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SETTE OPERE DI MISERICORDIA di Piera Ventre (recensione)

maggio 27, 2020

“Sette opere di misericordia” di Piera Ventre (Neri Pozza)

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di Simona Lo Iacono

Misericordia è una parola misteriosa, che racchiude in sé molti corpi. Corpi da dissetare, da vestire, da curare. Corpi a cui dare da mangiare e a cui elargire ospitalità. Corpi da accompagnare nel trapasso, o a cui sussurrare da dietro le sbarre. In ogni caso, corpi nudi e prigionieri di un bisogno, che hanno molto a che fare con il trauma di venire al mondo e di sopravvivere in esso.
Non è un caso che in ebraico la parola si traduca con il sostantivo rahamîm, utero. Perché la misericordia, prima di tutto, è un ventre, è una madre.
Ed è quindi la vocazione della misericordia quella di spandersi sulle necessità. Di richiamare la fragilità. La falla. La stramatura potente e necessaria per traghettare il corpo verso il sollievo.
Senza imperfezione, non può esserci misericordia.
Ecco perché la città che più attira le grazie è Napoli. Con le labbra aperte del Vesuvio che boccheggiano fumo e sbadigliano in faccia al Padre Eterno. Con la connivenza naturale tra altezza e bassezza, fasto e povertà, vita e morte. Con la sua segreta assonanza ai misteri della misericordia. Con il talento indomabile di farsi madre di tutti, dei femminielli dalle unghie pittate, delle prostitute coi lacrimoni sotto l’ombretto, delle vicine di casa urlanti e medicamentose.
E’ qui, tra stradine invicolate e piazzille aperte, tra gatti che mescolano la mala sorte alla virtù, e donne che esercitano incantamenti, che vive Nicola. Un bimbetto costretto a scrutare la realtà con una benda sull’occhio buono, per evitare che l’altro perseveri nella pigrizia. E che il mondo, quindi, è abituato a filtrarlo tutto dalla parte più debole. La più bisognosa. Quella che attira più misericordia.
Per strano che possa sembrare, anche suo padre, Cristoforo Imparato, ha un occhio solo e percepisce le cose con un unico sguardo. Una pupilla l’ha persa sotto le bombe e l’altra, rimasta claudicante, è comunque il canale da cui sversare sulle teste dei famigliari (la bella moglie Luisa, la figlia Rita e – appunto – il piccolo Nicola) il suo amore malinconico e generoso.
Forse per questo è anche il custode del cimitero. E vive nella casa a ridosso del camposanto, a stretto contatto con le anime dei morti. Fantasmi con cui ha preso confidenza leggendo sulle lapidi le date di inizio e fine, o scrutando le foto stinte e incapizzate sotto il portaritratti.
E’ lì, tra il pianto dei parenti, tra le veglie impastate di lacrime e di Ave, in cui il fiato di chi se ne va si impiglia – per un attimo – a quello di chi resta, che Cristoforo ha capito che il Camposanto è un mondo di mezzo, il necessario casello che si regge – sempre per misericordia – tra una riva e l’altra dello Stige.
Ma la misericordia sceglie anche gli animali, e con lo stesso criterio sbilenco, con la stessa – arrovesciata – ottica. Le sono care, quindi, le creature arripizzate, quelle che nessuno adotterebbe. Micilli a cui dare il soprannome di mosche, cani che perdono l’imbottitura e che hanno il nome della prima – Laika – che sbarcò sulla luna e vide da vicino le stelle. O anche cardilli addolorati, che sanno cantare solo se restano in gabbia.
Nel meraviglioso libro di Piera Ventre – “Sette opere di misericordia” (Neri Pozza) – sembra che tutto l’universo, vivi, morti, animali e città, vibri di un bisogno disperato, supplice. Che tutte le cose siano vocate a una precarietà senza assoluzione né scampo, che si fa sostanza vitale.
Anche Napoli ne partecipa, perché sono gli anni ottanta, ed è appena uscita da un terremoto che l’ha tutta scotolazzata, che l’ha costretta a puntare sui muri tubi Innocenti e intelaiature da contenimento.
Anche lei a pizzo. Anche lei in punto di crollare.
In questo scenario tutto tremante e bisognoso di pietà, che il dipinto del Caravaggio ritrae con audacia e sbocco di luce, Piera Ventre imbastisce una storia corale e accorata, una splendente narrazione tutta imbevuta di misericordia.
E’ lei a dispensarla alle sue creature letterarie, ogni volta che si rivelano ingannate, ma anche ingannatrici, affamate, ma pure fameliche, prigioniere, ma pure liberate. E’ lei ad assisterle con la forza di una parola che prende lo stesso impasto di chi la pronuncia e si fa artefice – bellissima e affatata – di un mondo che esige di essere compatito. E’ lei che le custodisce con tenerezza, e che per prima piange su una umanità avvilita dai propri desideri di felicità mancata.
Una umanità che ha nostalgie di pace e disperata necessità di salvezza.
E’ per questo che mentre la famiglia Imparato viene scompigliata dalla presenza di due giovanissimi ospiti (Nino, compare di nozze di Cristoforo e Luisa, e la conturbante Rosaria, compagna di classe di Rita, accolta in casa perché rimasta incinta a soli sedici anni), e il vento delle mancanze s’inturbina sulle teste di ognuno, è su Alfredino Rampi, scivolato in un pozzo artesiano a Vermicino, che l’attenzione di tutti, alla fine, si impiglia.
Come se in quel precipitare di una creatura innocente, e nelle mani tese ad acchiapparla, e nel suo lento e inesorabile sprofondare verso le viscere della terra, tutti si vedessero – finalmente – allo specchio.
Per questo il grido e lo sconcerto è generale, per questo l’Italia si ferma e s’immedesima.
Perché non è solo quel bimbo a sfuggire a una mano tesa, ma l’intera condizione umana, le stelle del cielo, il buio della notte, la debolezza e l’arroganza, il dolore e l’amore. Cristoforo, Luisa, Nino, Rosaria, Rita, Lorenzo, Nicola. Tutto si concentra in quel pozzo che rumina e deglutisce e rivela in chi guarda un inesorabile bisogno di redenzione. Un intrico di salvanti e di salvati, di vittime e di carnefici, di scampati e di sacrificati.
Chiuse le ultime pagine di questo libro portentoso, si ha l’impressione che Piera Ventre indichi all’ umanità che c’è un solo modo per ricevere misericordia.
Donarla.

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La scheda del libro: “Sette opere di misericordia” di Piera Ventre (Neri Pozza)

Splendida conferma del talento di Piera Ventre, Sette opere di misericordia è uno dei romanzi piú importanti mai apparsi su un periodo cruciale della nostra storia recente, quello in cui una città – la Napoli post-terremoto – e il paese intero si misurarono con la perdita dell’innocenza

Napoli, giugno 1981. La casa è nel cimitero della città. Una città che è a stento in piedi, piena di puntelli, intelaiata di tubi Innocenti aggrappati al tufo, di palazzi vacillanti e inabitati dove l’oscurità e l’umido la fanno da padroni. Cristoforo Imparato fa il custode del cimitero. Il vetro al posto dell’occhio che una scheggia di granata si è portato via, non è stato sempre un camposantiere. Impiegato in una tipografia, era riuscito ad avere persino un paio di stanzucce a Materdei, un quartiere al centro della città. Ma poi, fallita la tipografia, l’esistenza sua, e di Luisa, Rita e Nicola, la moglie e i figli, si è arrevutata, come dice lui. Così, Cristoforo ha scavato un fosso nel dispiacere tumulandoci qualsiasi sconforto subíto e inflitto. A casa Imparato trovano un giorno asilo Rosaria, una ragazza amica di Rita che, rimasta incinta, non sa se ammantare di menzogna il suo sbaglio, e Nino, il giovane dal nome corto, il figlio del compare di nozze di Cristoforo e Luisa, ospite a Napoli prima di trasferirsi in Germania. Nino fa amicizia con Nicola, il bambino di casa, gli chiede le cose sulla luna, vuole guardare col suo telescopio, poi un giorno scompare, lasciando un cardillo e una caiòla per donna Luisa, «per le sue cortesie, e per il disturbo». Che misericordia e castigo siano così intrecciati da confondersi è la cruda verità che travolge casa Imparato in quell’estate del 1981, l’estate in cui Alfredino Rampi cade nel pozzo a Vermicino e la salvezza del bambino è invano attesa «come la nascita di un Cristo Redentore».

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