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DA QUALCHE PARTE STARÒ FERMO AD ASPETTARE TE di Lorenza Stroppa: incontro con l’autrice

giugno 7, 2020

“Da qualche parte starò fermo ad aspettare te” di Lorenza Stroppa (Mondadori): incontro con l’autrice

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Lorenza Stroppa è di Pordenone, dove vive insieme al marito, i due figli e un cane un po’ storto. Le piace litigare con il vento, accarezzare le parole, indagare le ombre e immergersi nei colori. Lavora come editor in una casa editrice veneta, tiene corsi di editoria e di scrittura e occasionalmente traduce libri. Ha pubblicato con Sperling&Kupfer la trilogia Dark Heaven, scritta a quattro mani con Flavia Pecorari, e nel 2017 il romanzo La città portata dalle acque per Bottega Errante.

Per Mondadori è uscito il suo nuovo romanzo intitolato “Da qualche parte starò fermo ad aspettare te“.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Ci sono libri che partono dalla mente, libri che partono dal cuore e libri che partono dalla pancia», ha detto Lorenza Stroppa a Letteratitudine. «Questo è un libro che è nato dal coinvolgimento di tutti e tre gli organi.
La scintilla è scoccata leggendo un altro libro, “La scuola degli ingredienti segreti”, di Erica Bauermeister. Si sa, l’invenzione è sempre frutto di associazioni di idee, di ricicli creativi. Non si inventa mai nulla di nuovo, ma sta nella forma e nella costruzione, la vera innovazione.
imageCome accade spesso, l’autrice aveva lasciato tra le pagine del suo romanzo un’idea abbozzata, che non aveva sviluppato (forse non aveva illuminato la sua fantasia). A un certo punto raccontava che il protagonista, al supermercato, trovava una lista della spesa con su scritto “pane, latte, olio e una pistola”. Di questa lista peculiare nel libro non c’era più traccia, come se il suo protagonista avesse ributtato a terra il foglio. Io l’ho raccolto invece, e assieme a esso ho raccolto la sfida che conteneva, capace di accendere in me mille idee. La lista della spesa è diventata un’agenda e la pistola… be’ la pistola, o meglio la sua aurea di minaccia, è diventata qualcos’altro.
Ma torniamo alla mente, al cuore e alla pancia.
Dopo questo input, non mi sono messa subito a scrivere sull’onda della passione, come faccio di solito, ma mi sono fermata a lungo a ragionare sulle pieghe dell’animo dei miei personaggi. Ad esempio sul perché Giulia, avesse paura ad affrontare il proprio passato e fosse bloccata in questo eterno presente senza poter andare avanti. Giulia era una pittrice che dipingeva quadri souvenir per vivere, ma il caos che albergava dentro di lei finiva nelle tele che copriva subito con un lenzuolo, e che si affrettava a rinchiudere in cantina, in un cimitero di quadri dimenticati che si ingrossava sempre di più. Lei, che aveva sempre saputo dominare i colori, maneggiarli con arte, non riusciva più a usare il colore rosso, perché era il colore della vita e la sua era ferma a un fatidico giorno di tre anni prima, quando tutto era cambiato. Neppure la sua migliore amica Rita, vivace e trascinante, o Teresa, l’anziana vicina di casa che dispensava saggezza mentre ricamava merletti delicati come la schiuma del mare, ce l’avevano fatta a tirarla fuori dal pantano in cui giaceva e che minacciava di ingoiarla per sempre.
Ragionavo sul perché Diego, cresciuto all’ombra di un fratello e una sorella “perfetti”, editor ossessionato dalle parole e irriducibile single, capace di cambiare accompagnatrice come cambiava il vento, non riuscisse a bucare la bolla che si era costruito, quella vita falsamente felice con una gatta capricciosa e l’influenza di una madre fin troppo invadente. Una vita in cui non era davvero chi voleva essere.
Diego e Giulia erano sospesi, aggrovigliati nelle proprie posizioni stantie, vivevano la vita da spettatori. Lei, attraverso il filtro dei colori, si sforzava di riportare la realtà che la circondava, su un piano semplice e conosciuto, affrontabile senza farsi troppo male. Lui, per mezzo delle parole, del loro suono e della loro etimologia, alzava barriere e si trincerava dietro a esse. Entrambi, per uscire da questa situazione, avevano bisogno di uno scossone, di un incontro-scontro, per liberare le proprie solitudini. Ma non sarebbe stato un percorso facile.
Siamo in grado di vederci davvero? Di affrontare la nostra più grande paura o quel dolore che è acquattato come un mostro dentro di noi, per tornare ad accettarci, ad amarci e così riuscire di nuovo ad amare? Mi chiedevo.
Non ho trovato una risposta a queste domande, così le ho iniettate nella scrittura. Credo infatti che un libro acquisti valore solo quando ti spinge a porti delle domande, non quando prova a darti delle risposte.
La lista della spesa si è trasformata in una to do list di Giulia, appuntata nella sua agenda con un calendario predefinito. Conteneva dieci cose da fare (persone da salutare, luoghi da ringraziare…) per Venezia e rappresentava una sorta di percorso, di via d’iniziazione. Ma Giulia perdeva l’agendina al supermercato, durante un banale scontro di carrelli, e Diego, che passava di lì poco dopo, la ritrovava. Avrebbe potuto restituirla, riflettevo – c’era nome e cognome, nelle prime pagine – ma avrebbe deciso di non farlo. Perché alcune parole scritte in quell’agenda avevano catturato il suo interesse e la scoperta della to do list lo avrebbe spinto a cercare di conoscere Giulia di nascosto, appostandosi nei luoghi previsti dalla lista…
A questo punto, con le idee molto più chiare, mi sono messa a scrivere. Ho scelto di far raccontare la vicenda in prima persona direttamente da Giulia e da Diego, con un’alternanza di voci, per portare avanti entrambe le storie sullo stesso piano e poterne intrecciare i destini. Ho deciso poi di ambientarla a Venezia per contare su un ostacolo in più. Questa città è una quinta viva, un’ambientazione che chiede spazio. La Storia che trasuda dalla sua pietra, che si alza assieme alla nebbia dai canali, si mescola infatti naturalmente con le storie di chi ci vive, le altera, le condiziona. Avevo bisogno di una città-ostacolo, di quelle che ti entrano sotto pelle e non te le togli più. Di una città forte come una nostalgia e affilata come un rasoio.
E infine – qui arriva la pancia – ho costruito con parole e sangue il dolore di Giulia. L’ho accompagnata negli abissi della sua sofferenza. Mi sono messa al suo fianco, vedendo ciò che vedeva lei, avvertendo distintamente il passaggio dei suoi fantasmi, e sentendomi anch’io, anche se dopotutto avevo inventato questa storia, tremendamente vulnerabile di fronte ai suoi lati più cupi e dolorosi. Arrivare alla fine assieme ai miei protagonisti, non è stato facile.
Devo concludere questo scritto con un avvertimento: questo romanzo è un inganno. Comincia infatti come una commedia, ti mostra il suo lato più frivolo, più leggero, ma poi diventa altro. Un po’ come quei cioccolatini che nascondono un’intensa anima di liquore. Certo, racconta anche una storia d’amore, ma non è un romanzo d’amore».

