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IL PARADISO DELLE DONNE di Ali Bécheur (un estratto)

marzo 7, 2020

“Il paradiso delle donne” di Ali Bécheur (Brioschi – traduzione di Yasmina Melaouah): un estratto del romanzo

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Il 5 marzo è uscito in libreria per i tipi di Brioschi Il paradiso delle donne, tradotto da Yasmina Melaouah, il secondo romanzo del pluripremiato Ali Bécheur: scrittore tunisino vincitore del Prix Comar D’Or, che con Francesco Brioschi Editore ha già pubblicato “I domani di ieri” nel 2018.

“Il paradiso delle donne” è una delicata riflessione sul ruolo della scrittura e della parola letteraria.

Ali Bécheur, rivolgendosi all’amante Luz,  dà l’avvio a un grande racconto introspettivo. A fare da fil rouge della narrazione è la figura femminile, che accompagna Ali nella scoperta della sensualità e nella ricerca di una risposta alla domanda “Che cos’è il piacere?”

Di seguito, pubblichiamo un estratto del romanzo…

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Estratto da “Il paradiso delle donne” di Ali Bécheur (Brioschi – traduzione di Yasmina Melaouah)

Avevo perso la fiducia. Alla fine mi ero stancato, avevo smesso di crederci. Per due o tre anni, se non di più, mi ci ero dedicato anima e corpo. Avevo sottratto tempo alla vita, avevo sacrificato le letture, la musica, il cinema. Anche l’amore, a volte, ti assicuro. Mi chiudevo per ore e ore con una risma di fogli, senza scrivere una riga, non mi veniva niente. E poi di colpo ecco che qualcosa veniva. Oppure cancellavo con un tratto di penna rabbioso quel che avevo partorito con dolore. Fumavo tantissimo, sigarette e poi la pipa, i cigarillos, da farmi scoppiare i bronchi. Da farmi saltare una o due arterie.
E finalmente il libro esce. Ciò che mi aveva mantenuto in vita era lì, nella vetrina di una libreria, rigido, impettito nella sua veste nuova, immobile sotto la copertina patinata, con l’aria impacciata come se non sapesse bene che ci sta a fare lì. Una pietra tombale. Non potevo più niente per lui, e lui non poteva più niente per me.
Erano mesi che aspettavo quel momento, e adesso? Né esultanza né tantomeno senso di liberazione. Per lunghe notti interminabili ero andato a letto con lui, mi ero prodigato per strappargli qualche gemito, qualche rantolo di piacere, uno o due frammenti di verità su di me, sul mondo, e adesso lui si era staccato, era venuto fuori dalle mie viscere e se n’era andato a vivere per conto suo, fra le cose, stretto fra due consimili su uno scaffale, lungo disteso su un espositore, impudico, chiunque poteva toccarlo, frugargli tra le pagine, aprirlo…

E poi? E poi il libro bisogna promuoverlo. Pèttinati quei pochi capelli che ti restano, mettiti una camicia pulita, controlla la piega dei pantaloni, lucidati le scarpe e
lavati i denti. Datti un po’ un tono.
L’editore ha deciso di mettere una fascetta, Novità…, ha incollato su qualche vetrina dei manifesti con la foto a colori della copertina e alcune righe di una recensione a mo’ di didascalia, l’autore incontrerà i lettori e firmerà il suo libro il tal giorno, alla tal ora, nella tale libreria.
Con le dediche mi metto d’impegno. Per Jamil, con simpatia (benché non l’abbia mai visto né conosciuto, il giovanotto che mi tendeva il libro, chino sul tavolo dove recitavo la parte dell’autore alle prese con il firmacopie). Per Isabelle, sa, è un regalo per mia figlia, vive con il marito a Digione… ma è nata qui, è rimasta molto legata a questo paese, mormora una signora, cinquantenne ben curata, chignon impeccabile e occhi scrutatori, benevoli.
Alzo la testa, buongiorno, per chi?

***

Insomma, avevo perso il sacro fuoco. Quelli che mi erano vicini – parenti, amici – credevano, o volevano credere, o fingevano di credere, che mi dedicassi a qualche piacevole passatempo. Mi piombano in casa senza preavviso e la prima cosa che dicono è, dov’è?…, cosa fa con una bella giornata così? Oh, è di nuovo chiuso nel suo studio. Sa, è un tipo solitario, e un orso, risponde invariabilmente Besma.
La scrittura come uno svago, questo pensano, un po’ come la pesca con la lenza o il golf. E pieni di sollecitudine, per giunta, e dire che gli farebbe così bene alla salute un po’ di esercizio all’aria aperta, ma alla fin fine tolleranti. Perché no, in fondo ciascuno ha il diritto di avere il suo hobby, guarda per esempio Monia, quei suoi centrini sono una meraviglia… Sempre meglio che correr dietro alle sottane, approva Besma, con un sorriso forzato…
Non dovevano aversene a male, insomma, se non mi univo a loro e li lasciavo soli sulla terrazza a scolarsi le loro bibite gassate e a sparlare degli assenti, avevo il mio pallino, quello della letteratura, e alla fin fine de gustibus non est disputandum… Dal canto loro, con quel tempo stupendo preferivano farsi una bella mangiata in un ristorante sul mare, che ne dite di un bel complet poisson con una tastira speziata al punto giusto? Oppure fantasticavano di viaggi in Thailandia, con tanto di massaggi, mormoravano fra loro gli uomini con aria un po’ lasciva. O magari gli States, perché no? Mentre io scribacchiavo nel mio angolino. E alla fine c’era sempre uno che voleva sapere, Ma si guadagna, almeno?…

***

Anch’io alla fine qualche domanda me la facevo, a cosa serviva tutto questo mio gran daffare? Chi mi credevo di essere, a pensare che quel che dovevo dire non era già stato detto, e meglio, infinitamente meglio. Che alla gente potesse interessare, che qualcuno (qualcuna) avrebbe accettato di rinunciare alle sue abitudini, aperitivo con gli amici, scommesse ippiche, visite ai parenti, o di spegnere la tivù, per concedermi qualche ora del suo tempo… E poi, soprattutto, a cosa poteva servire qui? Qui dove la gente comprava il giornale solo nella speranza di scovare qualche buon affare. Qui dove i “piccoli annunci” divorano da dentro i quotidiani come un cancro che prolifera da una pagina all’altra, risparmiando solo la prima, dove campeggiano qualche titolone preso dalle agenzie stampa e due o tre foto a colori, e l’ultima, dedicata alle pin-up in reggiseno e mutandine e ai pettegolezzi sulle star. Annunci immobiliari, vendite, affitti, acquisti. Da privato a privato, appart. signorile, vista panoramica, bagno, cucina completa di elettrodomestici, prezzo trattabile… Compravendita auto, BMW, full optional, autoradio cass., carrozz. Metallizz… Dove cenare stasera? Ristoranti gastronomici in ambiente di fascino… L’angolo degli affari, vendo forno microonde ancora imballato, marca… Vendo impianto hi-fi, marca giapponese, 100 W x 2, usato pochissimo…

Scrivere è come disperdere fogli nel deserto, il turbine di sabbia se li porta via e non ne sai più niente. Spesso qualcuno – per strada, al caffè, nelle istituzioni che talora mi invitavano – mi rinfacciava con livore, apertamente o a mezze parole, di scrivere nella lingua dell’ex colonizzatore. Scrivere, passi ancora, ma in arabo di grazia. Nella mia lingua madre, sottintendendo (ma io intendevo eccome!) che il mio era niente meno che un tradimento culturale. E io un rinnegato, né più né meno. Un assimilato, sussurravano gli intellettuali che non intendevano perdersi neppure un episodio dell’infinita telenovela della Cultura, e che, dal canto loro, avevano ben chiara la distinzione fra Cultura e assimilazione. Io, era in quest’ultima divisione che giocavo, meritandomi tutto il loro sovrano disprezzo. Tanto valeva chiedere a un pianista di suonare la sua partitura con il violino.

La fiducia l’avevo persa per strada, pellegrino finalmente giunto, esausto, al santuario, che si accorge di non credere più. Proprio allora sei entrata nella mia vita. Quel che ti interessava era lo scarto tra il reale e il personaggio fittizio, la transizione dall’uno all’altro, quell’interstizio in cui si insinua la letteratura che agisce in profondità, dentro l’abisso del sé, dove si compie la messa in parola degli esseri umani, la retorica del mondo.
Gli scrittori sono dei macellai, Luz. Squartano i corpi, fanno a pezzi la carne. A una donna prendono gli occhi, a un’altra la voce, a una terza le mani – le dita affusolate, il palmo morbido –, la figura a un’altra ancora, intravista da lontano, dal tavolino di un caffè – si infila tra la folla, forse correndo a un incontro d’amore –, oppure a quella notata un giorno su un vagone strapieno della metropolitana, o intenta a spingere un carrello in un aeroporto. Mescolano le angosce degli uni e degli altri, le loro paure – di vivere, di amare, di morire – i loro sogni, le loro ferite, le loro pene, le loro rabbie, le loro avversioni, insaporiscono il tutto con un pizzico di riso e qualche lacrima. Incorporano le loro personali ossessioni, i loro fallimenti, i desideri insoddisfatti sepolti talora cosi in profondità da non riuscire ad affiorare alla coscienza, larve brulicanti sotto il pelo di un’acqua stagnante. Quindi condiscono l’intruglio con un goccio di rivolta, una manciata di emozioni defunte, e allungano il tutto con un po’ di sudore e di ormoni. Dopodiché non resta che mescolare per far prendere consistenza. A volte prende, a volte no.
E da me cosa prenderai? chiede lei.
Non lo so. È tutto un’incognita. E sarà il tempo a decidere, sai. La memoria inghiotte il tempo, alcune cose poi tornano a galla, mentre altre no, mai.
La fiducia che avevo perso tu me l’hai restituita, ora posso confessartelo. Ora so a cosa può servire scrivere – o credo di saperlo –, serve a dirti chi sono, per quel tanto che so io. Per provare a scoprirlo.
Così non potrai dire che ti ho imbrogliata, che ti ho mostrato solo il mio lato migliore, che ti ho gettato fumo negli occhi. No, qui, in questa pila di fogli, c’e tutto – tutto, che pretesa! –, quasi tutto. Certo, rimangono alcune zone d’ombra, angoli oscuri, ma non è colpa mia, semplicemente non sono riuscito a entrarci perché lì è troppo buio. Quel che posso assicurarti è che ho tentato in tutta onestà di tradurre in parole ciò che è emerso dal profondo di me stesso, vecchi rottami, brandelli logori di vita, illusioni arrugginite, frustrazioni, difetti. Quanti, i difetti! Tutto quello che sono riuscito a pescare negli abissi in cui temo di calarmi. Nelle reti che ho gettato, ho tirato su il bambino che ti scorrazzerà per la sua città natale, nuotava fra due acque, lo credevo morto da un pezzo, e invece era solo in apnea. Non è cambiato, è sempre sperso, sempre stupìto, di uno stupore infinito.

(Riproduzione riservata)

© “Il paradiso delle donne” di Ali Bécheur (Brioschi – traduzione di Yasmina Melaouah)

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Il paradiso delle donne

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La scheda del libro: “Il paradiso delle donne” di Ali Bécheur (Brioschi – traduzione di Yasmina Melaouah)

Ali si è innamorato di Luz in un giorno d’estate, a una festa in giardino. La stessa Luz a cui decide di raccontare la propria vita, perché lei lo possa capire e per tentare di capirsi lui stesso. È con una punta di timore che Ali ha sempre osservato l’universo femminile, fin da bambino, ma anche con una immensa fascinazione. La madre è stata la prima a consegnargli le chiavi di accesso a questo mondo misterioso e inevitabile. Poi verranno una cameriera, una cugina, la figlia dei vicini… E crescendo la graduale scoperta di sé va di pari passo con la scoperta della propria sessualità e sensualità, trasformandosi in un’implacabile ricerca del piacere. Sullo sfondo, una Tunisia multietnica e multireligiosa infiammata dalla lotta per l’indipendenza. Poi Parigi e la cultura francese, quella dei grandi poeti, degli scrittori esistenzialisti e degli chansonnier. E infine la letteratura, unica possibilità, forse, di conoscere davvero sé stessi e combattere il crudele scorrere del tempo.

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Ali Bécheur, pluripremiato autore di romanzi, saggi e racconti, nasce a Sousse nel 1936. È uno dei più grandi scrittori tunisini viventi di lingua francese. I domani di ieri e Il paradiso delle donne gli hanno valso il Comar D’Or.

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