Home > Brani ed estratti > LE TRE NOTTI DELL’ABBONDANZA di Paola Cereda (un estratto)

LE TRE NOTTI DELL’ABBONDANZA di Paola Cereda (un estratto)

giugno 3, 2020

“Le tre notti dell’abbondanza” di Paola Cereda (Giulio Perrone editore)

 * * *

Paola Cereda, psicologa, è nata in Brianza. Oggi vive a Torino e si occupa di progetti artistici e culturali nel sociale. Per due volte finalista al Premio Calvino (2001, 2009), nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo Della vita di Alfredo. Ha pubblicato Se chiedi al vento di restare (Piemme 2014, finalista al Premio Rieti) e Confessioni Audaci di un ballerino di liscio (Baldini& Castoldi, 2017, finalista al Premio Rapallo Carige e al Premio Asti d’Appello). Ha ricevuto la menzione speciale della Critica al Premio Vigevano 2017. Nel 2019 è arrivata sesta al Premio Strega con Quella metà di noi (Perrone).

Dal 21 maggio è in libreria “Le tre notti dell’abbondanza” di Paola Cereda (edito da Giulio Perrone, come il precedente). Di seguito, pubblichiamo le prime pagine…

* * *

L’incipit di “Le notti dell’abbondanza” di Paola Cereda (Giulio Perrone editore)

1

Erano in pochi a conoscere Fosco. Arroccato su
una falesia a picco sul mare, si raggiungeva percorrendo
una strada a una sola corsia, stretta tra i monti e la
costa. Ci si arrivava in punta di piedi o tra il fracasso
di un motore acceso. Il paese sentiva e, a suo modo,
sapeva accogliere.
In un tempo non troppo lontano, il cartello di
benvenuto era crivellato di proiettili, e non serviva
cambiarlo. Nel giro di una notte, tornava a essere
segnato. Era un bersaglio utile a esercitare la mira.
Era un messaggio per i militari che sostavano sotto
il sole, con il mitra spianato, sulla curva chiamata
“delle guardie”.
Il cuore del paese era piazza della Liberazione. Il
nome sventolava su un pezzo di lamiera consumato
dalla ruggine e pareva uno scherzo. Liberazione da
chi, da cosa. Liberazione da un’idea, da una storia
o dalla pesantezza di un oppressore. Gli abitanti di
Fosco si aggiravano silenziosi lungo il perimetro della
piazza, dentro un intestino di vicoli illuminati
soltanto dal giorno. Conversavano sfiorandosi. Le
donne camminavano rasenti alle abitazioni e gli uomini
sedevano al caffè di Peppantoni u citrata, davanti
alle tazzine fumanti. Ocra facciata, grigio tetto, nero
gonna e bianco festa erano i colori dell’insieme. L’aria
sapeva di pomodoro estivo e sale.
E poi c’era la spiaggia. Di sabbia finissima e protetta
da una baia, era così silenziosa da permettere alle tartarughe
di deporci le uova. Gli abitanti di Fosco non ci
andavano. Guai. Non potevano essere sorpresi dalla vita,
dalla morte o dai vicini di casa con i piedi in ammollo
e le braghe flaccide di mare. I gnuri, i signori, avevano
pronunciato il loro «non si può e non si deve fare». Nessuno
doveva girare attorno alla baia. I rari panfili
ormeggiati a pochi metri dalla riva appartenevano a
gente forestiera che aveva l’autorizzazione di zi’ Totonnu,
la persona più importante di Fosco. Ciò che zi’ Totonnu
comandava, diventava legge. Se Totonnu diceva
notte, notte era. Era stato lui a ordinare l’abbandono
della scala che portava alla spiaggia: Dimenticatela, aveva
detto. I più vecchi si erano risentiti, bocche strette e
occhi lucidi di rabbia. Quella scala l’avevano costruita
loro, gradino dopo gradino. C’erano scesi per anni,
trascinando bambini ai primi passi e borse cariche di
provviste. Che male c’era a entrare dentro la natura? I
loro padri, i padri dei loro padri avevano vissuto di
pesca e dell’odore spesso del mare. Le pareti delle case
si erano annerite a furia di cucinare u pisci spata sulla
griglia.
Impedire agli abitanti di Fosco di scendere al mare
era stato come tagliare un ombelico da una pancia ancora
gravida.
La scala era ridotta a un mucchio di pietre sconnesse.
I gradini erano scompagnati e il corrimano di
legno si perdeva tra i cespugli di stracciabraghe. C’era
da lasciarci la carne, in mezzo a quelle spine incattivite.
Pescare e fare il bagno erano sfide destinate alla
rinuncia.
I bambini si accontentavano di guardare il mare.
Si arrampicavano sulle mura dell’antico castello e il
custode gridava di scendere, mannaia a vui!, che c’erano
le cinquecento lire da pagare per stare lì. Loro alzavano
le spalle e correvano. Giunti a ridosso della baia
stiravano le caviglie e frenavano la corsa. Più in là no.
Oltre il muro l’orizzonte era così ampio da spaventare.
Il mare non si doveva toccare perché era maledetto.
Entrava negli occhi e increspava le onde per imporre
loro il dovere di brillare. Luce. Fosco era accecato dalla
luce, a dispetto del nome che era uno straccio di cotone
buttato sulle case.
Anche imilitari che arrivavano in paese si limitavano
a guardarlo, il mare, dalla caserma costruita sopra la
curva delle guardie. Per loro non c’era nessun divieto,
eppure qualche cosa li tratteneva dal contatto. All’ulti-
mo piano della caserma c’era un terrazzo dove, a fine
turno, tiravano quattro calci a un pallone di cuoio e
stappavano birre con gli occhi appiccicati all’orizzonte.
Avevano per lo più le facce fresche dei vent’anni e una
manciata di spavento negli sguardi. Molti erano di leva
ed erano lì perché quello era l’ordine.
Zi’ Totonnu diceva che li avevano spediti al Sud a
farsi lucidare il pelo e che, a furia di lisciare, di quei
poveri disgraziati sarebbero avanzate soltanto le ossa.
I gnuri godevano della sfacciataggine del capo. Davanti
a lui, facevano la riverenza e parlavano a voce bassa,
per non appesantirgli la testa. L’obbedienza manifesta
era il migliore dei rifugi possibili. A Fosco, la disobbedienza
e la fuga erano fatti privatissimi.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: