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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus # 9 (di Carmen Pellegrino)

marzo 17, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

 * * *

di Carmen Pellegrino

Poco fa, in un commento, ho letto:
Se tutti dobbiamo stare a casa, quelli che grufolano nei cassonetti perché stanno fuori?
Ecco, io non so più che cosa ci deve accadere per ricordarci di avere da qualche parte un cuore o una testa che pensa, e non solo visceri.
La prova durissima che ci tocca affrontare non riguarda soltanto la tenuta degli ospedali e del sistema immunitario: riguarda, credo, la sopravvivenza di quel tanto di umano che ci resta.
“E quelli del Nord e quelli del Sud e noi e voi e ovviamente loro – da qualche parte, gli untori…” Ma sì, continuiamo pure così. Se ci chiudessimo in una camera anecoica sentiremmo, forse, solo il mormorio del risentimento che ciascuno di noi sta producendo in luogo degli anticorpi.
La verità terribile è che questo virus fa morire da soli, senza il conforto di un volto caro, di una mano che non sia quella pietosa di un medico o di un infermiere, senza una preghiera, soli.
Ma noi continuiamo pure così.

(16 marzo 2020)

* * *

Sono dovuta uscire, compilata autocertificazione, la stampante non si accendeva, due lievissime imprecazioni, si è accesa.

Veloce per strada, mai vista questa parte di Napoli così vuota, mai tanto silenzio, solo la liuteria (chiusa) di San Sebastiano manda dall’interno qualche nota, chediotibenedica liutaio. E comunque perché corro se ci sono solo io? Ho guanti, mascherina, cappello, mi guardo nel vetro di un’auto, mi spavento.
All’entrata del negozio c’è un ragazzino scalzo che chiede soldi, ha in mano un bicchiere di plastica sporco. Sembra un personaggio di Dickens venuto via dall’Inghilterra la scorsa notte, come biasimarlo?
Mio padre ha ripreso le visite alla vigna. Non devi uscire, lo vuoi capire? Ma io salgo in macchina e scendo direttamente in campagna, aggiusto la pergola, i pampini. Non m’interessa, non lo devi fare. Sono intransigente. Sono io il padre. Spietata. Non devi…
Il punto è che colà c’è la casa dei suoi genitori, il posto dove è cresciuto, ora non ci vive più nessuno. Forse si sente al riparo. Riparo un corno! Non devi uscire.
Esco dal negozio, mollo una moneta al ragazzino che neppure mi guarda, guarda invece nel bicchiere, soppesa, fa una smorfia. Ci resto male, ma ha ragione lui: un ectoplasma con maschera e guanti gli si è avvicinato per mettersi a posto la coscienza – la buona azione quotidiana da spendere, dato il momento, sull’altare dell’epidemia – che almeno sia generoso.
Torno a casa, ho autocertificato anche il ritorno, io che non ho mai un ritorno da qualche parte. Quando tutto sarà passato, perché passerà anche se ora sembra appartenere a un altro tempo la vita di prima, immagini di vita intravista, che bello che era anche quel niente di prima, quando tutto sarà passato andrò con mio padre alla vigna, all’antico letargo di quella terra che avrà un segreto, ne sono certa, se può dirmelo, ora mi aiuterebbe conoscerlo.
Se me lo può dire…

(13 marzo 2020)

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Fuori è una giornata splendida, cielo che squaderna il suo azzurro migliore, disco intenso del sole ben al centro, alberi in risveglio. Sembra primavera, ma non è per noi. La vita che non ci contempla in questo momento si scuote dal sonno e si riveste, la nostra si spoglia e si rinchiude.
Sembra una beffa ed è per noi. La vita che non ci contempla – chiamiamola Natura, chiamiamola Nostra colpa – sembra dire vedete, ora ve ne state rinchiusi, ora io riprendo fiato, ne avete fatte troppe…
Nessuna visione politica seria, dopo tutto questo, potrà prescindere dalla questione ambientale. Nessuno di noi potrà continuare a credere che non gli riguardi. E non basterà più, ammesso che lo facciamo, separare la carta dalla plastica, non usare i cotton fioc, fare il sacchetto dell’umido. Se vogliamo le fragole a gennaio, questo ha conseguenze dirette sui cicli di produzione e estenuazione della terra – e degli esseri umani impiegati. Se da maggio cominciamo a sbottare per il caldo e pretendiamo temperature frost nei negozi, nei treni, nelle nostre case, questo ha conseguenze dirette sulla terra che con indifferenza calpestiamo…
Noi ora chiusi dentro, necessariamente. Cacciatori catturati. Costretti allo sfruttamento intensivo delle nostre case.
Là fuori forme di vita per un po’ al riparo da noi.

(12 marzo 2020)

* * *

Io, per esempio, non posso tornare al paese che è sempre il luogo in cui ricompatto i pezzi che cadono. Dovrò tenermeli qui, sti pezzi. Ascoltarli uno ad uno. Essere gentile con loro, una volta tanto.

Non potrò tornare neppure solo a vedere mia madre, anche perché potrei essere il veicolo di un contagio cruciale nelle sue condizioni.
Mio padre non sta andando alla vigna, ha recuperato un mazzo di carte, dice che fa il solitario vicino al fuoco, poi mi chiama, finge interesse per quello che scrivo, io fingo di essere concentrata sul lavoro, ho promesso di recuperargli il film su Craxi… che poi in giardino la mimosa, che poi pasqua e la pasta al forno, che poi viene comunque sera e di nuovo mattina…
Nessuna furbizia può essere giustificata in questo momento, la corsa alle autocertificazioni, il solito nostro modo di eludere, eludere, eludere….
Nessuna idiozia del tipo tanto solo i vecchi e i compromessi, anche perché vecchi e compromessi siamo tutti, dipende da che punto ti guardi.

“Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena”

Torneranno, scriveva Alfonso Gatto. Ma torneranno prima se i soliti furbi, in questo momento, avranno la furbizia di ritirarsi.

(10 marzo 2020)

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Ma è davvero così difficile rispettare quattro regole, quattro raccomandazioni? Così difficile rinunciare allo spritz, all’aggregazione spensierata, così impensabile stare in casa, mentre c’è gente che non ha più orari né famiglie – medici infermieri volontari -, gente che ogni minuto, ogni minuto, mette a rischio la propria vita per quella degli altri?
E poi le fughe verso luoghi dove manca anche il medico di base, remoti paesi del sud che hanno l’ospedale più vicino a cinquanta chilometri. Capisco che nei momenti come questo la paura prende il sopravvento e il cervello arcaico si risveglia, ma la strafottenza verso la vita degli altri non è in alcun modo giustificabile.
Da questa emergenza si viene fuori insieme. Ora più che mai il “si salvi chi può” non significa niente, è una bugia. Solo insieme se ne esce.

(8 marzo 2020)

* * *

Impareremo che niente è scontato: trovare il pane, la panetteria, che ci sia sempre il grano…
Impareremo che i nostri scarti gettati nei fossi sono un boomerang che potrebbe colpirci presto.
Impareremo che nulla ci appartiene, non ci appartiene la terra che calpestiamo. Impareremo ad averne cura, a non bruciare foreste, a non avvelenare le acque, a non sentirci signori e padroni delle altre specie. Impareremo?
Impareremo che l’odio scagliato fa il giro del tornio e si ripresenta a noi in forme ugualmente dolorose.
Impareremo che i figli degli altri hanno diritto di stare al mondo come i nostri. E che se un bambino muore su una sponda o respinto a una frontiera la questione ci riguarda. O ci riguarderà.
Impareremo che le competenze sono necessarie. E che l’improvvisazione genera confusione e allarme.
Impareremo che la gogna mediatica fa male alla collettività, non solo a chi la subisce.
Impareremo che chiudere ospedali e tagliare fondi alla sanità pubblica non è un bel risparmio.
Impareremo a non lamentarci di ciò che non viene fatto, ma a fare ciascuno la propria parte. La chiameremo etica della responsabilità biologica, o dei fenomeni vitali.
Impareremo che stare nei propri confini non è così confortevole come dicevano. Che senza gli altri la vita si ferma.
Impareremo?

(6 marzo 2020)

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L’amuchina rimuove il 99% di virus e batteri, dice l’etichetta. Ma il Covid 19 è un virus nuovo, quindi non è detto che sia efficace. Tuttavia, i prezzi sono balzati alle stelle, ci sarebbe da invocare il calmiere per i disinfettanti.
Il punto è che stiamo andando oltre, e persino io che ne ho sempre avuta in borsa, da ipocondriaca con qualche allergia ai farmaci, vedo l’eccesso, come nell’assalto ai forni…
Acqua e sapone, alcool, attenersi alle indicazioni, non pensare ai complotti, e soprattutto sperare che i media limitino la diretta sul contagio: questo genera un’ansia intollerabile, il senso di catastrofe imminente con il rischio di derealizzazione: tutti sono estranei sospettati pericolosi. C’è nell’aria qualcosa di simile alla delazione.
In questa temperie, chi ha un rilievo pubblico dovrebbe dire qualche parola rassicurante, non per rabbonirci, ma perché il panico genera altro panico, paura e terrore.
Pensateci: questo virus ci costringe a limitare la socialità, ma non era già così? Chiusi nelle nostre case, avidi di tastiera, attivi nei gruppi virtuali che poi abbandoniamo quando le notifiche diventano troppe, ostili anche a parlarci al telefono, meglio la finta interazione degli audio. Soli ora, eravamo già isolati, incapaci di stare con gli altri, insofferenti allo scambio umano, alle relazioni che ci sono necessarie come l’aria.
Passerà, sopravvivremo al Covid 19 e sopravvivranno anche i vecchi e i debilitati – è insopportabile la leggerezza con cui li si ritiene sacrificabili al numero statistico -, e forse (sottolineo, forse) ritroveremo la gioia di incontrarci, di parlarci dal vivo (dopo tanta morte, quella venuta con la vita virtuale intendo), di sederci a un tavolo e guardarci in faccia, senza smartphone, di recuperare le foto di gruppo contro il solipsismo del selfie, di camminare insieme, di nuovo insieme.

(24 febbraio 2020)

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L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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