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VITE APOCRIFE DI FRANCESCO D’ASSISI di Massimiliano Felli: incontro con l’autore

giugno 3, 2020

“Vite apocrife di Francesco d’Assisi” di Massimiliano Felli (Fazi editore)

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Massimiliano Felli è nato a Roma nel 1984. Laureato in D.A.M.S e in Lettere, ha insegnato materie umanistiche nei licei e ha intrapreso il Dottorato in Antichità Classiche, interrotto per entrare in Banca d’Italia, dove attualmente lavora.

Per Fazi editore ha appena pubblicato Vite apocrife di Francesco d’Assisi: una versione inedita e originale della vita di san Francesco, tratteggiata sullo sfondo di un appassionante contesto storico.

Abbiamo incontrato l’autore e gli abbiamo chiesto di parlarcene…

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«C’è un’immagine, descritta in poche righe nelle prime pagine del romanzo, appositamente seminascosta», ha detto Massimiliano Felli a Letteratitudine: «il protagonista, il giovane amanuense fra’ Deodato, si trova in un convento francescano a Parigi; è buio, qualcuno gli dà una candela per farsi luce nello scriptorium. Deodato nota che la candela si regge “su una base tonda di terracotta, dotata d’un piccolo anello in cui passare il dito indice. Al di là delle Alpi quest’ingegnoso arnese viene chiamato ‘bougie’: la medesima parola che da noi, in Italia, significa ‘menzogna’. Sarebbe dunque una bugia, posta accanto al volume che stiamo consultando, l’espediente più efficace per illuminarne le oscure verità?”
Massimiliano FelliNon trovo definizione migliore per Vite apocrife di Francesco d’Assisi: una biografia immaginaria (alla Schwob) che ad alcuni apparirà paradossale e perfino provocatoria, ad altri perfettamente plausibile. Finta filologia (alla Pomilio) che pretende di gettare una nuova luce sul “caso” Francesco d’Assisi.
Pochi sanno, infatti, che nel 1266 il ministro generale dei Francescani, san Bonaventura da Bagnoregio, ordinò la distruzione di tutti i documenti sulla vita di san Francesco e approntò una nuova biografia ufficiale cui tutti dovevano attenersi. Si trattava di un’immagine del Poverello d’Assisi manipolata, “addomesticata” in base alla situazione politica dell’Ordine al tempo in cui fu redatta, quando i Francescani si erano già molto allontanati dall’ortodossia della Regola. Su questo esempio di storytelling ante litteram indaga il mio fra’ Deodato, il quale disobbedisce al comando di Bonaventura e salva dalle fiamme i manoscritti delle Vite proibite, e in quanto uomo di fede e cultura s’interroga sulla gestione della memoria del Santo, sulla possibilità che abbiamo di ristabilire la verità dei Fatti smentendo le Narrazioni faziose che ad essi si sovrappongono, e talvolta li sostituiscono.
Cos’è, insomma, Vite apocrife di Francesco d’Assisi? Forse il suo maggior pregio sta nella difficoltà d’incasellarlo in una determinata categoria. È un romanzo storico ma anche un (duplice) romanzo di formazione; lo stile è classico (ho cercato di coniugare la scorrevolezza con una lingua para-medievale, memore del periodare boccaccesco e permeata dal lessico dell’epoca) ma viene usato per decostruire una tradizione vecchia di otto secoli. Un libro che parla di ieri e guarda, in un certo senso, alla nostra contemporaneità. Del resto la società capitalistica occidentale, oggi in piena crisi, non è nata coll’Italia comunale del Due-Trecento? E il primo a contestarla è stato, appunto, un tale Francesco d’Assisi: ragazzo umbro, figlio di mercanti, aspirante cavaliere, poeta, guru».

