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SAURA. LE STANZE DEL CUORE di Tea Ranno (recensione)

aprile 19, 2020

“Saura. Le stanze del cuore” di Tea Ranno (Risfoglia)

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Una fiaba contemporanea sul conflitto generazionale

di Emma Di Rao

Non è di certo casuale, nella produzione letteraria di Tea Ranno, il frequente ricorrere dell’immagine di una ‘stanza’, quasi un leitmotiv che assume, di volta in volta, forme diverse: talora può trattarsi di una piazza buia e deserta, talora  di  una stanza del sole, altre volte della stanza di una torre che si accende dei colori del cielo, ma, sempre, essa è luogo dell’anima, un microcosmo vitalisticamente connesso con il mondo esterno da cui provengono voci, bagliori di luce, volti in cerca di interlocutori. Ed è un’immagine il cui significato occorre cercare non solo in quello sguardo dell’autrice che abbiamo già, in altra occasione, definito simpatetico, ma anche in una scrittura che non rimane mai intrappolata nei confini angusti della dimensione soggettiva, preferendo un sistema di rapporti vitali tra l’io e il reale, tra “il Mondo di Dentro’’e ‘‘il Mondo di Fuori”.
Nell’ultima prova letteraria di Tea Ranno, “Saura. Le stanze del cuore” (edito da Risfoglia), il leitmotiv della stanza-luogo dell’anima diviene addirittura il titolo e per di più nella forma plurale, quasi a segnare il potenziamento di una ricchezza interiore che, unita ad una fervida fantasia, permette all’autrice di penetrare ancora una volta nell’universo femminile per svelarne perplessità, misteri e intuizioni. La freschezza inventiva e l’atmosfera fiabesca che caratterizzano il dispositivo narrativo di “Saura” non devono trarci in inganno inducendoci a ritenere il libro un mero esempio di  letteratura destinata esclusivamente ad un pubblico giovanile: se è vero, infatti, che la tematica concerne il complesso relazionarsi di una dodicenne con il mondo circostante degli adulti e dei coetanei, è anche vero che tale argomento si coniuga, nelle sue modalità di sviluppo, con un più serio e problematico elemento ovvero  il viaggio introspettivo che la protagonista effettua nelle zone più recondite dell’io, in quella “terra di confine che abitiamo dormendo. Che è dei vivi e dei morti nello stesso tempo”.
Dotata di un’accesa sensibilità, che le permette inconsuete e del tutto libere associazioni fra le cose – come abbinare i nomi con i colori o preferire “insalate di frutta e gelati di verdure”-, e corrosa da una tristezza inspiegabile, la protagonista, che già nel proprio nome rinviene una fonte di costante disagio, aspira inutilmente ad una vita normale, in cui normalità significhi godere di ogni residua attenzione da parte dei propri genitori e disporre di un’attenzione che non sia a pagamento, come quella delle governanti alle quali viene spesso affidata. Ed ecco che un giorno, quando, per una presunta disattenzione familiare, rabbia e delusione divengono incontenibili, una mano, sbucata d’improvviso dal petto di Saura, l’afferra per trascinarla giù fino a raggiungere le stanze del cuore. E cosa rappresentano queste ultime se non quel luogo oscuro dove vivono aspirazioni, possibilità e desideri che abbiamo a lungo represso o ignorato, ma ai quali si vorrebbe dar compimento? Discesa in una stanza che è la caverna buia e fredda del suo cuore, Saura si imbatte non solo nelle sfortunate tate contro le quali, fino a quel momento, si era scagliata con i suoi aculei di istrice, ma anche in bizzarre creature, ora gentili ora malevole, ognuna delle quali rimanda, sotto la scorza fantastica, ad un ben preciso significato.
Risultato immagini per tea ranno letteratitudineL’oscurità del luogo, i rumori aspri e stridenti, il vento impetuoso e le fameliche iene che atterriscono la protagonista costituiscono ‘ingredienti’ danteschi già presenti nella struttura narrativa del romanzo “Sentimi”, ma essi concorrono ora alla creazione di  un’atmosfera che non è né surreale né visionaria: la scrittura di Tea Ranno disegna, infatti, in “Saura”, incantevoli e lievi trame di una vicenda il cui dispositivo fiabesco diviene pretesto per sottrarre peso ad una realtà non di rado amara e dolorosa anche nella prospettiva giovanile. E se, come già in “Sentimi”, svariate voci intervengono per aiutare la protagonista a dipanare l’intricata matassa esistenziale, non si tratta di voci dolenti e accorate, ma di voci per lo più ridenti e gioiose, come quelle delle governanti, che, accomunate da un grande abbraccio di sorellanza, sono desiderose di testimoniare a Saura la loro umana e generosa benevolenza.
Affinché la protagonista possa sanare le sue ferite, dovrà però adottare un’ottica che vada oltre il proprio io ed includa ‘l’altro da sé’; ecco perché l’autrice conferisce voce per esprimersi e spazio per intervenire a coloro che vogliano soccorrere chi si è temporaneamente smarrito. Da qui nasce un vero e proprio caleidoscopio di vivaci situazioni narrative che oggettivizzano i sentimenti e le paure di Saura e di cui sono protagonisti figure immaginarie, giunte in aiuto della ragazza. Ma è soprattutto ‘l’altro sé’ che Saura dovrà includere ovvero l’abitatrice della parte più recondita del suo cuore: quella metà di Saura, generosa e amabile, innocente e gentile, la cui vittoria sul male è definitivamente sancita da un autentico diluvio di lacrime purificatrici. E come nel calviniano “Visconte dimezzato”, anche qui il contesto fantastico è l’occasione per ribadire la necessità che le due parti componenti l’animo umano, il bene e il male, si saldino per far sì che ‘la parte bambina’ si riunisca a Saura dodicenne, sconfiggendo il rancore di quest’ultima nei confronti di coloro, coetanei e genitori, dai quali ritiene di non aver ricevuto sufficiente considerazione. L’incompletezza della protagonista viene così a risolversi in una personalità finalmente in grado di percepire che ognuno di noi è parte di un tutto e che la gioia raggiunta non si nutre di se stessa, ma ha un ampio respiro, poiché accoglie abbandoni e insuccessi, come mostrano quelle tante “medaglie guadagnate nella lotta per la conquista della felicità”, felicità che non è certo affidata a salvifiche formule magiche.
