Home > Recensioni > VIRGINIA NEL CASSETTO di Stefano Biolchini (recensione)

VIRGINIA NEL CASSETTO di Stefano Biolchini (recensione)

aprile 15, 2020

“Virginia nel cassetto” di Stefano Biolchini (Caffèorchidea)

* * *

di Eva Luna Mascolino

Virginia nel cassetto, l’ultima pubblicazione di Stefano Biolchini, uscita nel 2019 per la casa editrice Caffèorchidea, è una storia che viene dalla poesia. Musicale nel linguaggio, delicata nei toni e densissima di significati non sempre immediati da cogliere, si configura infatti come un lungo viaggio introspettivo e familiare, a ritroso nel tempo e sempre più ampio negli spazi che comprende, come solo in universo regolato dalle leggi del lirismo è possibile.
Una prima traccia di questa impostazione appare evidente dalla scelta dei titoli dei capitoli, che sembrano quasi le descrizioni di un paesaggio interiore, oltre che geografico, e un secondo inizio concorre a rafforzare con fermezza la percezione iniziale: la narrazione dei fatti in prima persona, così raccolta da sembrare quasi destinata alle pagine di un diario, o alla confidenza scambiata con una persona cara e vicina. In un perenne dialogo tra il protagonista, Andrea, e chi decide di avventurarsi insieme a lui in un singolare labirinto romanzesco, ci si ritrova allora a spostarsi dalla Sardegna alla Parigi, da Parigi a Roma e poi di nuovo a Cagliari, per poi passare da Milano e ritornare al punto di partenza. Tra un luogo e l’altro, non mancano le pennellate di un artigiano sapiente, in grado di lasciarsi ammaliare dalla terra e di incantare con i ritratti naturali che ne restituisce.
A pagina 56, non per niente, si legge: «Cagliari, dal mare, sembrava una meringa, tutta bianca, da un lato il ricciolo all’insù delle torri del Castello. Appena la nave entrò nel Golfo degli Angeli, lei era lì che ti scrutava, stancamente appollaiata sulle sue colline. Un’opulenta matrona romana. Solo il maestrale sembrava sconvolgerla, indolenzita come appariva. Impercettibili rifrazioni di luce, sotto la continua canicola, facevano ballare a dismisura le cime dei palazzi, mentre il lungo viale di palme della via Roma, con i polverosi porticati di marmi liberty, stranamente, la facevano apparire bella, perfino fra le stonate strutture del porto».
Grande spazio è dato anche alla musica, che appare tanto attraverso la presenza di veri e propri teatri di fama internazionale, quanto tramite una serie di sottili riferimenti intertestuali, il più chiaro dei quali coincide con il titolo di un capitolo (Parigi, o cara) che richiama al volo l’omonimo duetto tratto dal terzo atto de La Traviata di Verdi. Il rimando culturale, però, è qui doppio, dal momento che probabilmente tiene conto anche dell’omonima commedia cinematografica italiana uscita nel 1962 e diretta da Vittorio Caprioli, con Franca Valeri e Fiorenzo Fiorenti, tra gli altri, nel cast. A differenza della pellicola e in un’ideale vicinanza con l’opera verdiana, a imporsi qui è il carattere tragico di una vicenda che si snoda sempre al confine tra la finzione e la realtà.
Nel cammino che tanto respiro lascia alla bellezza ancestrale e alle arti, dopotutto, Andrea trova anche – e non di rado – motivi di sconforto. L’opera si apre all’indomani del suicidio di suo padre e prosegue alla ricerca di informazioni sempre più dettagliate sulla figura di Virginia, con la quale il protagonista ha un rapporto di parentela da chiarire, un passato da esorcizzare, una cronaca privata da collocare nella sua tridimensionalità all’interno del ventennio fascista non senza difficoltà pratiche e psicologiche. Non è un caso, quindi, che abbondino le domande lasciate in sospeso dal narratore, abbozzate quasi nella speranza che qualcuno le raccolga e le sappia curare, orfane di risposte almeno fino alla fine della storia e forse ben più in là.
Dopo le quattro parti più epilogo in cui è suddiviso il romanzo, in effetti, ci si rende conto che il prezzo da pagare è sempre alto, anche quando si riesce a tirare fuori da un cassetto i resoconti di una famiglia che, altrimenti, sarebbe stata costretta a marcire ancora a lungo. Dopo ben 261 da masticare a poco a poco, assaporando il retrogusto di uno stile ricercato eppure contemporaneo, che alterna segreterie telefoniche e rapidi scambi dialogici in francese, ci si rassegna (o si fa pace) dunque con l’idea che nel corso dell’esistenza qualcosa si scopre e si guadagna, mentre qualcos’altro si perde inesorabilmente, ora nella Senna e ora nella memoria, ora nel presente e ora in casa propria.

* * *

La scheda del libro: “Virginia nel cassetto” di Stefano Biolchini (Caffèorchidea)

Virginia nel cassetto - Stefano Biolchini - copertinaCi sono storie nascoste, maledette. La famiglia Corsini – nobili e fieri proprietari terrieri sardi – per anni è riuscita a nasconderne una. Ma alla morte del padre, Andrea comincia un percorso di ricerca che parte da Parigi, in un piccolo appartamento di famiglia, e tra lettere, foto e racconti arriva fino a Virginia e alla sue peripezie; di queste inizia a scriverne un romanzo. In una Sardegna antica, fra strade di paesi labirintiche, sguardi pesanti e voci di piazza, la storia di Virginia apre uno squarcio sul mondo sardo durante il ventennio fascista, indaga l’orgoglio di una famiglia, la cupidigia dei possedimenti, gli scontri generazionali. E scopre il velo su una storia di coraggio e ribellione, l’epopea di una Nora post-Ibseniana alla ricerca della propria redenzione. Tra le pagine di questo romanzo cariche di tensione emotiva, nel disvelamento di una questione privata, eppure universale, due domande sorreggono il gioco del racconto: Può la letteratura, a distanza di anni, redimere le sofferenze vissute da chi ci ha preceduto? E a quale prezzo?

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: