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Pensieri e parole ai tempi del coronavirus # 22 (di Elvira Seminara)

aprile 28, 2020

Dal mondo dei libri, pensieri e parole ai tempi del Covid-19

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Nuova semiotica post Covid per umani e altre migliori creature

di Elvira Seminara

“Non vedo nessuno. Un ombrello capovolto a terra, una borsetta…un taxi vuoto sul marciapiede…Vengo in cerca di qualche migliaio di scomparsi…Un evento inimmaginabile ha sorpreso la gente nel sonno…ma in realtà non sono fuggiti… se ne sono andati in un’altra maniera. Rapiti. Estratti….”.

imageA parlare è il protagonista di Dissipatio H.G. – il fantapsichico romanzo di Guido Morselli – appena scampato al proprio suicidio e riemerso in un mondo svuotato. Addolorato, affranto? Per nulla: “Il mondo non è mai stato così vivo come oggi, che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro”.
Ho pensato spesso, con imbarazzo, all’ipocondriaco (e antropofobo) uomo di Morselli, nelle mie brevi e guardinghe escursioni nella città in quarantena. Imbarazzo ma anche senso di colpa, sì, perché anch’io trovo bellissime e metafisiche le piazze svuotate da noi umani, restituite a un’inedita compiutezza di spirito e forme. Ma è lecito uno sguardo estetizzante, eco-decadente, dentro una crisi che ha prodotto centinaia di migliaia di morti e nuove povertà? E perché in noi umani mascherati vedo i manichini delle algide piazze di De Chirico, o le figure esterrefatte di Magritte?


imageMascherati, appunto. Coi guanti a mediare la relazione col mondo (umani e cose), a distanza di sicurezza. E se è vero che ogni epoca produce ed esprime la sua malattia, il Covid 19 risponde alla perfezione, sia nella dimensione estetica e formale che in quella simbolica. Ogni malattia – come l’Aids degli anni Novanta o l’Alzheimer nel primo Duemila – sembra infatti rispondere anche a una fatalità semiotica, che stravolge i segni e la sintassi sociale, capovolgendoli come in un malizioso e punitivo contrappasso.
Il virus Corona ci ha rivelato intanto, con beffarda perversione, il volto oscuro dell’era del “contatto”, che con euforia e qualche indecenza ci appartiene. All’improvviso e nel giro di pochi giorni, il “contatto” che sinora ha evocato scambi relazionali e professionali, dov’è insieme moneta sociale e sistema valoriale, ovvero indice di carriera o carisma personale, è schizzato fuori dall’uso metaforico per diventare altro: un pericolo, uno strumento di contagio.
Di più. La risemantizzazione in corso investe tutto un ventaglio di parole dell’era social, restituendole al loro valore originario. Che dire della “viralità”, sinora associata enfaticamente ai video o i post di enorme diffusione? E non abbiamo nominato sino a ieri il “contagio” a proposito di atti o modelli emulati e riprodotti dai consumatori, con tripudio del mercato – “look contagioso”, “spirito contagioso”?
Persino l’“influencer”, per il quale in italiano non abbiamo trovato una traduzione, cos’altro è se non un grande Infettore, visto che il suo successo è legato alla quantità di soggetti “influenzati”, contagiati? D’altro canto, la parola stessa “epidemia”, prima di presidiare da marzo ogni frase e didascalia dei TG, spadroneggiava nel linguaggio mediatico e pubblicitario per evocare eden di largo consumo, con merce o fenomeni imitati e condivisi.
Eccoci qui, dunque. Coi guanti a eludere il contatto, a distanza di un metro, la mascherina a imprigionare il droplet. Eccola qui, la parola nuova che mancava, graziosa e svelta nel suono. Droplets. Goccioline di saliva volatili e disperse in aria, accidentali e involontarie. Particelle killer espulse insieme agli starnuti e alla tosse, ma anche dentro le parole, il fiato. Nell’era della comunicazione espansa, il demone Droplet ci impone di tacere. Di contenere le nostre esternazioni, ridurre le nostre grida. Alleviare la nostra presenza, il peso del nostro ingombro sul mondo. E il volume della nostra voce. I nostri gesti.
Forse dovremmo cogliere, come ha detto Julia Kristeva, questo appello a raccoglierci nella nostra finitezza. A ridurre la nostra esuberanza e protervia: a “esprimere il senso della precauzione”.
imageGuardiamoci intorno. È cambiata la nostra prossemica, la postura nel mondo. È saltata la misura istintiva delle distanze fra noi, consolidata nei secoli dalle pratiche e dalla geografia sociale, e forse non ritornerà più uguale. Ci muoviamo cauti e diffidenti, con un linguaggio non verbale che dice la nostra reticenza. Siamo soggetti “evitanti”, come gli psicologi definiscono le personalità sfuggenti e un po’ asociali. La mascherina ci travisa, e sottraendoci allo sguardo dell’altro ci assolve dal riconoscerlo, farci riconoscere. È un diaframma che ci mimetizza sulla scena, azzera i dettagli, ci rende sfondo. Una nuova estetica – cancellati i due terzi del volto – ci uniforma e neutralizza in un’autorappresentazione semplificata e basica, dove anche l’abito e la figura si ripiegano in una dimensione anonima, perduto o ridotto temporaneamente il desiderio-bisogno di mostrarsi.
L’altro-a può essere un nemico, infettore anche asintomatico, come me. La mascherina diventa un ausilio auto-difensivo, per arginare sé stessi, le proprie espressioni nel mondo. I propri debordamenti.
Il proprio Spillover, insomma, per dirlo in una parola. Riversamento.
Anche i nostri gesti, mediati o meno dai guanti, rivelano una nuova parsimonia, una prudenza funzionale – prendere, posare, salutare da lontano – mai espresse. Perché anche toccare noi stessi, il nostro volto, è un rischio.
Attraversiamo le strade ossigenate e libere, persino nella prospettiva, che rivela cupole e terrazze mai viste. La pineta sull’Etna, le spiagge, la sabbia della Plaja hanno i colori lucidi e freschi della creazione, la superficie senza impronte, o sfregi. Il passo naturale – ma insieme schivo e intimidito – dei cervi, cinghiali e anatre che si affacciano sugli spazi sgombri dice la loro incredulità.
Adesso capisco meglio Annamaria Ortese, quando vede la nostalgia negli occhi degli animali, “le piccole persone” come le chiama lei. Nostalgia di un mondo perduto dove essi erano parte del tutto, un tutto libero e puro.
Forse la nuova grammatica sociale sarà intrisa di prudenza, pazienza, senso del limite. Forse apprenderemo una nuova reciprocità, fatta di cautele e sensibilità alle norme. E smetteremo di “mungere furtivi il cosmo”, per dirla con Transtromer. Forse capiremo il costo della nostra vigliaccheria nei confronti della terra e degli animali. E della nostra smania predatoria e irresponsabile. Non è più il Disagio della civiltà, ma il contagio della viltà che ci assedia. Smascherarci, uscire allo scoperto, trovare un nuovo linguaggio? Provarci, almeno.

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L’introduzione di Massimo Maugeri è disponibile qui

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