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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus #6 (di Gianni Bonina)

marzo 16, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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di Gianni Bonina

La pubblicità televisiva, ignara del coronavirus, non serve in questi giorni a reclamizzare prodotti ma a ricordarci come siamo stati appena ieri. I piccoli gesti, come una mamma e la figlia sul prato, una tavolata di amici, una vitamina per i primi segni di raffreddore, un caffè con altri in un bar, ci arrivano a casa come scene di un mondo che abbiamo perduto e ci colgono nel pieno e nell’accoramento di un rimpianto reso più doloroso dall’incertezza del futuro. La pubblicità televisiva interrompe programmi, che sono finestre su quanto di drammatico sta succedendo fuori di casa, senza per la prima volta darci alcun fastidio. Non ci fa alzare per un bicchiere d’acqua o cambiare canale, perché ci unisce nella contemplazione amara di quanto fosse meravigliosa la normalità: come riaprire un album di foto di famiglia e dirsi “questo ero io” nel tempo della felicità inconsapevole, della semplicità condivisa, della banalità del bene.
Non solo la pubblicità, ma anche un film ci riporta a quando neppure consideravamo un evento voluto dall’uomo ma il frutto spontaneo della natura o dell’ordine delle cose vedere una strada affollata, spiagge ricolme di bagnanti, treni strapieni. Ci basta invece oggi scorgere dalla finestra due persone camminare insieme per avere paura, se non arriviamo addirittura a ritenere normale e necessario che un nostro caro sia portato da solo in ospedale e lì vi rimanga e magari muoia di polmonite. Ci stiamo mostruosamente abituando a vedere in ogni persona, persino in un parente stretto, un pericolo per la nostra salute e cinicamente ci confortiamo se nella città in cui viviamo i contagi sono inferiori a quelli di un’altra che sia vicina. Ci sembra che si stia nel mondo creando lo stato di natura nel quale l’uomo è hobbesianamente un lupo per un altro uomo, spinto dall’istinto egoistico di sopravvivenza. E vediamo nei flash mob e negli incitamenti augurali come “Andrà tutto bene”, dove siamo tentati di aggiungere un punto interrogativo, lo spirito di una fortezza Bastiani decisa a resistere ai Tartari nella rassegnazione di soccombere.
Come nella serie Tv “The walking dead”, rifuggiamo il contatto fisico per non finire contagiati e diventare mostri: da isolare, da temere, da scampare e per alcuni persino da abbattere, pensando agli anziani, o da abbandonare al destino, come José Saramago immagina gli accecati da un misterioso virus rinchiusi in un manicomio e non più soccorsi. Stiamo in casa in uno stato di autosegregazione che ci ricorda personaggi come il giudice de La revisione di Camilleri che si ritira in una villa per riesaminare la sua vita o come Wakefield di Hawthorne e Tommaso Mulé del Bufalino di Tommaso e il fotografo cieco, volontariamente rintanati in un appartamento e in un seminterrato per osservare il mondo esterno al pari di detenuti davanti a una finestra o di deportati nei Lager nazisti dietro le recinzioni.
La condizione peggiore per affliggersi – ce lo dice Blaise Pascal – e interrogarci sulla nostra infelicità è quella di rimanere chiusi in casa mentre vaghiaggiamo il divertimento o “la boccata d’aria” per distoglierci dalle nostre miserie, dai nostri pensieri cupi. Sapere che è preferibile restare soli non fa che aggravare il nostro stato, pur nella consapevolezza che può salvarci, e constatiamo nello stesso tempo – così da sentirci ancora peggio – di essere in balìa degli eventi, nomi senza identità in una molteplicità di casi uguali che potrebbe metterci in gara per arrivare primi a un letto di terapia intensiva.
Restando a casa riviviamo, quanto più si prolunghi la coercizione, il mito platonico della caverna: la realtà che vediamo è mediata dalle ombre rappresentate dai media, che ci danno una narrazione non soltanto deformata da ogni singolo approccio ma anche talmente esorbitante, per l’attenzione generale puntata sull’epidemia, da addurci ansia e inquietudine, capace di minare la nostra qualità della vita. Ci ritroviamo allora nelle vesti di don Abbondio che, dopo l’incontro con i bravi, sogna inseguimenti e schioppettate per svegliarsi l’indomani con la mente “all’idee della vita tranquilla antecedente” per poi cedere angosciato al “pensiero del nuovo stato di cose” che “si affaccia subito sgarbatamente”.  L’ansia è anche la conseguenza della scarsa conoscenza che abbiamo del nemico, che quanto più è oscuro tanto più è temuto. Nel romanzo Andromeda di Michael Crichton un virus venuto dallo spazio stermina un’intera cittadina e minaccia di propagarsi rapidamente e di annientare l’umanità. La lotta degli scienziati per fermarlo in tempo viene tenuta segretissima, sicché il mondo intero non è informato del pericolo incombente. Almeno in Italia stiamo invece assistendo a una sorta di “Truman show” senza sosta mentre un carosello di scienziati e medici caracollano da una televisione all’altra anche per contraddirsi.
Troppa informazione equivale forse a troppa confusione? Di certo è fonte di apprensione e di continua tensione. Non a caso perciò i palinsesti televisivi hanno introdotto film leggeri e programmi di divagazione che alleggeriscano gli effetti di un eccesso di concentrazione sull’epidemia. Ed è per questo che vediamo gli “spazi pubblicitari”, i costanziani “consigli per gli acquisti”, come i riminesi di Fellini guardano dalla spiaggia incrociare il Rex in Amarcord: con gli occhi dello stupore e l’animo intriso di nostalgia. La pandemia passerà come il Rex ma lascerà una scia che sarà una profonda cicatrice sulla nostra anagrafe di contemporanei, passati da un mondo a un altro nostalgico del primo. Avremo motivo di mutuare l’epitaffio di Sciascia “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”.

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L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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