Home > Articoli e varie, Racconti > LA PROMESSA di Simona Lo Iacono

LA PROMESSA di Simona Lo Iacono

maggio 21, 2020

Pubblichiamo il racconto “La promessa” di Simona Lo Iacono

***

Appuntamento qui tra trent’anni ci siamo promessi, voltando le spalle allo spavento. Stessa ora e stessi vestiti, così ti riconosco, stesse scarpe senza lacci e stesso ciondolo sul cuore.
L’abbiamo diviso in due e ce lo siamo spartito, una medaglia della Vergine del buon consiglio che adesso ha metà faccia e metà corpo, una parte che batte sul mio petto e l’altra sul tuo. Come sempre, sei stato più fortunato di me, ti è toccato il braccio di Maria che regge una stella, a me la mano aperta, senza appigli se non pochi raggi che scoscendono a picco, e a cui gli uomini non prestano attenzione.
Ma tant’è, il sorteggio non si discute, e ci siamo divisi quell’unica cosa che ci restava come i beni trafugati a un morto di guerra.
L’oro è difficile da tagliare, hai detto, ma poi hai preso a limare in verticale quell’ovale leggero, quasi di latta, che si è spezzato perfettamente a metà. Buon segno, hai sorriso alla solita maniera, senza svelare che una rottura così precisa e netta faceva pensare a una ferita.
Buon segno, ho borbottato senza crederci, perchè sapevo che, separandoci, la vita sarebbe andata alla rovescia.

***

Vado incontro al destino, hai aggiunto senza neanche sapere il significato della parola, ma solo perchè Don Vincenzo, alla Messa della domenica, aveva detto dal pulpito che ognuno di noi ne ha uno. Destino voleva forse dire fortuna, hai pensato sfoderando un’allegria senza convinzione, e scarpe nuove, o chissà, quello scatolo che chiamano televisore e che da qualche mese ha preso a sbraitare come un’anima dannata.
A te fa pensare a come dev’essere il purgatorio, solo ombre che non puoi toccare, penitenti che scontano la fatica di esistere con un volume sempre troppo alto. Eppure tuo padre ne va pazzo, fugge dopo cena con la sedia a casa di Totina Marescalco, che ne ha una in salotto e riunisce i vicini per scrutare ipnotizzata lo schermo fondo e duro. Se è spenta somiglia al legno di una bara, e al freddo crudo, zoppicante, che ti agguantò quando calarono tua madre nella fossa.
Ma da allora sono passati due anni, tuo padre con sei figli non ce la fa più, tutti maschi, poi, nessuno che sappia rassettare, lavare le camicie, lasciare il cesso pulito. Una banda di cuccioli urlanti e smarriti, che si azzuffano, corrono e non fanno che rubacchiare tappi di sughero, galline, panni lasciati ad asciugare. Basta, ha detto ieri, vi porto in Germania da mia sorella, crescerete come cristiani, saprete fare di conto, leggere un libro, non come me che firmo con la croce, mi faccio scrivere le lettere dal parroco e dopo la morte di vostra madre ho perso pure la memoria.
E’ andata così, hai detto mentre segavi in due la Madonna, la lima si bagnava dei goccioloni di lacrime che lasciavi cadere e l’acqua del fiume gloglottava come sempre, come se il mondo non fosse prossimo a frantumarsi. Pezzi e pezzi di mondo che non avrebbero retto più, che avrei fatto fatica a rassettare, a combinare con un senso, perchè sarebbe sempre mancata la parte che lo componeva, lo arrangiava, lo faceva stare in piedi.
Tu.

***

Ma, allora, tra trent’anni tornerai, ti ho detto sforzandomi di mostrare noncuranza, di nasconderti quello scompaginarsi delle cose, e l’aria che non era più aria, e il sole che non era sole, e la nostra cascata che ruscellava a senso inverso, e mi pareva che invece di scendere, salisse, e invece di cadere si sollevasse verso la montagna.
Torno, certo che torno, ma con le mani pulite, l’aspetto di un signore, la barba cresciuta e una casa già pronta. Poi ti sposo, metti in serbo la coperta buona, ricama le cifre sulle lenzuola, sulle tovaglie e sulle bavette del nostro primo figlio. Sarà maschio, come dev’essere nell’ordine delle cose, lo battezziamo alla Matrice e gli apriamo un libretto alle poste, verseremo ogni mese una cifra, così quando sarà grande farà la bella vita. La seconda sarà femmina e la chiameremo come mia madre, Dio l’abbia in gloria, cominceremo col corredo, anno dopo anno arriverà all’altare come una baronessa.
Ed elencavi la nostra vita tra trent’anni, mentre il fiume scodinzolava lieve, tornava a ricomporsi, perchè quell’immaginare il futuro acquietava le forme, rendeva alla natura la sua consistenza, riassettava il tempo scritto e non scritto, vissuto e non vissuto, come se quella cosa che si chiamava destino dipendesse da noi, dalla forza con cui lo desideravamo, dal dolore con cui lo invocavamo.

