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SETE di Amélie Nothomb (intervista)

marzo 26, 2020

“Sete” di Amélie Nothomb (Voland – traduzione di Isabella Mattazzi)

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di Eva Luna Mascolino

Amélie Nothomb è tornata lo scorso febbraio in libreria con un romanzo che farà parlare a lungo di sé. Sete, 128 pagine, è infatti una riscrittura in prima persona della vita di Gesù Cristo sulla terra, raccontata durante la sua ultima notte in cella prima della crocifissione. Attraverso una lunga analessi, la voce narrante ripercorre le tappe fondamentali della propria esperienza sulla terra, suggerendo a chi legge, secondo le parole stesse dell’autrice «un nuovo modo di pensare all’idea della sofferenza necessaria e del sacrificio».

In un’intervista esclusiva con la scrittrice belga (tradotta ancora una volta da Isabella Mattazzi per Voland), infatti, Nothomb chiarisce come il problema legato alla venuta del Messia «non risieda nella sua incarnazione, che è assolutamente positiva e le cui conseguenze sono buone per l’essere umano, quanto piuttosto nel suo supplizio». Non a caso, all’interno del romanzo grande spazio viene dato alla celebrazione del corpo, al rapporto gioioso con i cinque sensi di cui siamo dotati e a una sete del desiderio da ascoltare e assecondare con maggiore consapevolezza da parte del singolo individuo.

La stessa autrice ha raccontato di sé: «La sete è al centro della mia vita. Ho ogni sorta di sete in ogni momento», sottolineando fino a che punto una simile caratteristica ci accomuni e ci renda più simili allo stesso Figlio di Dio. D’altro canto, però, la sua ultima fatica letteraria porta a riflettere anche sul significato della paura, che è al tempo stesso quella percepita dal Cristo prima della morte e quella provata dalla gente intorno a lui a seguito di un suo miracolo. Ogni buona azione si è rivelata carica di effetti imprevisti, tanto nel momento di una guarigione quanto in quello di una gravidanza inattesa, e ha portato con sé timori, diffidenza e astio nei confronti del Salvatore, in una parabola quasi paradossale legata alle conseguenze dell’amore.

All’interno di questa vicenda, sottolinea Nothomb, «non ignoro la relazione di Cristo con Dio. Quanto allo Spirito Santo, non mi è sembrato indispensabile». Ne deriva una narrazione in cui l’elemento ultra-terreno è ridotto all’osso, in linea peraltro con una trasposizione letteraria delle Sacre Scritture ancora celeberrima. «La versione che preferisco tra tutte quelle che ho letto o ascoltato nella vita è Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago», ha rivelato al riguardo la scrittrice, che a sua volta ha ripensato con straordinaria originalità non solo al rapporto con Giuda, ma anche e soprattutto a quello con Maria Maddalena.

«Dopo la morte di Gesù – commenta infatti – Maddalena a mio avviso continua ad amarlo. La morte non corrisponde alla cessazione dell’amore», specialmente se arriva dopo un’esperienza carnale e di sublimazione al tempo stesso, che non esclude le pulsioni del corpo e che, anzi, lo rende il canale preferenziale di qualsiasi condivisione interpersonale. In quella che la stessa casa editrice ha definito «una preghiera urlata come un tributo alla vita, come un inno alla fragilità dell’umano», quindi, il Figlio di Dio si impone in tutto il suo carattere extra-ordinario, nel senso più letterale del termine, dato che per lui ogni istante, ogni goccia d’acqua continua a custodire la bellezza e la ricchezza delle prime volte, senza nessuna eccezione.

Quanto al più ampio discorso legato al rapporto con la vita stessa, il testo mette in luce la difficoltà di temerne la cessazione in senso assoluto. Per provare sgomento rispetto alla morte, secondo Nothomb, è fondamentale che si abbia in mente l’idea di una morte specifica, come accade per Cristo alla vigilia della sua via crucis. E, se a una prima lettura l’opera sembrerebbe concludersi con la sua scomparsa dalla faccia della terra, un confronto con l’autrice permette di evitare ambiguità di interpretazioni: «Lui resuscita eccome, nel mio libro! La storia si conclude dopo la sua resurrezione», velata eppure ben presente.

La stessa scrittrice, dopo avere messo l’ultimo punto fermo al romanzo, sta bene attenta a non parlare della morte del suo genio creativo. E così, se in un’interessante intervista rilasciata a France Culture aveva affermato che tutti i libri da lei scritti prima di Sete erano stati degli esercizi muscolari destinati a condurla alla stesura di quest’opera, ora ci tiene a dire: «La Vergine Maria, dopo Gesù, ha avuto altri figli. Io non sono la Vergine Maria, ma continuerò ad avere dei figli. Né è necessario uno scopo particolare per riuscirci».

L’appuntamento al prossimo febbraio per una nuova sorpresa letteraria firmata Nothomb sembrerebbe, quindi, implicitamente confermato. Nell’attesa, Sete è da gustare… tutto d’un sorso!

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La scheda del libro: “Sete” di Amélie Nothomb (Voland – traduzione di Isabella Mattazzi)

Dalla penna inimitabile della narrativa contemporanea, Amélie Nothomb, un romanzo di passione che è anche una profonda riflessione sull’amore e sulla colpa.

È da questi elementi che nasce Sete, in cui, grazie alla totale libertà di scrittura e a un’inventiva sconfinata, l’autrice belga dà voce e corpo a Gesù Cristo e offre a chi legge una versione personalissima della Passione del figlio di Dio. Il Cristo di Sete è umano sopra ogni altra cosa, innamorato di Maria Maddalena, figlio amorevole e sofferente nel corpo. Arrivato secondo al Premio Goncourt e in cima a tutte le classifiche di vendita in Francia, si presenta come un libro audace e vibrante che celebra la vita ed esalta l’intricato meccanismo con cui corpo e mente sono legati. Sete è il ventottesimo romanzo a firma di Amélie Nothomb.

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Amélie Nothomb, nata nel 1967 a Kobe, Giappone, trascorre l’infanzia e la giovinezza in vari paesi dell’Asia e dell’America, seguendo il padre diplomatico nei suoi cambiamenti di sede.
A 21 anni torna in Giappone e lavora per un anno in una grande impresa giapponese, con esiti disastrosi e ironicamente raccontati in Stupore e tremori.
Rientrata in Francia, propone un suo manoscritto a una solida e storica casa editrice, Albin Michel. Igiene dell’assassino esce il 1° settembre del ’92 e conquista subito molti lettori.
Da allora pubblica un libro l’anno, scalando a ogni nuova uscita le classifiche di vendita.
Ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo ‒ da cui nel 2015 è stato tratto il film Il fascino indiscreto dell’amore di Stefan Liberski ‒ e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore.
Oggi vive tra Parigi e Bruxelles.
I nomi epiceni è il suo 27° romanzo.

 

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