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LONTANO DAGLI OCCHI di Paolo Di Paolo (recensione)

marzo 9, 2020

“Lontano dagli occhi” di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

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di Eliana Camaioni

Se gli anni ‘60 ce li immaginiamo in bianco e nero, gli anni ‘80 hanno la patina arancione delle foto che cominciano a sbiadire. Una patina rassicurante, che racconta un mondo ancora a misura d’uomo, lento in modo fisiologico, che non poteva immaginare la frenesia ipercomunicativa che di lì a un decennio lo avrebbe trasformato in quel tapis roulant su cui oggi siamo tutti costretti a correre. Mi torna in mente una cosa che Paolo Di Paolo disse qualche anno fa: “Quand’è che siamo diventati stronzi?”. Forse la scelta di ambientare negli Eighties (un passato non troppo lontano, ma già sufficientemente distante perché se ne possa avere un occhio distaccato e nostalgico) il suo “Lontano dagli occhi” (Feltrinelli, 2019) è stata determinata dalla ricerca di quel momento fatale, in cui il mondo ha smesso di essere com’era, ed è diventato virtuale. E noi siamo diventati stronzi.
“Lontano dagli occhi” è una polifonia di punti di vista. Quelli delle madri, innanzitutto, ma anche quello dei padri, che fanno loro da controcanto. E quello dei genitori di queste madri e di questi padri: è l’alternarsi di questa alternanza di punti di vista, che pirandellianamente consegna al lettore una realtà quanto più vicina al vero.
Proprio perché ispirato al vero, il linguaggio è spesso forte: gli organi ‘tabù’ nominati senza giri di parole, gli atti sessuali immortalati al netto di sovrastrutture romantiche e sentimentali, ridotti ad azioni corporali come quelle fisiologiche, anch’esse ritratte senza veli. Un verismo che chiama le cose col loro nome, insomma: perché è così che la vita vera accade, quando la si vive. Come nelle foto, la patina rassicurante arriva dopo, forse, col loro sbiadire.
Se c’è un tratto che accomuna tutti i personaggi di questo libro, è l’essere impreparati: genitori di figli ormai adulti che continuano a trattarli da bambini, figli ancora troppo giovani per essere genitori. “Non so bene che devo fare. Nessuno ti dà il libretto di istruzioni”: proverbialmente, si dice che un genitore, qualsiasi cosa faccia, sbagli…
Tutto questo viene accentuato dalla scelta della persona del narratore: la terza, spietata nel ritmo e nella scelta delle parole, che osserva da dentro/da fuori i genitori, e poi la prima, che diventa lirica – cambia il lessico, si addolcisce, rende già da sola la dolcezza intima e la freschezza della vita potenziale di chi narra – nell’ultimo, straordinario capitolo. Lungi dall’essere un esercizio di stile, è la prova che, usando le parole dell’autore, “le parole fanno esistere”.

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La scheda del libro: “Lontano dagli occhi” di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Lontano dagli occhi - Paolo Di Paolo - copertinaTre storie diverse, la stessa città – Roma, all’inizio degli anni ottanta – e lo stesso destino: smettere di essere soltanto figli, diventare genitori. Eppure Luciana, Valentina, Cecilia non sono certe di volerlo, si sentono fragili, insofferenti. Così come sono confusi, distanti, presi dai loro sogni i padri. Si può tornare indietro, fare finta di niente, rinunciare a un evento che si impone con prepotenza assoluta? Luciana lavora in un giornale che sta per chiudere. Corre, è sempre in ritardo, l’uomo che ama è lontano, lei lo chiama l’Irlandese per via dei capelli rossi. Valentina ha diciassette anni, va alle superiori ed è convinta che da grande farà la psicologa. Appena si è accorta di essere incinta, ha smesso di parlare con Ermes, il ragazzo con cui è stata per qualche mese e che adesso fa l’indifferente, ma forse è solo una maschera. Cecilia vive fra una casa occupata e la strada, porta un caschetto rosa e tiene al guinzaglio un cane. Una sera torna da Gaetano, alla tavola calda in cui lavora: non vuole nulla da lui, se non un ultimo favore. A osservarli c’è lo sguardo partecipe di un io che li segue nel tempo cruciale della trasformazione. Un giro di pochi mesi, una primavera che diventa estate. Tra bandiere che sventolano festose, manifesti elettorali che sbiadiscono al sole e volantini che parlano di una ragazza scomparsa, le speranze italiane somigliano a inganni. Poi ecco che una nuova vita arriva e qualcosa si svela.
Lontano dagli occhi è una dichiarazione d’amore al potere della letteratura, alla sua capacità di avvicinare verità altrimenti inaccessibili. Ricostruendo con la forza immaginifica della narrazione l’incognita di una nascita, le ragioni di una lontananza, Paolo Di Paolo arriva a rovesciare la distanza dal cuore suggerita dal titolo. Una storia sul peso delle radici, su come diventiamo noi stessi.

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Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. Ha pubblicato i romanzi Raccontami la notte in cui sono nato (2008), Dove eravate tutti (2011; Premio Mondello e Super Premio Vittorini), Mandami tanta vita (2013; finalista Premio Strega), Una storia quasi solo d’amore (2016), Lontano dagli occhi (2019), tutti nel catalogo Feltrinelli e tradotti in diverse lingue europee. Molti suoi libri sono nati da dialoghi: con Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, di cui ha curato Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010), e Nanni Moretti. È autore di testi per bambini, fra cui La mucca volante (2014; finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi), e per il teatro. Scrive per “la Repubblica” e per “L’Espresso”.

Il suo sito internet è www.paolodipaolo.it

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