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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus #7 (di Tea Ranno)

marzo 16, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

 * * *

di Tea Ranno

Cieli blu e cuori incoronati

 “Ma il cielo è sempre più blu…”.

Lo stanno cantando adesso, hanno cominciato alle 18.00 e cori discordanti hanno preso a inseguirsi da balcone a balcone, da strada a strada. La confusione è massima. Non c’è un direttore d’orchestra, non ci sono strumenti ma telefonini agitati nell’aria, voci timide, voci più sicure, acuti di bimbi, alcuni “Bluuu…” decisamente rauchi. Si filma, si fotografa per postare immagini sui social, per far sentire che si ha il sole nel cuore, la speranza di farcela.
Nel gruppo WhatsApp della famiglia arriva il messaggio di quella parte di noi che è rimasta a Milano: “Qua nel mio quartiere non cantano. Alle sei in punto ero affacciata alla finestra e… Oh, ce ne fosse stato uno a cantare! Ho rimediato cantando io nella mia stanza, da sola. Beati voi che siete tutti così allegri”.
Non tutti sono così allegri. I morti non si contano. I vivi si danno coraggio.
Beati voi…
Una parte qui, una parte lì. Il cuore in bilico.
Qui si canta. A Milano (nel quartiere in cui abita lei) si tace. Ma lei canta lo stesso, da sola, nella sua stanza. Sarebbe potuta rientrare alla chiusura dell’università, invece: “Vi potrei contagiare, mamma. Resto qui”.
Resta lì. C’è Katia, certo, che abita al piano di sopra e ogni tanto le porta (da lontano, munita di guanti e mascherina) il ragù o le cotolette, che la chiama due volte al giorno anche solo per dirle: «Lo so che ti rompo le scatole, però ti chiamo lo stesso. Come stai?». E poi basta. Tutte partite le ragazze che abitano con lei, la casa enorme, le uscite rapide per la spesa. E la vita che cammina zoppa. Noi qui, lei lì. La vita che cammina amara: caffè senza zucchero qui, torta di carote lì («Devo pur fare qualcosa, mamma»).
Poi la telefonata dalla Sicilia: «Per le strade non c’è un cane, zia, ma hanno cantato dai balconi. Mi è piaciuto, mi hanno dato il senso di una comunità».
La vita cammina zoppa: un piede in Lombardia, uno in Sicilia. E intanto vivo a Roma. Come si può? Come si fa a restare in equilibrio? Con le canzoni? Con la scrittura?
Stamattina mi ha scritto Emma: “I bambini sono disorientati, hanno paura. Perché non inventi una favola in cui un mostro come il Corona virus diventerebbe… Chissà… Non so… Qualche altra cosa”. Le ho risposto che anche io ho paura, che la penna non mi ubbidisce. Lei mi ha mandato un cuore. Uno di quegli enormi cuori rossi pulsanti di WhatsApp. E la mano è partita. Ed è venuta questa piccola storia.
È per Emma, innanzitutto, poi per Sara, per Laura, per Katia, per Chiara, per tutti quelli che cantano dalle finestre e dai balconi, per quelli che a Milano tacciono, per quelli che a Roma si sentono zoppi.

* * *

Cuor di corona

Risultati immagini per sentimi tea ranno letteratitudineUn cuore. Possibile?
Già. I bambini incollati ai vetri delle finestre lo videro materializzarsi in cielo e subito atterrare – enorme, rosso, lucente come un leccalecca – al centro della piazza. Bellissimo.
Ma… era venuto solo per farsi ammirare, quel signor Cuore?
Certo che no! Si aprì infatti un portellone, venne giù uno scivolo che sembrava una linguaccia e la piazza fu inondata da un esercito di cuori in miniatura.
I bimbi se li ritrovarono davanti al naso che – “Toc-toc” – bussavano. Aprirono. Sembravano palloncini, anzi, bolle di sapone visto che subito scoppiarono trasformandosi in goccioline telecomandate che corsero a infilarsi nelle bocche dei presenti (adulti compresi) spalancate per la meraviglia.
Uhm, buone… Buonissime!
Erano caramelle? Solo caramelle?
Una vocina parlò nelle orecchie di ognuno: «Scusate, signori. Stiamo cercando i Corona virus. Ce ne sono di presenti in questa casa?». E siccome nessuno rispondeva, misero da parte l’educazione e cominciarono a cercare.
Piccoli e grandi li sentirono andare su e giù per il loro corpo come se fossero omini armati di lente d’ingrandimento: un solletico insopportabile che culminò con colpi di tosse e sputacchi vermigli fino a tre metri di distanza.
Sputacchi vermigli? Si terrorizzarono: sputavano sangue?
Macché! Erano i CatturaVirus che se ne uscivano con un gran bel bottino: molti di essi, infatti, imprigionavano nelle rosse pance trasparenti alcuni di quei virus brutti come la morte.
Una visione che durò appena qualche istante: le goccioline, infatti, si unirono agli sciami che venivano fuori dalle altre case e si diressero verso il Cuore che stava al centro della piazza.
La linguaccia sparì, il portellone si chiuse, vennero accesi i motori intanto che una voce diceva: «Abbiate pazienza, amici, vi stiamo liberando dai mostriciattoli. Dateci ancora qualche giorno, poi potrete tornare alla vita di sempre. Intanto… caramelle a volontà».
Con uno sbuffo il Cuore partì, l’aria si riempì di gelatine rosse che – quasi fossero telecomandate – si fiondarono nelle bocche spalancate di grandi e bambini colmandole di dolcissima dolcezza.
Allora tutti si presero per mano e, affacciandosi ai balconi, cominciarono a cantare: “Ma il cielo è sempre più blu…”.
In verità il cielo era ancora rosso, ma si sa, nelle storie tutto è permesso.

* * *

L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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