***

Saluti veri non ce ne sono stati, né ti ho detto: non mi dimenticare. Ci siamo toccati solo con lo sguardo, ma molto tempo dopo ho imparato che è quello l’unico contatto che resiste alla morte.
Tu hai pulito le mani sui pantaloni, hai scotolato polvere e hai soffiato sulla metà della mia medaglia, ricavando un anellino in cima alla parte superiore, dentro cui hai fatto passare uno spago. Me l’hai legata al collo sollevandomi i capelli, sfiorando la nuca bianca e coperta di peluria, lievemente profumata di sapone. Era una di quelle cose su cui mia madre non transigeva. Le persone pulite, infatti, si vedono da quanto insaponano il collo e le orecchie.
Ma adesso quell’odore non lo sopporto più, sono anni che mi fa pensare a un addio, a quando sei passato a stringere la mezza medaglia al tuo collo, e non hai voluto che fossi io a mettertela. I veri uomini sono quelli che affrontano le cose da soli, hai detto sprezzante del pericolo, anche se ti tremavano le mani.
Allora non sapevamo che il pericolo vero non era il passato che già rimpiangevamo ma il futuro che ci stava davanti, quell’abisso che avevamo riempito di speranze, voglie, promesse, conquiste e miglioramenti, una massa indistinta di pretese che – anche se avevamo solo otto anni – non ci faceva diversi da tutti gli amanti del mondo.

***

E ora sono qui, stessa ora stessi vestiti, anche se li tengo in mano perchè non mi entrano più, la mezza medaglia che mi brilla sul cuore. L’orario è quasi lo stesso, un tramonto focoso che già illanguidisce, e il fiume scorre sempre verso valle, anche se lo hanno arginato con certi massi squadrati che lo allineano e lo concentrano, limitandone i lembi e disciplinandone la forza. Ma si sa, il segno del tempo che passa è proprio addomesticarsi e acquistare saggezza, e un corso d’acqua evidentemente non si sottrae a questa regola. Anche se io preferivo la sconsideratezza dell’infanzia, la follia di certi finali lieti delle favole che nella vita non si avverano mai, e quella speranza senza rimedio che ancora oggi, dopo trent’anni, mi porta qui, a credere – nonostante tutto – che tu ci sarai, che rispetterai la promessa e farai il tuo dovere.
Ho aperto il libretto postale come mi hai detto, ho ricamato il corredo per me e la nostra prima bambina, ho confezionato l’abito da sposa con le mie mani. Non sono più giovanissima ma non te ne accorgerai, so che neanch’io vedrò i segni, le cicatrici e la fatica. Se è vero quello che mi hai detto, sono certa che torneremo a quel giorno, tu non partirai più, non spezzerai in due la nostra medaglia, non mi lascerai qui a pensare che è stata tutta una pazzia.

***

Quando mi hanno svegliata stringevo ancora la medaglia tra le dita, il pacco con i vestiti, le scarpe senza lacci. Prima di aprire gli occhi, e sentendomi scotolare, ho pensato che fossi finalmente arrivato, che adesso avremmo capito il significato della parola destino, e che il libretto alla posta era già in grado di dare a nostro figlio un degno futuro.
Non mi aspettavo quell’uomo attempato e gentile che mi chiamava per nome e non avevo mai visto. Parlava un italiano corretto ma indurito dall’accento tedesco, reggeva in mano un foglio e – come me – un pacco di vestiti.
Non mi aspettavo neanche che fosse lui a consegnarmi i pantaloncini blu su cui avevi pulito le mani, la camicia sgualcita, le scarpe e la tua mezza medaglia. L’adempimento delle tue ultime volontà, disse, senza spiegarmi che un testamento è una lettera di un morto a un vivo e che un notaio è un postino rispettabile e deciso.
Come fosse accaduto e quando, non mi importò saperlo. All’improvviso pensai che in tutto quel tempo in cui ti avevo aspettato tu eri un’ombra come quelle del televisore, che guizzano agli occhi senza essere vere.
Presi gli oggetti che mi porgeva, gli abiti, le scarpe e la mezza medaglia. La Madonna tornò al suo posto, le braccia si unirono al corpo, e io pensai che – dopotutto – era questo il significato della parola destino: combaciare.
Poi ricordai che ci eravamo separati senza parole, senza giuramenti da ripetere ai superstiti, senza altro contatto che uno sguardo. Presi a tinteggiare i massi che arginavano il fiume, nomi, un cuore, un gesto da adolescenti disperati e illusi di avere la vita davanti.
“Lollo e Tessa” lasciai scritto come se tu ci fossi ancora, con i nomignoli dei nostri otto anni. Poi aggiunsi la stella che la Madonna reggeva in mano e che ti era toccata in sorte.
Nel fragore delle acque che si spaccavano al vento, ti sentìi mormorare: ho mantenuto la promessa.

(Riproduzione riservata)

© Simona Lo Iacono

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: