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CRIMINI E CREDITI di Antonio Di Grado (recensione)

aprile 27, 2020

Cover

“Crimini e crediti. Novellino universitario” di Antonio Di Grado (Euno Edizioni)

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Di Antonio Di Grado che si finse novelliere e canzonò esimi dottori e promettenti pulzelle

di Daniela Sessa

Basta la scena della porta incautamente aperta sulle candide natiche del professore Aldo Molfetta “sussultanti tra le gambe ben divaricate di Giacinta Gallodoro”, studentessa di un collettivo marxista, per pensare: oibò! Siamo a Boccaccio, a Rabelais o di fronte a quell’equilibrista di Palazzeschi che nei suoi andirivieni letterari fu tentato pure dalla satira? Antonio Di Grado, nel silenzio immobile della pandemia si lancia in una sfida letteraria dal sospettabile intento apotropaico, veste i panni di un narratore mattatore e si libera di tutti quei pensieri maliziosi, insofferenti, irriverenti e polemici che ha accumulato in lunghi anni di docenza universitaria, rovesciandoli dentro dieci deliziosi racconti dal titolo endiadico “Crimini e crediti”.  Attenzione: non è l’effetto collaterale dell’isolamento che ha rivelato la vena ironica (o sardonica?) del carissimo Antonio Di Grado. Piuttosto è quel suo sguardo sospeso tra il candore e la canzonatura che adesso, da una dimensione spaziotemporale liberatoria, lo ha portato a puntare il dito contro il criminoso e criminale sistema universitario svilito, inesorabilmente, da un sapere a punti. Crimini e crediti, perciò. Si sa che, da che mondo letterario è mondo letterario, l’irrisione del potere passa per la beffa, per la carne, per la caricatura, per il pasticcio linguistico.  Ecco, allora, un profluvio onomastico che si impenna nei battesimi delle discipline dell’Università delocalizzata d’ascendenza gelminiana (invero Gelmini è stata solo una dei demolitori del sistema dell’istruzione): il professor Trevi insegna Anticaglie celtiche,  Anchise D’Ignoti è titolare di Ittiologia balcanica nel dipartimento di Scienze equoree, Oriane de Ventandour (trafitta da similintellettuale passione) finisce per sposare Peppino Spanò esperto in Fandonie letterarie e a ritrovarsi cattedratica di Erotologia transalpina. La penna linguta di Antonio Di Grado scorrazza tra le discipline: Anamnesi dell’Albicocca, Tettonica Postmoderna, Letteratura suburbana, Dialettologia pedemontana. Di fronte a esse, Antropologia post comunista e Storia dei partiti politici della Patagonia sembrano reperti gentiliani mentre Prudenza senza giuris (imperdibile la gustosa spiegazione) un aggraziato calembour. E che dire dei convegni? Mariastella Gelmini discetta su “Filosofia del make-up e ontogenesi dell’immobilismo”, Anselmo Cocilovo propone “Per un sapere efficace, figlio del Jobs Act e del Coronavirus” e lascio al lettore i titoli delle varie relazioni in cui, mi permetto di notare, manca la relazione sulla Didattica a Distanza. O che dire di “Metafisica della detective story: gialli inconclusi, illusori, autoironici”, titolo di una – chissà se improbabile – tesi assegnata all’avvenente ispettrice Teresa Giallongo proprio da Antonio Di Grado.  Che fa l’intruso dentro “Gli intrusi”, il racconto più intricato di allusioni e rimandi letterari e metaletterari, dove il protagonista Giorgio Pane si confonde con “l’umanissimo” Maigret di Simenon letto da Sciascia. A proposito di gialli illusori, applausi a Matilde Rimasuglia, simbolo di tutte le vendette contro lo sterile accademismo. Va da sé che al lettore venga il legittimo sospetto che Matilde sia una trasfigurazione dell’autore, perché all’ombra del linguaggio impudente in “Crimini e crediti” ci sono temi importanti: la delocalizzazione delle sedi universitarie, il clientelismo, lo sfruttamento dei ricercatori, il farraginoso sistema di valutazione, le lotte intestine tra i titolari delle cattedre a caccia di punti di credito che rendano appetibili i loro insegnamenti, studentesse donatrici di grazie carnali agli esimi dottori con in mano il loro destino accademico, il bolso sapere specialistico di studiosi perlopiù frustrati eredi di una sinistra imbalsamata. Amaro è il racconto “Quarant’anni dopo”: due infiacchiti ricercatori con l’eschimo intatto, dopo sessant’anni, provano a rifare l’occupazione dell’università per vedere se quell’idea di mondo poteva rinascere. Una rinascita disperata se il marxismo-leninismo più che a un samidatz si affida a un’audiocassetta di Toto Cutugno. La scena è in “Oci ciornie”, racconto il cui titolo è un tributo al cinema come lo è l’ultimo “Bus stop”, translitterazione del celebre film con Marilyn Monroe, qui derubricata o magari innalzata a Maria Sapuppo, bistrattata e timida studentessa.
Con Maria Sapuppo Di Grado si concede il divertissement di citare “Singolare avventura di Francesco Maria” di Vitaliano Brancati. Brancati è autore del canone digradiano (i suoi allievi felicemente lo sanno, fidatevi) e in “Crimini e crediti” del brancatismo c’è lo sguardo sornione e la metafora di Natàca, città-mito garbata e claustrofobica, indolente e brulicante di malaffare come lo stesso Di Grado ha raccontato in “Lux in tenebris” proprio su Letteratitudine. Quelle quattro puntate per certi aspetti preannunziavano questo gustoso libello, commedia gaia alla Beaumarchais, album di caricature dal tratto sferzante alla Daumier, letterario svago così privo di condizionamenti da permettersi di fare parodia dei titoli di Hemigway, Tolstoj, Dostoevskij, Leopardi, Proust e da laureare un cane. Cavarsela tra i frizzi e lazzi di cui è fatto “Crimini e crediti” è un gioco tutto dei lettori. A chi scrive basta, a questo punto, dare un avvertimento e permettersi un suggerimento. L’avvertimento è di non lasciarsi ingannare dalla confessione dell’autore che si finge modesto definendo i suoi racconti bozzetti o capricci. Il suggerimento è di immaginare Micio Tempio con un’espressione ora compiaciuta quando legge di “amplessi subacquei a trois” ora incredula di fronte a una passione battezzata rincoglionimento. Perché c’è da scommettere che l’autore, accingendosi a scrivere questo libro, ha strizzato l’occhio a Micio Tempio. Pudicamente.

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La scheda del libro: “Crimini e crediti. Novellino universitario” di Antonio Di Grado (Euno Edizioni)

CoverDieci apologhi o meglio “capricci” di ambientazione universitaria, scritti da un ex accademico che in quel mondo ha vissuto con passione, e se ora ha voglia di sorriderne non è per rinnegarlo ma per rimodularne in chiave di allegretto tipi e tic, patimenti e magagne, inaspriti e parodizzati fino al grottesco. Cattedratici bolsi o sfigati, discepoli maldestri o malmostosi, congiure sgangherate e simposi surreali, goffi amori e sordi rancori danno vita e colori a una irriverente gouache alla Daumier. E a furia di smorfie e lazzi si tramutano in una masnada di guitti, assoldati per alleviare il peso di questi giorni grevi.

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Antonio Di Grado, già professore ordinario di Letteratura italiana nell’università di Catania e tuttora direttore scientifico della Fondazione Leonardo Sciascia, ha pubblicato numerosi volumi di critica e storiografia letteraria, ultimi dei quali “L’idea che uccide” su letteratura e anarchia e “Le amanti del Loin-Près” sulla mistica femminile. Per Euno edizioni ha pubblicato nel 2016 “Vittorini a cavallo”.

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