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imageLa scheda del libro: “Da qualche parte starò fermo ad aspettare te” di Lorenza Stroppa (Mondadori)

Diego non è un tipo da traguardi convenzionali, non cerca certezze, tantomeno relazioni stabili. Vicino ai quarant’anni, vive insieme alla gatta Mercedes in una mansarda vista laguna a Venezia e colleziona avventure senza troppi pensieri. La sua grande passione da sempre sono i libri e le parole, e ne ha anche fatto una professione: lavora come editor in una casa editrice. Per questo quando un giorno, mentre sta facendo la spesa al supermercato, trova per terra un’agenda, non può che rimanere colpito da ciò che vi è scritto. L’agenda appartiene a una certa Giulia Moro, che vi ha appuntato una singolare “to do list”, una lista di cose da fare che a un certo punto si interrompe misteriosamente. Incuriosito, Diego si mette sulle tracce di Giulia, pittrice di talento ma tormentata da un dolore che le impedisce di utilizzare il rosso – il colore del sangue, del fuoco, del cuore – nei suoi quadri. Diego si fa trovare, apparentemente per caso, nei luoghi indicati nell’agenda di Giulia: quando i due si parlano per la prima volta, tra loro scatta un’immediata attrazione. Ma Diego pensa di essere troppo inaffidabile per riuscire ad amare, e per Giulia l’amore non rientra affatto nella sua “to do list”… Lorenza Stroppa attraverso le voci alternate dei due personaggi ci conduce nei vicoli e nelle strade fatte d’acqua di una Venezia intrigante e luminosa, lontanissima dai cliché turistici, e delinea una mappa non solo geografica ma sentimentale: riusciranno parole e colori a trovare il linguaggio dell’amore?

 

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