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HO FATTO LA SPIA di Joyce Carol Oates (recensione)

maggio 25, 2020

“Ho fatto la spia” di Joyce Carol Oates (La nave di Teseo – Traduzione di Carlo Prosperi)

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Un’Antigone di nome Violet

di Daniela Sessa

E’ una giovinetta, Antigone, quando rivendica il diritto di decidere la sorte dei due fratelli. Una ragazzina è anche Violet Rue quando decide il destino dei suoi fratelli Jerr e Lionel. Assassini. Un mito antico, ancestrale, tribale quello di Antigone, la figlia di Edipo, che traduce nella legge del cuore la legge dello Stato, esiliata per aver scelto la Giustizia. Che ne sa di Antigone Violet Rue, l’ultima figlia di Jerome e Lula Kerrigan, di South Niagara nello Stato di New York? Nulla. Ma dalle pagine inesorabili del romanzo di Joyce Carol Oates “Ho fatto la spia”, lo spirito indomito dell’eroina tebana rinasce nel corpo appuntito di Violet, la protagonista. Non è una sorpresa essere travolti dalla prosa onnivora della scrittrice statunitense: masticare la materia narrativa, sentirla scrocchiare tra i denti, ingoiarla e poi sputarla in faccia al lettore è una di quelle provocazioni che la scrittura di Oates può vantare. A patto che da lettori si è disposti a stare scomodi e ad avere il coraggio della verità. Che, ne siamo convinti, è l’unico modo per fare della lettura un esercizio virtuoso.
Oates offre, ancora una volta, una storia priva di infingimenti e precipitata dentro quell’America rurale, che la scrittrice ha raccontato nella sua mastodontica produzione come il luogo delle antinomie tra ricchi e poveri, tra frustrazioni emotive e criminalità, tra risentimenti e ipocrisie. La poetica di Joyce Carol Oates fa del verosimile un corpo solido, incomprimibile fintanto che il linguaggio non intervenga a farlo vibrare. Il corpo solido di “Ho fatto la spia” è la famiglia “ in cui nasci e dalla quale non può esserci scampo”, una forza creontica che protegge ottusamente i propri membri e non perdona il tradimento. I Kerringan sono un corpo unico, Jerome è il capofamiglia: feroce, esigente, virile, capace di amare i figli e la moglie di un amore tagliente. Disobbedire è impossibile, ribellarsi imperdonabile. Violet lo sa e paga tutto, in tredici anni di esilio. Avvolta dentro la spirale di un sentimento ambiguo (senso di colpa e senso di giustizia, paura degli affetti familiari e bisogno dei medesimi affetti), alla continua ricerca del ritorno. Più che del perdono. Violet precipita dentro un magma edipico fatto di molestie e di sesso autolesionista, attiva meccanismi di difesa narcolettici, si lascia intrappolare da uomini, imperfetti simulacri paterni, allo scopo di ottenere il ritorno. A costo del perdono. Violet Rue ha la forza di un personaggio tragico. Lacerata da forze contrapposte, Violet assume l’antinomia come modello di vita, prima inconsapevolmente (quando commette l’errore di avere paura, di desiderare protezione, di avere pietà), dopo, nell’esilio presso la zia Irma rifiutando di vedere la possibilità di un amore diverso da quello del suo nucleo. La forza del personaggio della Oates sta nella difficoltà di prendere immediatamente atto della crepa, della propria diversità. Inappartenenza è la dimensione di Violet: esiliata, fuggitiva ma sempre nello spazio geografico vicino la casa paterna. Rendersene conto sarà un’avventura lunga quattordici anni e poco più di quattrocento pagine, disseminate di indizi e di simboli. Il principale simbolo è il ratto, il topo. “My life as a rat” è il titolo originale del romanzo della Oates e sarebbe stato bello fare la traduzione letterale. Avrebbe dato conto di un’altra antinomia: la voce narrante e il narratore popolare. “Via. Va’ all’inferno, topaccio! Non avrai altre occasioni di fare la spia.” Chissà se Oates aveva in mente la scena finale di un film cult di Martin Scorsese “The departed” con un topo che passeggia sulla ringhiera di un balcone: lì il topo indicava la talpa, l’infiltrato, il traditore. Di certo conosce la simbologia sciamanica del topo: ottimo osservatore, intelligente, perspicace, capace di guardare le cose sotto aspetti diversi. Violet è un topo: origlia e osserva le vite dei suoi per carpirne i segreti; è incapace di cieca obbedienza, intuitiva quanto basta per capire il ruolo della Louisville Slugger la mazza da baseball con cui i fratelli, in una notte balorda, hanno massacrato il diciassettenne nero Hadrien Johnson e ammazzato le proprie vite.  Ama i suoi fratelli ma sa che sono pure sguaiati, rozzi e chiassosi. Ama il padre ma sa che è un tiranno e un maschilista. Ama la madre ma sa che è una perdente, una succube, piena di rancori e di pregiudizi. Intuisce, pure, che la legge del potere non è il potere della legge. E fa la spia: diventa il topo, viene cacciata. Spia ed esilio sono parole non innocenti nella saga di Violet. L’esilio apre lo squarcio sul deuteragonista del romanzo: l’America violenta, razzista, suprematista, corrotta, familista, bigotta, perennemente reduce, sessista, classista, consumistica. Il mito americano fatto di stratificazioni sociali e morali spurie, raccontato con ferocia polemica dalla narrativa d’impegno e realista, di cui la Oates è una militante: qui persino del realismo impassivo che prende forma nell’episodio troppo lungo di Mr Sandman. Per l’America rapace e per le famiglie feticcio, il tradimento si paga con l’uscita dal gruppo (o dal branco?). L’esilio, cui si condanna quest’ultima Antigone, è il fio della colpa, del “tradimento profondo e crudele”. “Via. Va’ all’inferno, topaccio! Non avrai altre occasioni di fare la spia.” Esilio e spia sono pure gli indizi lessicali disseminati dalla scrittrice con un’astuzia da giallista. Sono la realizzazione della scrittura. “Ho fatto la spia” si muove a placche: il racconto di Violet in prima persona scivola o si lascia scivolare da un narratore onnisciente, sospeso tra il pensiero lucido della ragazza e il punto di vista degli altri (la famiglia, gli zii, i vicini di casa e tutti gli altri personaggi). Il linguaggio eufemistico e a tratti litotico affida la realtà ai pregiudizi del narratore collettivo e alla coscienza di Violet, in una spirale tra assoluzioni e autoassoluzioni in cui il rischio è derubricare la realtà stessa a equivoco, a un punto interrogativo sghembo.  Sghembo, come i serpenti giganteschi che sembrano muoversi nelle acque luride del fiume che lambisce South Niagara, come la marmotta fatta a pezzi (oppure no?) dai fratelli qualche anno prima, come tutte le similitudini con il mondo animale e naturale che fanno di “Ho fatto la spia” di Joyce Carol Oates un romanzo primitivo, per dirla con Violet Rue. Un romanzo totale, diremmo noi.

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La scheda del libro: “Ho fatto la spia” di Joyce Carol Oates (La nave di Teseo – Traduzione di Carlo Prosperi)

Violet Rue Kerrigan ha 12 anni ed è la più giovane di una numerosa famiglia proletaria di origini irlandesi che vive a South Niagara, una piccola e tranquilla cittadina nello stato di New York. È la preferita del padre, Jerome, un uomo duro che governa la famiglia con pugno di ferro. Una sera i due fratelli maggiori, Jerome Jr. e Lionel, investono ubriachi un diciassettenne afroamericano, lo colpiscono con una mazza da baseball e lo lasciano agonizzante sul ciglio della strada. Violet sa quello che hanno fatto, ma tutti, persino il prete, le intimano di tacere. Quando Violet, involontariamente, racconterà tutto al preside e alla polizia, portando così all’incriminazione dei fratelli, verrà cacciata di casa perché colpevole di un peccato imperdonabile: ha tradito la sua famiglia. L’esilio a casa di una zia, un’adolescenza difficile tra bullismo, sensi di colpa e abusi porteranno Violet a fare i conti con la sua educazione familiare e con il suo essere donna, fino a scoprire che la violenza può attecchire ovunque e che se vorrà salvarsi, dovrà trovare in se stessa una forza che non sapeva di avere

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Joyce Carol Oates ha ricevuto numerosi importanti riconoscimenti, tra i quali vale la pena ricordare: la National Medal of Humanities, il National Book Critics Circle Ivan Sandrof Lifetime Achievement Award, il National Book Award e il PEN/Malamud Award for Excellence in Short Fiction. Autrice enormemente prolifica, ha scritto alcune delle opere più significative del nostro tempo, tra le quali: Blonde, Epopea americanaI ricchi. Per La nave di Teseo ha pubblicato Ho fatto la spia (2020). Insegna alla Princeton University ed è membro dell’American Academy of Arts and Letters dal 1978.

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