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Le nuove opere di OCEAN VUONG e GIOVANNA CRISTINA VIVINETTO

aprile 22, 2020

Brevemente risplendiamo sulla terra - Ocean Vuong - copertinaDove non siamo stati - Giovanna Cristina Vivinetto - copertina“Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong (La nave di Teseo – traduz. di Claudia Durastanti)

“Dove non siamo stati” di Giovanna Cristina Vivinetto (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli)

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L’ode alle nonne nella poesia di Ocean Vuong e di Giovanna Cristina Vivinetto

di Daniela Sessa

Lan e Lilluzza sono due formidabili figure femminili. Attraversano, spaccano, sconquassano, ordinano le vite e le parole dei loro nipoti: due poeti, Ocean Vuong e Giovanna Cristina Vivinetto. Due poeti con il dono di fare della poesia liturgia della materia. Vuong con “Brevemente risplendiamo sulla terra” (nella nitida e preziosa traduzione di Claudia Durastanti) e Vivinetto con “Dove non siamo stati” scrivono un romanzo familiare in cui la parola, incerta tra rigo e verso, si inarca e si inabissa alla ricerca di un limite in cui sconfinare. Quel limite è la memoria, che ognuno di loro, servendosi di una materia lessicale diversa (ariosa Vivinetto, densa Vuong) incarna nella storia delle loro formidabili nonne. Come la fossa di Aristotele che per accidente svela un tesoro, accade che i due libri per un insospettabile accidente raccontino la morte di due nonne e che le loro parole pietose e dolorose facciano dell’accidente sostanza narrata di questi tristi interminabili giorni. “Brevemente splendiamo sulla terra” e “Dove non siamo stati” incastonano Lan e Lilluzza al centro del racconto di una rinascita: Vivinetto continua la storia della scorzatura della sua identità per avere “la possibilità di accadere ancora”, Vuong si costituisce come preda per “risplendere su questa terra”. In ogni caso occorre sprofondare dentro un ventre. Vuong e Vivinetto scelgono quello delle nonne materne.
Brevemente splendiamo sulla terra” è la lunga lettera di Little Dog (il nomignolo che la nonna dà all’io narrante) alla madre illetterata. Un fiume di parole aspre e materiche dà forma a un’autobiografia che è uno squarcio sulla pelle di un’America quasi oleografica. Ocean Vuong s’inebria della durezza lirica di Steinbeck, quando racconta la storia di tentativi di riscatto di chi sta ai margini del sogno americano, soprattutto se quel sogno arriva dal buio della guerra del Vietnam. Little dog di quella guerra è un figlio imperfetto e perfetto a un tempo. Imperfetto perché è giallo, queer, povero, perdente. Perfetto se il suo corpo arrivato bambino nelle periferie americane diventa il simbolo della riparazione di tutte le bombe che incendiarono la sua terra.
Ocean Vuong in “Brevemente splendiamo sulla terra” è impietoso verso la madre, non ne perdona la violenza, la goffaggine, l’ignoranza, la testardaggine e la volgarità. Mentre quasi in controcanto si erge la madre di sua madre, “una ragazzina che è fuggita dalla sua gioventù senza volto solo per darsi il nome di un fiore che si apre come qualcosa che è stato appena squarciato”. Il fiore è l’orchidea, il nome vietnamita è Lan, Lan è la nonna di Little dog. Personaggio viscerale, a Lan la Storia è scoppiata in faccia: sposa bambina che fugge con una figlia nel ventre, prostituta di yankee per necessità, incinta poi di un soldato americano, sporca di pipì e con una bambina in braccio davanti a un checkpoint, volata dal Vietnam ad Hartfort nel Connecticut. Come una farfalla monarca che ce l’ha fatta. Lan è nella memoria del nipote una delle variopinte matriarche dal comportamento migratorio straordinario. Anche per Lan è stata una migrazione genetica, con le uova in grembo -ed erano Mai, Rose e Little Dog- portate da una parte all’altra del mondo. Un viaggio senza ritorno per Lan, se non dentro un’urna, e forse mai terminato per i suoi “figli” e “nipoti”.  Lan ha una faccia scheletrica, pelle scura e sporca e occhi “che sfavillano come vetro scheggiato”, una mente selvaggia ed esplosiva, una lingua che mitraglia parole. È una creatura sgorgata dalla terra, che alla terra appartiene. Vuong la definisce schizofrenica, “selvatica”, indocile e vagante tra “strati di senso”. Una Baba Yaga dai tratti orientali e dal cuore fumante e profumato come il suo tè al gelsomino e riso, come le sue storie. O la guerriera Lady Triệu, dai seni lunghi e dalla spada infallibile: perché nel mito vietnamita sono le donne a salvare un popolo. Una figura femminile radicale, estrema. Viola. Come il suo ao dai, il vestito con lo spacco vertiginoso con cui si dava ai soldati nella Baia di Ha Long. Viola come una giornata qualunque, come la schiena di Trevor sotto la luna, come il “gancio che regge due pensieri completi”, come il cielo, come l’ippopotamo scorto nel buio. Come i fiorellini rubati rocambolescamente dal piccolo Vuong e da Lan, come i suoi piedi congestionati nel letto di morte. Il racconto della morte di Lan è feroce, il racconto della sua sepoltura epico.
La morbidezza delle parole di Vivinetto, invece, investe la ferocia della morte di sua nonna di elegia. Se Lan è memoria fino alla fine, a Lilluzza la memoria si è inceppata, nonostante sapesse che “…un giorno vicino la luce poteva/ sprofondare dall’alto, scollare/ le ombre dalla terra, rompere la linea/ esatta delle figure. Disperdere le cose…”. E Vivinetto dà voce alle cose disperse nella mente della nonna: i fratelli morti, il matrimonio, i numeri e le date, la vita nell’isola di Ortigia a Siracusa, gli abiti afoni, la frittata di patate e il polpo bollito della domenica, l’attesa della famiglia in cima alle scale, i pensieri, il nome. Un’identità sparita da ricostruire che Vivinetto fa metafora della sua stessa identità, parola mancante da reimparare. La seconda sezione di “Dove non siamo stati” è l’ultima storia di una nonna rifugio, conforto, radice; è “un canto ferito” che disperde lo spavento di ogni morte: “i vestiti spellati via” in ospedale, il “materasso intriso di quel che resta quando ci si spegne” si annullano nella “ringhiera smangiata dal sole alla fonte Aretusa”. La potenza della figura di questa nonna siciliana sta nella semplicità, nei dolori ripiegati nel cuore e trasformati in sorriso, nella tenacia della lotta contro la malattia. Vivinetto indugia nel racconto della malattia e della morte quasi a farne da spartiacque e specchio della sua storia -di transizione sessuale- in un continuo rimando tra perdita (la nonna) e conquista (l’io lirico) della memoria, a farne luogo della parola “Abbiamo capito di non essere mai esistiti quando/ queste storie abbiamo smesso di raccontarle”.  Se il viola illividisce la morte di Lan, per Vivinetto il colore arancio con cui sono state ritinteggiate le pareti della casa della nonna è tradimento della memoria, perché “La vita passa anche attraverso in resti”. Vivinetto in “Dove non siamo stati” raggiunge la maturità di poeta, non solo nella disinvoltura del metro e nella sicurezza con cui mette in armonia ritmo e parola, ma anche nella riflessione sulla parola poetica. Poeti distanti solo geograficamente, Vuong e Vivinetto condividono pure la scaturigine del linguaggio. Se per il primo “siamo le ombre delle nostre mani su due pagine diverse”, per la poetessa siciliana di noi resteranno i nomi “…a sottrarci/ dalla penombra- per un attimo/ sapremo che non ce ne siamo mai andati”. Nella povertà emotiva, che troveremo fuori dalla trincea in cui stiamo adesso vivendo, sarà la parola a riempire il vuoto. Nella nostra Spoon River le migliaia di anziani morti di Coronavirus ci parleranno ancora dalle lapidi del ricordo. Nella pietra troveremo l’eco dell’affanno scottante degli ultimi giorni, dell’impietosa contabilità anagrafica, della solitudine della morte che è sempre una faccenda privata ma stavolta lo è di più. Come la memoria, sarà un’eco raggomitolata: da pacata –com’è la voce dei nonni- ad acuta com’era la stessa voce nella loro giovinezza, tutta consumata dentro il Novecento. La memoria di loro sarà un dovere, di quelli alti. Avrà bisogno di parole forti. Le parole di Ocean Vuong e di Giovanna Cristina Vivinetto.

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Brevemente risplendiamo sulla terra - Ocean Vuong - copertinaLa scheda di “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong (La nave di Teseo – traduz. di Claudia Durastanti)

Un libro sulla forza di raccontarsi per riscattare il silenzio di non essere ascoltati, che rivela l’intensità e la grazia della scrittura di Ocean Vuong.

Little Dog, la voce di questo straordinario romanzo di esordio tradotto in tutto il mondo, ricostruisce in una lettera alla madre la storia della sua famiglia, segnata dalla guerra del Vietnam e dall’emigrazione negli Stati Uniti. Arrivati in America nel 1990, Little Dog e sua madre Rose si stabiliscono in Connecticut, dove lei si mantiene facendo manicure e pedicure. Ma la donna soffre di un disturbo da stress post-traumatico che si manifesta in violenti scoppi d’ira contro il figlio, alternati a gesti di tenerezza assoluta. Con loro abita la nonna Lan, che ha vissuto il dramma della guerra in prima persona: fuggita da un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano, è costretta a vendersi ai soldati americani per mantenersi. Little Dog, crescendo, si fa interprete del dialogo impossibile tra le generazioni della sua famiglia tutta al femminile, unendo due donne che non parlano l’inglese e faticano a integrarsi nella cultura americana. Prendendosi cura degli altri, Little Dog impara a conoscere se stesso, dal difficile rapporto con i suoi coetanei che lo prendono di mira per la sua diversità, fino alla scoperta dell’amore. Accolto dalla critica come il nuovo grande romanzo americano, Brevemente risplendiamo sulla terra è una straordinaria storia di formazione che, attraverso il legame d’amore tra un figlio e una madre, parla di identità, differenza, di come impariamo ad abitare i sentimenti più grandi.

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Dove non siamo stati - Giovanna Cristina Vivinetto - copertinaLa scheda di “Dove non siamo stati” di Giovanna Cristina Vivinetto (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli)

Dove non siamo stati, sembra dirci l’autrice in questo nuovo libro di poesie, in realtà c’eravamo già: eravamo nei corpi e nelle storie degli altri.

La transizione, che nei versi di Dolore minimo è sessuale, diventa qui un dato esistenziale irrinunciabile per poter andare avanti. Una poesia di fantasmi e di addii, di case abbandonate, di realtà custodite solo nel ricordo di chi resta, nei giochi lasciati dai bambini nei cortili dell’infanzia. Un senso di conclusione pervade i suoi versi serrati, quello definitivo che sempre precede il cambiamento. Una fine che va indagata nei momenti più dolenti, prima di lasciare il passo alla realtà nuova che bussa alle porte. Un portato poetico universale e autentico, in cui l’esperienza personale si trasfigura per accogliere il vissuto di ciascuno, interrogando un vuoto in cui, a ben vedere, siamo sempre stati. Con una prefazione di Roberta Dapunt e una nota critica di Alberto Bertoni.

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