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LA FABBRICA di Joanne Ramos (un estratto)

aprile 9, 2020

Pubblichiamo le prime pagine del romanzo “La Fabbrica” di Joanne Ramos (Ponte alle Grazie – traduzione di Michele Piumini)

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JANE

Il pronto soccorso è un calvario. Troppa gente, un assordante frastuono di voci. Jane è sudata: fuori fa caldo, ha camminato a lungo per arrivare dalla metropolitana. All’ingresso si ferma, paralizzata dal rumore, dalle luci e dalla ressa. D’istinto, con una mano copre Amalia, ancora addormentata sul suo petto.
Ate è qui da qualche parte. Jane si avventura nella sala d’attesa. Vede una figura che somiglia a sua cugina. È vestita di bianco – Ate avrà l’uniforme da infermiera – ma è americana, e troppo giovane. Jane studia la gente seduta e cerca Ate fila per fila, sforzandosi di controllare l’ansia. Ate le dice sempre che si preoccupa troppo, prima ancora di sapere che qualcosa non va. E sua cugina non è un tipo cagionevole. L’estate scorsa non si è nemmeno buscata il virus intestinale che ha messo in ginocchio l’intero dormitorio. Sebbene parecchie compagne avessero la metà dei suoi anni e fossero quasi tutte molto più giovani, era stata lei a rimetterle in sesto, portando il tè allo zenzero ai letti a castello e lavando i vestiti macchiati.
Jane osserva la nuca di un’altra donna: capelli neri striati d’argento. Si avvicina, fiduciosa ma non del tutto convinta, perché dall’inclinazione della testa sembra che stia dormendo, e Ate non dormirebbe mai qui, sotto queste luci abbaglianti e in mezzo a tanti sconosciuti.
Come volevasi dimostrare. Non è Ate, sembra messicana. È bassa, come la cugina di Jane, e dorme con le gambe divaricate e la bocca aperta. Come se fosse nell’intimità di casa sua: Jane immagina la voce schifata di Ate.
«Sto cercando Evelyn Arroyo» dice alla donna dall’aria seccata all’accettazione. «Sono sua cugina».
La donna alza gli occhi dal computer. Lo sguardo impaziente si scioglie in un sorriso quando vede Amalia nel marsupio. «Quanto ha?»
«Quattro settimane» risponde Jane con il cuore traboccante d’orgoglio.
«È un amore» fa la donna appena prima che un uomo con la testa calva e luccicante si infili davanti a Jane urlando che sua moglie sta aspettando da ore e, Cristo, vogliono darsi una mossa o no?
La donna le dice di andare al triage. Jane non sa dove sia ma non glielo chiede, perché l’altra è alle prese con il tizio arrabbiato. Si avvia per un corridoio fiancheggiato da brandine. Controlla ogni letto in cerca di Ate, imbarazzata quando i degenti che non dormono la fissano negli occhi. Un anziano le dice qualcosa in spagnolo, sembra che chieda aiuto, lei risponde che non è un’infermiera e tira dritto. In fondo al corridoio trova la cugina. È coperta da un lenzuolo, il volto contratto e duro sul cuscino morbido. Jane si rende conto di non averla mai vista addormentata, per quanto al dormitorio abbia il letto sopra il suo: Ate è sempre indaffarata, o è via per lavoro. Vederla immobile le fa paura.
È svenuta a casa dei Carter, in Fifth Avenue, dove l’hanno assunta come baby nurse. Jane l’ha saputo da Dina, la governante dei Carter. La cosa non l’ha sorpresa più di tanto. È da mesi che sua cugina soffre di vertigini. Ate pensa sia per le pastiglie per la pressione, ma non si è mai fatta visitare, perché non ha un attimo di respiro fra un incarico e l’altro.
Stava cercando di far fare il ruttino al piccolo Henry, ha spiegato Dina con un cenno d’accusa nella voce, come se la colpa fosse del bimbo. Nemmeno questo ha sorpreso Jane più di tanto. Ate le aveva detto che Henry non faceva il ruttino nelle solite posizioni: seduto in grembo con il collo sorretto dalle dita e il corpo ritto sopra le gambette magre come ramoscelli; oppure appoggiato alla spalla come un sacco di riso. Ruttava solo quando Ate camminava e gli dava qualche colpetto sulla schiena scuotendolo delicatamente, ma anche così potevano vo- lerci dieci o venti minuti.
«Mettilo giù, hai bisogno di riposarti» l’aveva incoraggiata Jane al telefono due sere prima, mentre Ate cenava frettolosamente in camera sua.
«Ay. Ma se non fa il ruttino l’aria nella pancia lo sveglia e dorme troppo poco. Sto cercando di insegnargli la routine».
Dina ha raccontato a Jane che prima di svenire Ate è riuscita a posare Henry sul divano. Pur avendo ancora delle perdite, e nonostante Henry avesse solo tre settimane, la madre era uscita a fare ginnastica, perciò era stata Dina a chiamare il 911 e a tenere in braccio il bimbo mentre i soccorritori portavano Ate nel montacarichi. Ed era stata Dina ad avvisare Jane dopo aver trovato il numero nel telefono di Ate. Era ricoverata in ospedale ed era sola, il messaggio vocale non diceva altro.

(Riproduzione riservata)

© Ponte alle Grazie

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La fabbrica - Joanne Ramos - copertinaLa scheda del libro: “La Fabbrica” di Joanne Ramos (Ponte alle Grazie – traduzione di Michele Piumini)

Jane è una giovane madre single immigrata negli Stati Uniti dalle Filippine. Vive in un dormitorio nel Queens, a New York, insieme alla cugina Evelyn e a tante altre donne che, come lei, sono venute qui con la speranza di una vita e di un futuro migliori. Dopo i primi lavori presso alcune facoltose famiglie di Manhattan, Jane riesce a entrare a Golden Oaks, una residenza idilliaca nelle campagne del fiume Hudson che ospita «madri surrogate», donne e ragazze bisognose come Jane, che concedono il proprio corpo alle ricche «clienti» in cambio di un compenso che potrà letteralmente trasformare la loro vita. Ben presto, però, affiora il durissimo compromesso a cui devono adeguarsi le «Ospiti»: Golden Oaks, gestita da un’ambiziosa donna d’affari di origini cinesi, è in realtà una prigione dorata, un ambiente «calibrato per massimizzare il potenziale fetale», dove le ospiti sono tenute sotto strettissima sorveglianza. L’esperienza straziante a cui va incontro Jane è una versione inquietante del sogno americano, dove il denaro permette di comprare e vendere qualunque cosa, persino la vita. Protagoniste sono le donne, vittime e carnefici di un meccanismo sottile e perverso, in cui si intrecciano ambizione e potere, desiderio di riscatto e spirito di sacrificio. Il risultato è un affresco spietato e insieme toccante di un universo femminile costretto a fare i conti con i propri valori e sentimenti più profondi.

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Joanne Ramos è nata nelle Filippine e si è trasferita nel Wisconsin a sei anni. Dopo essersi laureata a Princeton ha lavorato per diversi anni nel settore finanziario e ha cominciato a scrivere per l’Economist. Fa parte del consiglio di amministrazione di The Moth, un’associazione non profit newyorkese dedicata all’arte della narrazione. Questo è il suo primo romanzo.

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