non si possono non registrare con molta preoccupazione recenti operazioni di polizia che hanno posto fine a operose attività solidali, ad opera di collettivi giovanili, in quelle dissestate periferie.
Una coltre scura, dunque: come quella che, al calar del sole, ogni giorno torna ad avvolgere i nostri sogni e le nostre attese. Ma noi, come il destinatario del kafkiano messaggio dell’imperatore, stiamo alla finestra e continuiamo a sognare, quando giunge la sera, che quel messaggio, quella luce, quella promessa di riscatto e di vita nuova prima o poi ci raggiungano.

(Tutte le puntata di “Lux in tenebris” sono disponibili cliccando qui)

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