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MITI, MIRAGGI E REALTÀ DEL RITORNO di Francesco Roat (un estratto)

aprile 27, 2020

Pubblichiamo il “postludio” del volume Miti, miraggi e realtà del ritorno di Francesco Roat (Moretti & Vitali)

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Fare ritorno -nella propria città, dal lavoro, da un viaggio- sembra cosa realizzabile in modo abbastanza facile. Ma se tutto muta di continuo, sia pure impercettibilmente, c’è davvero la possibilità di tornar da qualche parte o da qualcuno? Hanno ragione Eraclito e Brecht, quando l’uno sostiene: “Nel medesimo fiume non è possibile entrare due volte”; e l’altro, esule a lungo, afferma: “Non lasciatevi sedurre! Non esiste ritorno”?
Comunque sia, dobbiamo sempre misurarci col cambiamento e va pur ammesso che di sera, tornando a casa, talvolta non siamo le stesse persone che al mattino l’hanno lasciata. Ogni ritorno, allora, è forse solo parziale, precario, in certi casi illusorio.

Francesco Roat di tutto questo scrive mediante 13 variazioni sul tema del ritorno -mancato o meno- trattando, fra gli altri, di quello biblico del Figliol prodigo, di Ulisse da Troia, di Euridice dall’oltretomba e dei nostalgici che soffrono il non poter tornare a casa; infine analizzando temi tanto coinvolgenti quanto problematici, come quello della reincarnazione e della resurrezione, nonché quello sulle difficoltà di chi è tornato da Auschwitz.

Di seguito, un brano estratto dal volume…

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Dal volume Miti, miraggi e realtà del ritorno di Francesco Roat (Moretti & Vitali)

 

POSTLUDIO

Avevo pensato di intitolare questo mio scritto finale conclusione, ma tale termine mi è subito parso troppo drastico nel suo alludere a una chiusura definitiva poco consona a una trattazione in merito al ritorno che – se poniamo l’accento sulla sillaba iniziale “ri” – inaugura, oltre alla ripetizione e all’intensità, un inizio, un certo qual rinnovamento, a onta di ogni presupposta volontà o velleità di rendere reversibile un evento.
imageCosì – dopo aver mutato il titolo dello scritto iniziale: da premessa a preludio, volendo sottolinearne il carattere non accademico/serioso bensì giocoso nel senso più elevato del termine – la scelta di intitolare postludio le pagine terminali m’è sembrata conseguentemente adatta a ribadire l’atmosfera ludica e insieme musicale di un saggio che ha voluto esprimere una serie di variazioni/riflessioni sul tema del ritorno tra logos e mythos, sempre giocate all’insegna d’un discorso entro cui poter coniugare senza stridore la parola razionale e quella poetica/poietica.
Tredici personalissime variazioni che potevano essere ben più numerose e non intendono certo porsi come esaustive – giustappunto perciò niente affatto conclusive – su una tematica amplissima, vasta come il paese dell’anima, che è forse l’unico al quale tutti quanti noi, quando ci sentiamo smarriti nel mondo che abitiamo, vorremmo far ritorno.
Ma la questione di fondo resta sempre la stessa: è mai possibile/fattibile una reversibilità integrale di alcunché? Sin troppo scontato rispondere di no, che nessun ritorno pieno ci è concesso, bensì soltanto ritorni parziali, incompleti, imperfetti. Ogni sera torno a casa, è ben vero – accennavo nel preludio – però con un giorno di più sulle spalle che mi muta e la muta impercettibilmente ma inesorabilmente.
Queste considerazioni tuttavia non spengono in noi l’urgenza/esigenza del ritorno. Noi desideriamo che il mondo mantenga il più possibile le sue caratteristiche, che il terreno su cui poggiamo i piedi e sul quale edifichiamo le nostre dimore provvisorie continui/torni a essere stabile ogni nuova giornata, poiché se non lo è, un terremoto – fisico o psichico che sia – ci sconvolge e destabilizza. Così come il tornare a respirare dopo un’apnea assai prolungata risulta indispensabile alla nostra esistenza. Dunque, sì, il ritorno – benché forse giammai completo – ci è necessario, vitale, irrinunciabile.
Dipende da che ritorno auspichiamo/pretendiamo, dirà qualcuno. Orfeo, ad esempio, vuole ciò che (ci) appare umanamente impossibile – non inconcepibile, in quanto egli pensa di poterlo attuare –, cioè il ritorno dei morti alla vita. Ma quanto non è concesso all’uomo – sostiene la mitologia/teologia – è concesso al Dio, che promette resurrezioni o trasmigrazioni dell’anima quantomeno. Cosa dire intorno a tutto ciò? Bollarlo come sogno puerile, fantastico, folle? Sin troppo facile rispondere con un “” perentorio. A mio avviso, ciò che suona categorico e ultimativo puzza di saccente dogmatismo. E allora?
Allora potremmo cogliere in questa nostalgia/fantasia legata alla speranza di realizzare i ritorni più problematici anche un’eccedenza mirabile del sentimento e dell’intuizione. Intravvedere nell’immagine salvifica del ritorno l’istintivo slancio vitale che non riesce a (o non può) figurarsi l’annichilimento, l’essere che diviene non-essere, il nulla della morte definitiva. Ritorno – anzi Nietzsche, con metafora poetica, parla di eterno ritorno – come cifra di uno sguardo inedito rivolto all’abisso (Abgrund) della cosiddetta realtà di cui facciamo parte e di cui non si può cogliere il fondo (Grund) o l’essenza, giacché, per quanto si indaghi macro e microcosmo non si fa che intravvedere ulteriori vastità inesplorate le quali si aprono su un’inesplicabilità che avvertiamo eccedente ogni nostro tentativo di comprenderla. In parole povere sembra proprio che non ci sia dato trovare fondo/fondamento definitivo e stabile, ovvero non vi sia al mondo una sola certezza assoluta o verità infallibile su cui fare riferimento.
Certo, il mito del ritorno è invenzione umana. Tuttavia se analizziamo dal punto di vista etimologico il verbo inventare (derivante da quello latino invenire) possiamo cogliere alla sua radice anche il senso dello scoprire, del trovare. L’invenzione del ritorno – soprattutto quella estrema: che parla del ritorno a Dio o all’esistenza – da parte dell’umanità si può ritenere forse non soltanto un mero prodotto fantastico, ma paradossalmente anche una scoperta: vun far venire alla luce della coscienza ciò che da millenni è stato avvertito come divino. Così ogni racconto mitologico sul ritorno va preso sul serio, giacché/quando esso dice dell’enigmaticità/complessità infinita di ogni cosa e del felice stupore che può accompagnare tale serena presa d’atto. Così niente è più ricco di gratuita eccedenza di quanto appare fondamentalmente inspiegabile, irriducibile a ogni nostra teoria e divinamente abissale. Come il ritorno.

 

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Francesco Roat ­­­­­­è un saggista, critico letterario e prosatore trentino. Da decenni scrive sulle pagine culturali di varie riviste e quotidiani. Oltre a numerosi testi narrativi, ha pubblicato i saggi: L’ape di luglio che scotta. Anna Maria Farabbi poeta (LietoColle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Alpha beta), La pienezza del vuoto. Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi), Desiderare invano. Il mito di Faust in Goethe e altrove (Moretti&Vitali), Il cantore folle. Hölderlin e le Poesie della torre (Moretti&Vitali), Religiosità in Nietzsche. Il vangelo di Zarathustra (Mimesis), Beatitudine. Angelus Silesius e Il pellegrino cherubico (Àncora), Miti, miraggi e realtà del ritorno (Moretti&Vitali).

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