Il cuore, dunque, non apparirà più un intricato e buio labirinto, ma una stanza circolare, bianca e luminosa, con tante finestre spalancate sul cielo e sul mare, e con numerose porte che rendono facile entrarvi ed uscirne, efficace metafora della rimozione di ogni ostacolo che si frapponga alla conquista di un pieno e gioioso sentire. A questo esito concorre anche l’adozione, da parte della protagonista, di una prospettiva ‘alta’: quella verticalità che in “Sentimi” coincideva con “il tempo delle colline” è qui rappresentata dall’immagine del muro, dopo aver scalato il quale Saura potrà finalmente intravvedere l’uscita dal labirinto in cui è rimasta imprigionata. Nelle stanze del cuore, nascoste sotto la cortina della coscienza, la giovane ritrova finalmente tutto ciò che credeva perduto e se ciò avviene è grazie a un mutamento di prospettiva che rovescia le coordinate usuali del suo mondo, proprio come avviene al personaggio ariostesco di Astolfo, che sulla Luna -immaginifico rovesciamento della terra- ritrova, insieme al senno di Orlando, quanto nel mondo è stato perduto dagli uomini.
Non è irrilevante notare quanto siano felicemente costruite le metafore con cui l’autrice adombra situazioni ed affetti della protagonista: basti pensare alla stravagante e benevola figura di Franz che in varie occasioni protegge Saura e le infonde sicurezza non solo con l’elargire abbracci, ma anche con il dissipare le ‘‘ragnatele dei malumori”. Sottesa, in questo caso, è l’allusione al permanere, nei recessi più profondi dell’animo della ragazza, dei tratti positivi della figura del padre, nonostante le incrinature provocate in lei dall’infedeltà di quest’ultimo verso la moglie. O,ancora, si osservi la valenza simbolica dell’episodio che ritrae la battaglia fra il corvo nero Kalim, trasfigurazione fantastica della “stanza del veleno” e della cattiva Saura, e il protettivo angelo Franz : in una scena che appare caratterizzata da un vivace ritmo narrativo e che conserva il vago ‘sapore’ di una delle più note pagine de “Il Maestro e Margherita”, l’eterna lotta fra il bene e il male culmina nell’esilarante trovata di affidare la vittoria del primo ad un’arma insolita,un confetto, “non un confetto qualunque” – come afferma il personaggio di Luisa -, ma uno di quelli offerti in occasione del matrimonio dei genitori di Saura.  Il divertente espediente narrativo sembra voler dimostrare che la riconciliazione della protagonista col mondo deriva dalla ritrovata consapevolezza del ruolo determinante della famiglia nella propria ricerca della felicità, nonché dall’aver finalmente compreso l’importanza dei ruoli svolti dai genitori nell’ambito della loro professione, quali la salvezza di vite umane da parte della madre e la rigorosa amministrazione della giustizia da parte del padre.
Ciò che comunque importa sottolineare è il fatto che per Saura non sarà sufficiente muoversi a proprio agio nelle stanze del cuore: dopo aver ritrovato la stagione dell’infanzia, dopo aver inglobato in sé l’innocente Saurina, è nel Mondo di Fuori che la protagonista dovrà tornare per abitare stanze “meno fantasiose e pazze”, ma altrettanto affollate di volti e affetti, un mondo in cui altre finestre si apriranno così da catturare la vita nelle sue inevitabili mancanze, ma anche nella sua irrinunciabile contentezza. Libera dai pesanti macigni che avevano gravato su di lei o che ella stessa aveva erroneamente creato, Saura ritrova una gioia che diviene tutt’uno con una levità mai avvertita prima. Ed è una levità che nella parte conclusiva della vicenda si declina in una direzione imprevedibile, cioè nella capacità della protagonista di comporre agevolmente frasi le cui parole fluiscono senza difficoltà dalla mente alla penna, sia pure per svolgere un compito scolastico il cui voto, comunque, non potrà che essere ‘undici’. Non risulta difficile rinvenire la ratio di questa sorprendente dote nel singolare personaggio di Durlindana Spark, “una donna fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, che, con un taccuino e una penna in mano, prende nota dei fatti strabilianti di cui talvolta è testimone”. In questo caso, Durlindana, il cui nome è quello della leggendaria spada del paladino Orlando, assolve la propria funzione di difesa col divenire lo strumento che permette di conservare memoria di quanto rischia inevitabilmente l’oblio.
Ed ancora, come non associare questo etereo, fiabesco personaggio, che usa la penna come arma sacra, alla protagonista-scrittrice che, in “Sentimi”, annota su un taccuino sbiadito dalla pioggia le dolenti storie narrate dalle larve di donne morte? Non si tratta, a nostro avviso, di rimandi o semplici corrispondenze, ma di un filo ininterrotto che si snoda attraversando i testi di Tea Ranno fino a costituirne il tessuto connettivo: la necessità imprescindibile di affidare alla scrittura il compito di correggere la precarietà dell’esistenza umana e di dar voce al non detto, sottraendolo definitivamente al silenzio.
Unitamente al potere salvifico, la scrittura rappresenta in “Saura” anche un formidabile strumento di conciliazione dell’io con il mondo, dal momento che la giovanissima protagonista, dopo aver risemantizzato gli eventi della propria infanzia, diviene, o meglio torna ad essere, “una creatura di vento e di fuoco, una creatura magica”, la cui mano “danza sul foglio e compone frasi magnifiche.” A questo punto, non è difficile immaginare, con un volo forse troppo audace, che Saura, tornata nel Mondo di Fuori, sia pronta a divenire – chissà…- Lietta o Angelina Ornamento o chiunque nel variegato universo femminile di Tea Ranno abbia riposto fiducia e speranza in quel dono straordinario che la parola poetica elargisce all’umanità. Al di là di questa suggestiva ipotesi, è innegabile che “Saura. Le stanze del cuore” ci induce a riflettere su molteplici aspetti dell’esistenza e lo fa con una leggerezza che è solo apparente, con una svagata immaginazione che rimane saldamente ancorata alla realtà, con un dispositivo fantastico che è simile ad un gioco, ma, comunque, un serissimo gioco.

