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QUALE CONFINE di Gabriella Grasso

aprile 30, 2020

“Quale confine” di Gabriella Grasso (Kolibris): incontro con il poeta

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Gabriella Grasso è nata a Catania nel 1971 ed è vissuta a Linguaglossa, a Catania, a Bassano Del Grappa e ad Acireale, dove attualmente risiede e dove insegna lettere nella scuola secondaria di I grado. È studiosa di linguistica, in particolar modo della Lingua Italiana dei Segni (LIS), di cui è interprete e su cui ha pubblicato alcuni contributi (Zanichelli, Edizioni del Cerro). È appassionata di musica, di letteratura e, soprattutto, di poesia; collabora con magazine e riviste letterarie (tra cui la prestigiosa “Lunarionuovo”).

Nel dicembre 2019 Ha pubblicato la silloge “Quale confine” per le Edizioni Kolibris (Ferrara).

La Kolibris edizioni è una preziosa realtà editoriale in Italia, fondata dalla poetessa e traduttrice Chiara De Luca a Ferrara, specializzata in poesia, con ben 22 collane di poesia proveniente da tutto il mondo (da tutta Europa fino alla Nuova Zelanda!), accuratamente scelta e tradotta, talvolta mantenendo il testo originale a fronte. Nella collana di poesia italiana ha pubblicato le opere di Francesco Benozzo, candidato al Nobel per la letteratura.

Abbiamo incontrato Gabriella Grasso per chiederle di parlarci di “Quale confine”…

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«“Quale confine” raccoglie alcune delle poesie dei miei ultimi quattro-cinque anni», ha detto Gabriella Grasso a Letteratitudine. «Nascono da un’esperienza di dolore e di crisi, nella quale al disorientamento, al senso di aridità e di vacuità (personale ma sentita anche come “congiunturale”, storica, direi) si sostituisce pian piano l’ascolto di voci che “parlano” dentro e riformulano il presente. Sono tracce di me, delle presenze importanti della mia vita, della mia comunità e dei luoghi in cui ho vissuto o di scenari futuri che ho intravisto. Sono suggestioni che provengono dalla natura, dal vulcano, dal calore dei legami e che mi riconnettono alle mie radici, ma che aprono al contempo orizzonti nuovi, problematici: un senso del sacro “interpellato” continuamente dagli eventi, dalle trasformazioni (la processione del Corpus Domini nel mio paese e le solitudini dei singoli, l’evento della morte e la barriera tra una presenza e un’assenza, le migrazioni e la fatica di chi non ha “dove posare il capo”), percezioni e idee in continua evoluzione in un mondo tutto da ripensare. La poesia, che ho sempre vissuto come spazio di libertà e di canto, diventa anche mezzo per accogliere l’idea dell’ignoto, trovare il coraggio di entrare in contatto in modo più profondo con ciò che è dentro e intorno a se stessi, in una fase di profondo cambiamento; una via per vivere il mistero del vivere, senza fuggire».

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Un “assaggio” della silloge

Ah, quelle parole

Ah, quelle parole
che mi vennero incontro
che mi vennero addosso
mentre cercavo la vita

Nero su bianco
su un foglio di fortuna
o in formato word
nel ventre di un computer

Si ancoravano
con furia ai miei capelli
e le portavo in giro
con ritrosia

tremanti e gagliarde
impazienti
incuranti
di folate di vento
dell’usura del tempo
di black out perentori
o capricciosi
sbalzi di corrente

Mi hanno insegnato
il segreto del gioco
la temerarietà
e la fiducia
nell’ignoto

 

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