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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus # 10 (di Furio Detti)

marzo 17, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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Dietro l’erba e il buio

di Furio Detti

Appartengo a quella schiera di uomini immensamente fortunati che stanno comprendendo sempre qualcosa di più, ogni giorno, del proprio destino. Che sono conformi alle sollecitazioni della sorte e di molto di quello che l’incontrollabile esistenza pone loro dinanzi. Ne sono grato. Immensamente.
Di questa conformità fa parte il privilegio, – si badi, duramente voluto e conquistato con sacrifici – di vivere in una dimora assai antica, in mezzo ai boschi e (purtroppo) ancora vicina alla cosiddetta civilizzazione. Così dietro l’erba e il buio vedo le sagome indistinte della foresta, da noi purtroppo molto maltrattata e trascurata, come non avviene nel Nord dell’Europa; pure, aggirandomi di giorno su questi sentieri prossimi alla casa, per raccogliere la legna, e ripulendoli per necessità di vita, sento da recluso e involontario escluso di far parte di un motore più grande e più nobile della quotidiana esistenza che scorgo nelle luci notturne in pianura. Sento che la mia precedente autoreclusione da anni mi permette di affrontare serenamente anche questa imposizione e stato di emergenza. Un vantaggio di cui sono ugualmente grato; in questo senso nulla è cambiato nella quotidianità.

Questo partendo dalla vita degli insetti: scorpioni, ragni di ogni genere, coleotteri, tarli che abitano la mia casa e che sento nel dono del silenzio così vasto e terribile. Poiché terribile è il mondo del silenzio e dello sfregare di centinaia di zampe cheratinose sulla pietra e nel legno delle travi. Via via su nei voli dei rari uccelli ancora in questo cielo di marzo; ma le grida che ascolto provenirmi oltre questa battigia di erba e arbusti, come da un altro mare occulto, sono quelle dei rapaci notturni, l’abbaiare dei cani al mattino e poi i canti variabili delle creature quando il sole garantisce un po’ di sollievo dalla pena del freddo. Però è stato un inverno mite e la differenza io riesco a sentirla nei versi animaleschi che mi circondano. A giorni giungeranno le trombe viola della notte, che è come chiamo le grida dei cervi in amore. Suoni lugubri ma che nel loro mondo sono un inno di vivissimi sperma e coiti.

Ecco che percorrendo il cortile con le mie fascine di legna (non ho voluto installare volutamente un impianto di riscaldamento e mi baso su una cucina economica vecchio stampo, un camino assai più moderno e una stufa austriaca in ghisa), ho deciso di praticare una sorta di personale, minuto e assai impretenzioso zen occidentale. Sopra, sul tetto, a onorare i “kami” della dimora delle calligrafie e le mie spade. Ma qui comprendo che pur ammirando il remoto Oriente e la sua gente io resto un uomo dell’Indoeuropa. La croce con code di rondine scolpita sulla facciata della mia casa è il ricordo di una dolorosa sovrapposizione di cui sto cercando di tenere conto filosoficamente e liberarmi spiritualmente nella mia devozione a ben altri dèi, più antichi del dio biblico eppure prossimi e affini per sangue e volontà. La mantengo e conservo come mantengo nel recesso più prezioso di questa dimora il poverissimo vecchio crocefisso di legno verniciato di verde, rimasto appeso al muro quando questo luogo si avviava a divenire rudere. I muratori lo avevano conservato appoggiandolo presso i loro attrezzi del mestiere. Anche esso è un testimone e deve restare. Questo è un luogo nobile, sacro e di esso posso orgogliosamente dire come una canzone dei Rammstein “Dein Atem kalt so jung / und doch so alt…”

La solitudine che qui si apprezza è propria del regno animale, mentre invidio così tanto la chimica comunione delle piante. Pochi immaginano che sotto il terriccio si stende una foresta oscura, opaca, umida, nera e invisibile di radici che come le foglie e i rami cui siamo abituati formano un esercito di sentinelle e connessioni, una foresta seconda, non percepita ma che trasmette messaggi vitali. Che porta vita dalla cieca morte del suolo e del disfacimento organico e che organizza la risposta alle aggressioni esterne. Dall’inoculazione di tossine antiparassitarie al mutare del colore di foglie e fiori, dalla sensazione legata alla disponibilità di sali minerali ai cambiamenti del terriccio sovrastante questa foresta inversa si modifica, cambia, combatte. La carogna di una bestia diventa un libro da leggere per gli enzimi di queste radici, che immobili conducono una battaglia inimmaginabile per noi stupidi occupanti di superficie. Queste piante, biologicamente, hanno barattato la mobilità per una raffinata, estesa e vitale onnipresente consapevolezza. Al contrario, gli animali sono monadi combattenti, a partire dai gatti randagi cui risparmio un po’ di lotta per l’esistenza. Loro tuttavia, impregnati di dignità, non ne abusano né approfittano, a differenza degli esseri umani. Così mi torna di amare anche le pietre, che vita non hanno, ma che rappresentano ai miei occhi le determinazioni, le concrezioni, la geologia della cultura. Perché sia le pietre che affiorano dalla collina ove ho sepolto i miei amati gatti, sia quelle squadrate centinaia di anni fa hanno il pregio di parlare. Allo stesso modo le travi del capanno che il vento ha scoperchiato sono rune bigie che descrivono messaggi da cogliere. Qui la durezza del tempo che verrà si manifesta in una rete silente di simboli, più vivi delle città ora oppresse dalla malattia della paura.

Così scrivo e trascrivo da numerosi libri, a parte il triste lavoro che svolgo a distanza per pagarmi il pane, penso al resto dei miei pochissimi cari, ma senza pena, con la coscienza di aver fatto ciò che era necessario per loro. Ho anche il privilegio di non avere conti in sospeso con nessuno dei miei antenati, prossimi nel tempo anche i genitori fortunatamente ancora vivi. Così, pensando sempre al peggio quale è la mia natura, almeno non cado preda del senso di colpa e la paura del futuro è solo uno strategico timore. Non mi faccio illusioni, non appendo stupidi arcobaleni e non mi affaccio alle finestre cantando inni e ordini piovuti dalla società sulla società pe lenire la paura del gregge. Sono fedele solo alle rune, a quelle delle travi, delle rovine, delle pietre, alle rune disegnate dalle radici sepolte, alla voce delle bestie e al mondo vero, il solo vero esistere, che domina dietro l’erba e il buio oltre il breve, limitato, raggio d’azione della mia casa.

Acciaio, pietra, rune e volontà. Bisogna essere pronti.

Adlerhaus, Rio di Verzuno
Camugnano (BO)

 

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L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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