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LASCIA FARE AL DESTINO di Vittorio Schiraldi (recensione)

aprile 1, 2020

“Lascia fare al destino” di Vittorio Schiraldi (Marlin)

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di Gianni Bonina

In una famiglia borghese romana, dove una figlia drogata costituisce un problema certamente molto meno grave e sentito che in una casa di operai o disoccupati priva di mezzi, marito e moglie sono costretti a regolare il loro ménage non più sui ritmi dei weekend fuori città con gli amici, tra ponti festivi, teatri e concerti, ma sul tralignamento di una ragazza la cui esperienza insegna loro a guardare il mondo in una prospettiva non più conforme al loro way of life e, meglio ancora, a indicare il modello invalente e capovolto dei «giovani di oggi che aggiornano i genitori su come vadano le cose del mondo».
L’incapacità dei coniugi di affrontare il problema della tossicodipendenza, unita alla consapevolezza di essere fuori dal mondo, passatisti e superati, tradisce il deficit di una condizione sociale nel cui canone la droga che entra in una casa rispettabile diventa motivo di vergogna e fonte di un ripensamento del proprio stato non solo di genitori ma anche di cittadini. Selvaggia, l’amica di Ilaria, stesso ceto e censo, stesso destino e stessi sogni adolescenziali infranti, così dice dei genitori: «Sembravano fatti di un solo pezzo di marmo, ma credo che alla fine abbiano capito come devono andare le cose». Nella nuova misura del mondo le cose vanno nella direzione appunto che prende il destino individuale, che è inaccessibile a un genitore, talché il padre alla fine si arrende e deve confessare a Lea, la moglie: «Non so più quale può essere il destino».
Lei è una biologa che ha avuto Ilaria da un precedente matrimonio, lui uno sceneggiatore e conduttore radiofonico nel quale è facile identificare lo stesso Schiraldi. Hanno un altro figlio, Ruben, che è il contrario della sorellastra: giramondo e vagabonda lei, brillante studente di economia all’università di New York lui, in corsa grazie invero ai soldi di papà e mamma, che tuttavia non lesinano risorse nemmeno a Ilaria salvo poi chiedersi se fanno bene a mantenerle il vizio.
Ed ecco il primo punto: quello della ragazza, che per procurarsi la droga finisce per spacciarla e quindi in carcere, è un vizio o è piuttosto una malattia? L’interrogativo che si pone il padre diventa allora il motivo centrale di un romanzo che sin dal titolo, Lascia fare al destino (Marlin, euro 15, pp. 248), sottende uno spirito ettorico che espropria l’uomo del potere sulla vita per conferirlo al Fato, entro una deriva eschilea nella quale «le cose vanno – come dice Ilaria – come devono andare». È l’ineluttabile che prevale sul programmabile, perché il mondo va da sé contro ogni forza umana e sociale.
La domanda se dunque la droga sia un vizio o una malattia spinge il padre (che è il narratore in prima persona, impegnato nella stesura di un diario quotidiano scritto al presente, testimoniale, che si serve però di ripetute analessi col richiamo a episodi del passato in un crescendo diacronico teso ad assumere il carattere di un redde rationem) a chiedersi quando arriva «il momento in cui un genitore deve sentirsi autorizzato a rifiutarsi di condividere le scelte di un figlio». Siamo ad un altro snodo strategico, perché la domanda nasce sul presupposto che la droga sia una malattia, giacché come vizio sarebbe tout court riprovevole e tale da non prevedere neppure la possibilità di un rimedio, per modo che la decisione che spetta a un genitore della buona borghesia non riguarda i mezzi come aiutare comunque un figlio, a prescindere dalla natura sociale della tossicodipendenza, problema questo che si porrebbe un padre svantaggiato, ma se prenderne le distanze e lasciare fare al destino, ovvero al corso delle cose, nel caso in cui la droga fosse da considerare un male da curare.
Più volte il padre adottivo e la madre legittima decidono, per sfinimento e delusione, di cedere al fatalismo circa le sorti di Ilaria, in sostanza ripudiandola (anche perché «i figli non appartengono ai genitori ma a sé stessi e al proprio futuro»), epperò alla fine non è il destino ad averla vinta bensì la volontà soterica della ragazza di aprire una porta alla speranza e di dare un valore, sublimato dalla coincidenza del Natale, al senso della famiglia finalmente riunita nel segno di una ritrovata ma forse momentanea serenità. Che giunge per merito dell’anello più debole, che da causa dei patimenti inflitti ai genitori si muta in gurgite di riscatto morale e sorgente di nuova vita. Come dire che le cose vanno alla deriva senza controllo e che se qualcuno può assumerne la gestione non sono i genitori ma i figli, cioè le vittime.
I coniugi in realtà si erano già arresi, decretando il loro fallimento nel dare risposta al dilemma di fondo con lo stabilire la natura di vizio della droga, sicché avevano optato di cercare nel figlio riuscito le gioie negate dalla figlia perduta e abbandonata. Un grave errore del quale pur si rendono conto, se la moglie a un certo punto chiede al marito: «Ma possibile che siamo diventati tutti vittime di un errore collettivo, di una colossale incapacità generazionale?». La domanda induce lui, ancora una volta, a vedere una dicotomia tra elemento soggettivo e oggettivo, tra natura e cultura, per cui non sa se imputare il fallimento con la figlia a una “disfatta generazionale” o a una disgrazia che capiti per accidente naturale: un modo, come nel caso se pensare a una malattia o a un vizio, tipico di un ambiente borghese dove la colpa personale trova sempre come lasciare il posto all’ineludibilità delle cose, al destino.
L’incomprensione che monta sempre più nei rapporti genitori-figlia, congenita nelle dinamiche interne di una famiglia altolocata che non può mai riconoscersi mancanze tanto indegne, integra così il portato di un male sociale, per modo che il padre può giungere alla conclusione che «la disgrazia dei figli è una malattia che ha saldato per sempre i nostri destini», definendo in questo modo l’equazione che allinea disgrazia, malattia e destino in un profilo dove gli effetti di un male sociale cronicizzato, non limitato alle sole classi deboli e dovuto all’ordine naturale delle cose, investono anche i genitori di figli maudits.
La conseguenza più deleteria di questo atteggiamento genitoriale è chiamata dall’autore “morale d’emergenza”, una perniciosa indulgenza alla rassegnazione verso certi comportamenti illeciti dei figli che finiscono per essere non solo tollerati ma anche favoriti, come nel caso della madre che accetta che la figlia sedicenne lasci il ragazzo anch’egli eroinomane e vada a vivere con un quarantenne nella speranza che riesca a distogliersi dalla droga, entro un’ottica di rovesciamento della morale corrente nella quale il male minore è visto nella violazione dei principi etici condivisi, l’uso di stupefacenti costituendo invece la minaccia più temuta perché mina la salute fisica e mentale, compromette le sostanze familiari e guasta la qualità della vita domestica.
Vittorio Schiraldi racconta una tranche de vie dal ventre marcio di una Roma colta nell’epoca in cui la questione dell’approccio dei genitori ai figli nasceva in concomitanza con il radicamento del fenomeno della droga, quando alla fine degli anni Settanta, segnati dalla presenza degli “indiani metropolitani”, l’ala creativa del Movimento del ’77, l’eroina diventava lo status symbol della generazione nata nel Sessantotto e arrivata a fiancheggiare sovversione ed eversione terroristiche. Nel 1978 genitori e figli drogati si trovano davvero davanti al bivio tra mantenimento dell’ordine tradizionale voluto dai primi e istanze di emancipazione rivendicate dai secondi, quando ha inizio il processo di riconfigurazione della famiglia che porterà fino ai giorni nostri. Un romanzo come questo ambientato nell’attuale contesto sociale sarebbe apparso melodrammatico e pretenzioso, mentre si giustificano pienamente i toni a volte moralistici e pedanti che fanno piuttosto pensare a un libro scritto in quegli anni e pubblicato solo adesso, toni che interpretano una coscienza collettiva franta e sospesa propria di quegli anni di formazione. Del clima che scaldava l’immaginazione al potere ed educava i fricchettoni in cerca di aria nuova il romanzo mutua infatti il senso di cambiamento e di disorientamento che si precisa in un anno, il 1978, che è quello del sequestro Moro e del coronamento dei programmi terroristici. Lo sbandamento della società italiana è nello stesso tempo parallelo allo smarrimento di ogni famiglia messa alle prese con figli tentati dalle sirene della libertà dei sensi e dei sentimenti, del fomite di azione e rivoluzione.
È lungo questo crinale che il romanzo di Schiraldi ripete in chiave italiana il reportage altrettanto dal vero dei tedeschi Hermann e Rieck, I ragazzi dello zoo di Berlino, uscito proprio nel 1978 come spietata fotografia del tempo e, quanto alle commessure tra terrorismo e figlie ribelli, laddove Ilaria è sospettata di connivenze con Prima linea per i suoi legami con un militante, anticipa quasi di trent’anni le cupi atmosfere che in Pastorale americana di Philip Roth metteranno un padre sulle orme della figlia con ben diverse motivazioni che non quelle che sterilizzano l’alter ego di Schiraldi. Il quale, con una sofisticata e raffinata operazione di trasposizione temporale che è anche culturale, ha voluto rendere ideologico il 1978, sicché per ragioni di adattamento, nel proposito di caricare l’epoca di maggiori significati a rappresentare una lunga stagione all’inferno, ha anticipato il dilagare dell’Aids di tre anni, anticipato l’introduzione del Sert e di un anno anche l’avvento al potere della Thatcher, ma senza che queste ucronie pesino in alcun modo sulla tessitura della trama. Che nelle sue ridondanze, nella ripetizione di dialoghi, fraseggi e sit-drama circolari, esprime il senso non caduco dell’apologo morale, del codice sociale di un’Italia storicizzata che da lontano chiama la nostra a mostrare come eravamo e cosa volevamo.

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La scheda del libro: “Lascia fare al destino” di Vittorio Schiraldi (Marlin)

Lascia fare al destino - Vittorio Schiraldi - copertinaInsieme alla fotografia di una realtà ormai presente in molte famiglie italiane, emerge in questo romanzo-verità il drammatico confronto con un mondo giovanile percorso da un male di vivere che finisce per bruciare tante vite ancora acerbe. La vicenda prende avvio con la pericolosa sbandata di una ragazza sedicenne, Ilaria, e la sua fuga da casa, che fa scoprire ai genitori di avere una figlia tossicodipendente. Affascinata dai miraggi di Simone, rampollo di un’agiata famiglia borghese, e dal mondo di sradicati nel quale si è lasciata trascinare, Ilaria alterna alle fughe da casa dei periodi di relativa tranquillità, accettando più volte il ricovero in un centro di recupero. Nel frattempo Simone decide di concretizzare la sua vocazione di scrittura mettendo su carta, anche a fini terapeutici, le sue esperienze. Ma la ragazza non accoglie favorevolmente questo suo cambiamento. Ormai sono lontani i giorni felici trascorsi insieme a lui in Thailandia e in Vietnam sui sentieri della droga. La storia si tinge di coloriture drammatiche quando Simone scopre per caso di avere l’HIV, e non riesce a rassegnarsi all’idea di essere stato colpito, ora che aveva scritto l’ultima pagina del romanzo, che quindi resterà inedito. Il giorno del suo funerale Mario consegnerà lo scartafaccio al padre del giovane, perché scopra in quei capitoli l’immagine di un figlio che non era mai riuscito a conoscere veramente. Intanto sta per compiersi anche il destino di Ilaria.

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Vittorio Schiraldi vive e lavora a Roma. Tra i principali scrittori italiani, ha pubblicato: Baciamo le mani (Mondadori, 1973), un best seller che gli dette notorietà fin dall’esordio, Sii bella, sii triste (Mondadori, 1974), Famiglie (Rizzoli, 1981), Siciliani si nasce (Rusconi, 1984), La mafia dagli occhi blu (Rusconi, 1985), Week end a Waterloo (Mondadori, 1989), Frammenti di stelle (Pironti, 1992), Una vita in prestito (Rusconi, 1995), Cattivi consigli (Rai-Eri, 1998), Per soldi o per amore (DeAgostini, 2014), Ospite indesiderato (DeAgostini, 2015), La razza superiore (DeAgostini, 2017) e, in edizione Marlin, Delitti a bordo campo (2005) e Made in Sicily (2007). Scrive per il teatro ma ha lavorato per il cinema come soggettista, sceneggiatore e regista, e per la TV come autore. Per anni ha condotto dai microfoni di Radio 1 Rai una serie di trasmissioni come opinionista e attento osservatore delle trasformazioni della realtà e del costume diventando una delle voci più familiari per i radioascoltatori. Sempre per Radio 1 Rai, attualmente conduce la domenica dopo la mezzanotte il programma “Ciò che resta del giorno”.

http://www.vittorio.schiraldi.it/

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