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LA POESIA DI NINO DE VITA

giugno 8, 2020

Il canto di Cutusìo

Il poeta marsalese, Nino De Vita, “cantore di Cutusìo”, compie settant’anni. Lo festeggiamo con questo articolo di Giuseppe Giglio

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di Giuseppe Giglio

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(Nino De Vita davanti allo Stagnone. Foto inedita di Angelo Pitrone)

Si respira una certa musica, leggendo le poesie di Nino De Vita. Una musica, un canto, che con naturalezza sguscia dalle parole antiche con le quali questo grande e luminoso narratore in versi  sgrana una storia dopo l’altra, in quella particolarissima lingua che è il dialetto di Cutusìo – una delle centonove contrade di Marsala, davanti allo Stagnone, e alla mitica Mozia -, dove  De Vita è nato, proprio oggi, otto giugno, settant’anni fa, e dove da sempre vive. Già, Cutusìo: quell’etereo abbraccio di terra e mare che è un gioco di fate morgane, che risveglia gli occhi e l’immaginazione, non meno che la memoria e il cuore. E non è, questa musica, quella del localismo; né ha il sapore nostalgico di una civiltà contadina che non è più. Viene piuttosto da un’orchestra di voci, di storie, di cunti: quelli che De Vita, bambino, ascoltava dai nonni (vivevano nella stessa casa: all’epoca ancora senza luce, e non vi arrivavano i giornali), la sera, al tepore di una fiamma; e poi, da ragazzino, dai vecchi di Cutusìo, in campagna o al circolo. La musica di una lingua oggi quasi scomparsa, dunque, che per De Vita doveva farsi destino, ricominciamento. Se è vero, come è vero, che fino ai trent’anni l’autore di Cutusìu, Cùntura, Nnòmura (e di tutti gli altri grappoli di storie che sarebbero nati) non pensava di scrivere in vernacolo, ma in italiano, così come aveva iniziato a fare con le cristalline poesie di Fosse Chiti.
E invece proprio allora, nel 1980, un casuale scambio di battute con i propri alunni rivelò a De Vita la missione, dal forte senso etico, che lo attendeva: preservare quelle antiche parole che per anni aveva custodito, ricaricandole di vita, intessendovi nuove e altre esperienze. Dentro un sorriso, il suo, cresciuto su un ascolto lunghissimo degli uomini, e all’ombra di una discrezione che da sempre sottende una vivida inquietudine: ben oltre ogni edificante idillio, e semmai tesa a ridipingere, per riscoprirli, gli eterni e distonici colori del vivere (del vivere e del morire insieme): la fragilità e l’orgoglio, la vergogna e la miseria, il desiderio e l’amore, la paura… E così il dialetto di Cutusìo riprende le sue strade, ridisegna nature e paesaggi, accende ancora voci. Come quella di Oronzo, con ogni osso storto, che dalla sua sedia a rotelle desidera sì l’amore di una donna, ma vorrebbe poter camminare; o quella di due bambine (Vincenza e Ninfa), compagne di classe, il cui dialogo porta alla luce i tradimenti incrociati e le reciproche debolezze dei rispettivi genitori. Per non dire di Rrusulia (Rosalia): che – senza famiglia, in una casa di riposo – confida all’io narrante (il solo che si ricorda di lei) della sua compagna di stanza: non più padrona di sé, il cui unico figlio non va a trovarla per non dispiacere la moglie. Sono, queste, alcune storie di Sulità (Solitudini), un libro, molto pirandelliano, di solitudini dolorose (come sono tutte quelle non scelte), che precede la raccolta più recente del poeta marsalese.

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(Nino De Vita ritratto da Dino Ignani)

Quel Tiatru (Teatro) dove recitano la vita teatranti di varia umanità, ascoltati (è proprio il caso di dire) da un assai discreto io narrante/De Vita: da «ʾu rrimitu», «l’eremita», un poeta che, appena sveglio, non sa se chiedere a Dio un sorriso o una carezza, all’uomo dello Stagnone, che, sotto un cielo «ggiannuffu», «giallastro», vende il suo pesce appena pescato soltanto ad uno storpio, rifiutando le altre richieste, piene di petulanza o prepotenza. Poi Calogero, il verduraio, in preda ad un tormento (pensando alle spese da sostenere, nell’un caso e nell’altro): se lasciare morire la suocera, malata senza speranza, in ospedale, o a casa sua. E non mancano certi fantasmi del De Vita bambino: Ggiuvannineddu ’u foddi, Giovannino il pazzo, uno zappatore che vede nel vino il fuoco e nella forchetta il rastrello; oppure Pasquale, che con la luna piena diventa il lupo mannaro, ’u mammaddau (tra i suoni più belli, questo: quasi un incantesimo). Tutti, essi, i teatranti, donne e uomini, persone, più che personaggi. Racchiusi in un libro, nello spazio di pochi versi, ma più vivi che mai. «I libbra stannu fermi/ma rintra hannu una vita/ch’i macina: cci sunnu/’i cinchedda, i sbintati, i luparini;/i torti, i macanzisi;/alivoti cci sunnu ‘i nannalau,/i scarafuna, l’òmini squaquègnari,/’i ngazzati, l’eroi», «I libri stanno fermi/ma dentro hanno una vita/intensa: ci sono/gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere;/i malvagi, i traditori;/a volte ci sono gli stupidi,/gli ingordi, gli uomini miseri,/gli amanti gli eroi», si legge in una pagina di Sulità. E tornando a Tiatru: «Eu sacciu comu èttanu ʾi palori/Aiutàtimi, cci ricu/ a rricurdari, un omu/è fattu ri palori», dice  Berengario, l’ultima voce, un vecchio rimasto solo: «Io so come gettano le parole./Aiutatemi, chiedo/a ricordare, un uomo/è fatto di parole». Già, le parole. «I palori chi si/pèrsiru, chi stannu/pirdennu», «Le parole che si sono perse, che si stanno perdendo», aggiunge sempre Berengario. Lui che conosce e desidera più di ogni altra cosa l’amore: «Pi mmia ci voli amuri./Cchiuassai ru cumannari,/ru fùttiri, l’agghiùttiri,/pi mmia ci voli amuri» (per me ci vuole amore./Più del comandare,/del fottere, del mangiare,/per me ci vuole amore). Quello stesso sentimento che Nino De Vita nutre per le parole, per la memoria, per la poesia. E per l’uomo.

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