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Un estratto del romanzo

Il cielo era uniformemente grigio, intriso di quella luce soffusa che non getta ombre né permette agli uomini d’indovinare che ora sia del giorno, o quanto manchi al calar della notte. I tetti d’attorno e i cantoni della piazza erano ingombri di neve, caduta in abbondanza nell’ultima settimana.
Alla destra della cattedra del vescovo stavano il padre Pietro e il fratello Angelo, entrambi vestiti sontuosamente. L’uno era immobile, lo sguardo stolido, perso oltre la folla; l’altro nervoso e irrequieto, da non poter starsene fermo. Poco discosti, altri parenti e intimi della famiglia. Monna Pica, osservarono le donne, non era venuta.
Mentre si dava lettura dei capi d’imputazione e delle generalità del querelante e del querelato, gli spettatori assiepati sulla sinistra diedero passo a qualcuno che giungeva da un vicolo laterale.
Francesco. A stento lo si sarebbe riconosciuto, così emaciato, se non fosse che i patimenti l’avevano reso ancor più somigliante al padre, e quasi si sarebbe detto che dai due lati della piazza fosse lo stesso uomo a mirarsi in uno specchio: le guance incavate nel giovane a causa della magrezza, e cadenti per l’età nel vecchio; i capelli del padre, radi, sapientemente pettinati per nascondere la calvizie, e quelli fradici e sporchi del figlio, incollati dal sudore sulle tempie ossute. Gli occhi dell’identico taglio, ma quanto diversi nell’espressione! E così pure gli abiti, uno l’opposto dell’altro, anche a guardarli da grande distanza: riguardo a ciò senz’altro lo specchio s’infrangeva, e pareva piuttosto di ritrovarsi nel mezzo d’una parabola evangelica. Di qui il Povero, di là l’Epulone.
Ma no, neppure questo paragone poteva dirsi calzante, poiché Francesco avanzò fino al centro della piazza, nient’affatto intimorito, e voltò le spalle al tribunale che lo avrebbe giudicato. […] Sembrava non udire le accuse che, su invito del vescovo, suo padre rinnovava al cospetto della cittadinanza intera, biascicando in modo quasi inudibile, tanto che il fratello Angelo dovette ripetere alcune frasi a voce alta, solerte nello scandire le parole più infamanti. […]
Molti tra gli spettatori si chiesero, dando di gomito al vicino, cosa significasse l’espressione che gli si leggeva in volto, o meglio: più la si guardava più risultava indecifrabile, la faccia di Francesco.
Gli occhi erano arrossati e umidi, ma fieri, come quelli dei più superbi tra i giovani che, pochi anni addietro, a decine avevano sfilato in San Rufino per ricevere l’investitura a cavaliere. Il busto eretto, il mento alto. Guardava la folla, fissava ciascuno con insistenza, finché questi non abbassava lo sguardo o faceva d’istinto un passo indietro. L’angolo sinistro delle sue labbra s’increspava in un sorriso di scherno appena percettibile; se avesse atteggiato allo stesso modo anche l’altro lato della bocca il ghigno sarebbe riuscito perfino crudele.
Si sfilò anche il giustacuore e lo lanciò lontano da sé, verso il punto in cui sedevano Pietro e Angelo Bernardone. Il suo era un addobbamento vero e proprio, però alla rovescia, poiché i cavalieri neofiti si presentano in casacca bianca e vengono rivestiti della corazza e delle armi spettanti al nuovo rango, egli invece s’inorgogliva nel liberarsi dei suoi orpelli, uno dopo l’altro, fino a restare nudo, con le sole braghe.
Strappandosi di dosso la camicia scoprì le spalle bianche, il torso magro, costoluto, reso più virile dal lavoro in San Damiano, le braccia guizzanti di tendini sotto la pelle diafana. Ciuffi di peli gli spuntavano attorno ai capezzoli e nel solco tra i muscoli del petto, e scendevano al ventre incavato. Era bello, nonostante le sofferenze patite, bello e giovane, e moribondo, al pari dei Cristi che segretamente turbano le vergini e le vedove alla Messa.

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La scheda del libro: “Vite apocrife di Francesco d’Assisi” di Massimiliano Felli (Fazi editore)

Vite apocrife di Francesco d'Assisi - Massimiliano Felli - copertina1266: quarant’anni dopo la morte del «Poverello d’Assisi», l’Ordine francescano è lacerato dalle divisioni interne. Bonaventura da Bagnoregio, in qualità di ministro generale dell’Ordine, ha completato da poco una nuova biografia di san Francesco. Durante il Capitolo di Parigi, si decide che la sua opera – che passerà alla storia come Legenda Maior – dovrà essere la versione ufficiale. Per questo motivo, lo stesso Bonaventura intima di distruggere tutti i documenti esistenti sulla vita di Francesco e di cercare frate Leone, l’ultimo sopravvissuto fra i diretti seguaci del Santo, un apostata che vaga tra i boschi in preda al delirio e che minaccia il buon nome dell’Ordine con le sue parole dissennate.
Incaricato della missione è il giovane amanuense fra’ Deodato, segretario di Bonaventura, che tuttavia non ha il coraggio di distruggere i documenti e decide di trasgredire agli ordini dei suoi superiori: salva dalle fiamme i manoscritti apocrifi e intraprende un lungo viaggio per trovare Leone che, ormai vecchio e forse annebbiato dalla pazzia, gli racconterà la sua versione dei fatti. Un’avventura tra le strade d’Italia e tra polverosi manoscritti che si trasformerà in un pellegrinaggio impossibile alla ricerca del vero Francesco, dell’uomo che si cela all’ombra del Santo.
Vite apocrife di Francesco d’Assisi è un romanzo suggestivo che ci offre una rilettura insolita e provocatoria della figura del Santo, per mostrare quei meccanismi che seppelliscono la verità sotto racconti diversi e testimonianze necessariamente parziali.
Una versione inedita e originale della vita di san Francesco, restituita con notevole maestria sullo sfondo di un appassionante contesto storico.

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