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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus # 12 (di Simona Lo Iacono)

marzo 19, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

 * * *

di Simona Lo Iacono

Eccolo, il tempo delle cose accantonate.
Riemergono, ed è come diceva mia nonna, figlia della guerra, che non buttava niente perché “po’ sempri serviri”.
L’esercito dell’interrotto prende a reclamare.
Libri acquistati per momenti migliori. Foto inserite frettolosamente tra le pieghe delle pagine. Gomitoli di lana pronti, da anni, ad aggrovigliarsi in una maglia.
Tutto sbuca fuori, tutto si fa attuale.
In ciò che avevo tralasciato, adesso vivo.
Le ore tornano a collocarsi là dove sono nate. E dove sono dirette. Nell’eterno.
Trovo amore nel tradimento. Salvezza nell’errore.
E a tutto do un nome.
E’ stata mia nonna a insegnarmi a nominare le cose. Anche quelle che non servono più, anche quelle destinate a morire.
Simona Lo Iacono“Po’ sempri serviri”.
Aveva ragione.
Mi accorgo che adesso attingo non a ciò che è saldo. Ma fragile. Non a ciò a cui ho sempre avuto accesso. Ma all’inaccessibile.
E che la memoria di questi giorni non ha sete di coloro che posso ancora toccare, vedere, sentire. Ma di coloro che non posso più raggiungere, che mi passavano accanto senza lasciarmi alcun recapito né alcun numero di cellulare.
Non so che fine abbiano fatto, non so quando potrò salutarli, invocare per loro una canzone. Non so come dare loro notizie di me. Non potrò inviare un sms, né gridare dal terrazzo e infrangermi in un video condiviso.
Nel tempo tralasciato, loro sono il tralasciato che mi pesa di più.
Penso a Mohamed, che all’uscita dalla Chiesa mi salutava, e mi chiedeva qualche moneta. Al Signor Arturo, che girovagava per le vie d’Ortigia solo perché non aveva memoria. A Dora, che saliva da me a chiedere non l’elemosina, ma quattro chiacchiere e un po’ di compagnia. Al gatto Ruggero, a cui lasciavo il cibo dietro la porta.
Non erano parenti. Ma erano amici invisibili, necessari.
Ora sono i miei ricordi più cari, quelli che possono sempre servire.
Mi chiedo che strade avranno preso. Dove si saranno riparati. E cosa voglia dire, per loro, “restare a casa”.
La loro casa si edificava ogni giorno con poche parole, con i sorrisi elargiti da passanti frettolosi, che spesso tiravano dritto. Non aveva fondamenta in cemento, la loro casa. Ma strette di mano, qualche momento condiviso. Nessun infisso. Nessuna finestra.
Nel nuovo tempo che sto attraversando, loro esistono in me, in una sovrumana fratellanza tra gli uomini e le cose.
Ho deciso che nel mio cuore, allestirò la loro casa.

* * *

L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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