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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus #3 (di Rosella Postorino)

marzo 15, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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di Rosella Postorino

Sono uscita a prendere Il giornale. Livio è venuto con me. Mentre camminavamo, una donna si è affacciata alla finestra e con l’indice alzato ha cominciato a urlare che non dovevamo uscire in due, che non si esce insieme.
Livio ha provato a risponderle, con gentilezza, lei gli parlava sopra, io ho avuto una crisi di pianto.
Ho il terrore che questa quarantena possa generare una mutazione antropologica: l’altro da noi considerato solo come sospetto, come fastidio, come minaccia, come ostacolo, come imbuto in cui riversare odio, frustrazione, l’altro da abbattere, da annientare. Già questo meccanismo atroce era in atto con i migranti, oggi non è nemmeno più un problema di etnia o classe sociale. È più radicale, è primordiale, come ogni volta che la lotta per la sopravvivenza si fa letterale.
Poco dopo ho visto una coppia seduta su una panchina, lui accarezzava la pancia di lei. Sono scene come questa a farmi respirare. Non me ne importa nulla di sopravvivere se non resto umana. Non sono una bestia, che mangia caga e dorme. Ho bisogno di tutto il resto per sentire che l’esistenza esiste.

(15 marzo 2020)

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Era la quarta colonscopia della mia vita, in passato le ho fatte anche da sveglia. Eppure stamattina ero agitatissima. Probabilmente era la paura delle nostre vite di colpo cambiate, le nostre vite tenute su dalle cose e persone che amiamo, e che senza quelle cose e persone rischiano di vacillare; o forse è che negli ultimi anni ho letto così tanto di guerra, che emotivamente mi sento lì, anche se razionalmente so che non è vero, ma è con quel mondo spoglio in cerca di risorse per sopravvivere che si scatenano associazioni nella mia testa.
Così piangevo, stamattina, guardando gli occhi del medico e dell’anestesista, chiedevo scusa per le lacrime, mi asciugavo con un fazzoletto, ma piangevo. E loro hanno cercato di distrarmi, domandandomi che facevo nella vita. Ho iniziato a parlare di libri, del mio più recente, di quelli altrui. L’ultima parola che ho pronunciato prima di addormentarmi è stata “Strout”. Poi ho sognato la casa editrice, questo lavoro meraviglioso da cui nemmeno la fatica di dover girare ogni weekend l’Italia e l’Europa (ho rinunciato a Canada o Tailandia, per dire), grazie a Le assaggiatrici, è riuscita a strapparmi: ho sognato i libri, e quando mi sono svegliata mi pareva strano non essere in ufficio.
Penso a tutti quelli che non possono lavorare da casa, che sono obbligati a uscire, agli operai, ai precari, a coloro che trasportano le merci, al personale medico e infermieristico… Io sono una privilegiata: posso leggere ovunque, scrivere una quarta ovunque, pensare al piano editoriale ovunque, parlare al telefono ovunque, eppure fino a ieri ero in ufficio, perché quel luogo è casa mia, per me. Continuiamo a ripetere quanto sia bello stare a casa: lo so benissimo. A casa si scrive, si legge, si disegna, si canta con la musica accesa, si fa la doccia calda. Ma bisogna sceglierlo. Non sceglierlo fa paura, e non c’è bisogno di stigmatizzare chi ha paura, dirgli che non è abituato a stare con sé stesso, che è questo che teme: sé stesso. Io ho fatto abbastanza anni di analisi e ho scritto abbastanza romanzi per conoscere i precipizi di me stessa in cui si rischia di sprofondare. E ho vissuto fino a 18 anni con un padre che mi vietava quasi tutto e, se assieme all’apprensione di mia madre mi ha reso claustrofobica, mi ha dato però anche un motivo per abitare un mondo immaginario, per me più vero del vero, quello dei libri.
Senza il cinema, il teatro, i concerti, i continui viaggi in Italia e all’estero, le presentazioni pubbliche, i pranzi con gli amici, perdo molto dell’identità che ho costruito con le mie forze, perdo pezzi di ciò che sono – perché io sono anche le mie relazioni con gli altri, a ogni livello, più o meno intimo – e torno un po’ a essere quella ragazzina che non poteva uscire. Forse è questo che mi fa piangere.
Però poi mi ricordo che ho i libri, che oggi esce il nuovo della Strout, che Duras e Pavese da adolescente mi hanno salvata, anche se loro non erano salvi, se non sono riusciti a salvarsi, e forse nessuno sa davvero salvare sé stesso – eppure, paradossalmente, con un libro può tenere in piedi la vita di un altro.

(10 marzo 2020)

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L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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