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La scheda del libro: “Saura. Le stanze del cuore” di Tea Ranno (Risfoglia / Armando Curcio Editore)

Saura, dodicenne, figlia di una chirurga pediatrica e di un giudice, soffre dell’assenza dei genitori, troppo presi dal lavoro, odia i suoi compagni di classe, che la deridono per via del nome così ingombrante, e odia le innumerevoli tate che vengono a occuparsi di lei. Una mattina che piove, la mamma decide di non mandarla a scuola: ha il giorno libero e potranno trascorrere un bel po’ di tempo insieme. All’improvviso, però, squilla il cellulare. C’è un bambino in fin di vita e la dottoressa deve correre a salvarlo. Fine del divertimento, fine della mamma “tutta per sé”. Saura s’arrabbia, si chiude in camera e caccia la tata appena giunta. Si sente tristissima, e il suo petto pare bucarsi per il dolore. Lo sfiora con un dito: davvero c’è un buco. Abbassa la testa per controllare ma in quel momento dal buco esce una mano che l’acchiappa e la porta dentro di sé. Comincerà, così, un viaggio per le stanze del suo cuore. Incontrerà persone amatissime, si riconcilierà con le tate, con i suoi compagni, diventerà la Regina dei sauri, affronterà le iene trasformandosi in istrice e verrà a un confronto con Saurina, la sua parte bambina. Insomma, vivrà avventure straordinarie che la porteranno a superare le rabbie, i dolori, le mancanze e tutto ciò che la ferisce. Età di lettura: da 11 anni.

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai Premi Calvino e Berto, vincitore del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 per Mondadori è uscita La sposa vermiglia, romanzo vincitore del Premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e, per Curcio editore, i libri per bambini e ragazzi: Le ore della contentezza, I vestiti di Babbo Natale, La befana e il colpo della strega.
Nel 2019 sono usciti i romanzi L’amurusanza (Mondadori) e Saura. Le stanze del cuore (Risfoglia Editore).

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