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IL BIBLIOTECARIO DI AUSCHWITZ di Andrea Frediani: incontro con l’autore

giugno 9, 2020

“Il bibliotecario di Auschwitz” di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore e il primo capitolo del romanzo

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Andrea Frediani è nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi,  romanzi e thriller storici. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue.

Il suo nuovo romanzo, pubblicato come i precedenti da Newton Compton, si intitola “Il bibliotecario di Auschwitz: un romanzo ispirato a una storia vera sulla tragica realtà dei campi di sterminio.

Abbiamo chiesto ad Andrea Frediani di parlarcene…

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«Voi cosa direste se aveste dedicato la vita a una materia, vi ci foste laureati e specializzati, ne aveste fatto il vostro lavoro, e poi arrivasse un tale che, dopo una occasionale consultazione di qualche sito internet vi rivelasse che dite un mucchio di scempiaggini e che solo lui ha capito come sono andate davvero le cose?
«Suppongo», ha precisato Andrea Frediani a Letteratitudine, «che chiunque se la prenderebbe o, in alternativa, lo considererebbe un povero demente, e non se ne curerebbe. Paradossalmente, è quello che ormai capita sistematicamente agli storici, in particolare a quelli di storia contemporanea. Costoro trascorrono la vita a consultare fonti e documenti, per esempio, sulla Seconda guerra mondiale e sull’Olocausto, ma si sentono dire da un numero sempre maggiore di persone che le camere a gas non sono mai esistite, che nei lager si moriva, semmai, un po’ per il tifo, che gli alleati hanno compiuto atti ben più esecrabili dei nazisti bombardando le città tedesche, che la Wehrmacht non si è mai macchiata di crimini di guerra e che, semmai, in Russia e in Polonia ogni tanto sarà scappato qualche colpo di fucile in più alle sole SS…
Ma in un mondo in cui ci si può permettere di essere terrapiattisti, suppongo che sia perfino più lecito essere “negazionisti”, no?
Lo storico può sciorinare qualunque documento, testimonianza o confessione, a proposito di un evento, l’Olocausto, che è probabilmente tra i più dimostrati della storia; ma per il negazionista ogni documento sarà pregiudizialmente fasullo, ogni testimonianza inattendibile e ogni confessione estorta con la tortura: come se l’autobiografia di Rudolf Hoess, il comandante di Auschwitz, un tomo dettagliato in cui il protagonista vanta la propria efficienza esagerando, perfino, il numero degli ebrei gasati nel suo lager, fosse stato scritto sotto tortura e minacce. Come se le memorie dei membri superstiti del Sonderkommando, la squadra speciale di ebrei che si occupava di far entrare i deportati nelle camere a gas e poi di smaltirne i cadaveri, fossero il frutto di menti particolarmente fantasiose.
Ma naturalmente i negazionisti non hanno mai letto nulla di tutto ciò: difficilmente conoscono un’opera, un documento o una testimonianza che definiscono falsa. Tutt’al più, sono solo in grado di citare chi l’ha definita tale su qualche sito, o quell’unico libro che hanno letto, latore di una verità storica “alternativa” in mezzo a una sterminata mole di autorevoli volumi che ricostruiscono la realtà, e che essi bollano come un prodotto dei “poteri occulti”, capaci di indirizzare e plasmare il pensiero della gente.
Lo storico si indigna, di fronte a queste amenità, e non può far altro che approfondire lo studio dell’argomento, per poter fronteggiare una preoccupante espansione del virus negazionista; che guarda caso, non porta chi ne è infettato a mettere bocca su altri fenomeni storici, dalla Rivoluzione francese alle Crociate, dal Risorgimento alla lotta per le investiture, ma solo ad accanirsi sull’Olocausto, con un chiaro intento ideologico che nulla ha a che fare con la ricostruzione storica.
E se lo storico si indigna e approfondisce, lo scrittore scrive. E’ per questo che, da divulgatore storico e da romanziere, ho deciso di abbandonare il sicuro percorso dei romanzi ambientati nell’antichità e nel Medioevo e di calarmi nella realtà della Seconda guerra mondiale: quando il negazionismo è entrato anche nella mia cerchia più ristretta, contagiando un mio vecchio amico, ho desiderato dire la mia; d’altra parte, allo studio del nazismo e della Seconda guerra mondiale mi sono dedicato fin da ragazzo, perché la storia mi piace per intero, e non per settori.
Nel corso degli approfondimenti cui mi sono dedicato, ho incontrato una vicenda che ancora non era stata raccontata in forma narrativa ma che, secondo me, meritava di esserlo: quella di Bruno Schultz, uno scrittore e pittore polacco che fu obbligato a collaborare coi nazisti nel ghetto di Brohobycz. Ma volevo anche raccontare la realtà dei campi di sterminio, così l’ho rielaborata e ambientata ad Auschwitz, intersecandola con le vicende di due ufficiali reduci dal fronte, grazie ai quali ho potuto raccontare un’altra terribile faccia dell’Olocausto: l’azione degli Einsatzgruppen, le squadre speciali che seguivano la Wehrmacht per liquidare ebrei e bolscevichi; la loro “epopea” che mi aveva molto colpito, a suo tempo, per come l’aveva raccontata Littell nel suo capolavoro, Le Benevole.
Ne è venuto fuori un romanzo che considero un atto d’amore. Un atto d’amore verso la storia e i suoi insegnamenti, che troppo spesso finiscono dimenticati nell’arco di poche generazioni. Un atto d’amore verso non voglio dire la verità – perché ciascuno ha la sua – ma verso l’oggettività – che uno storico serio persegue e mette in luce. Un atto d’amore verso narrativa e fiction di cui mi nutro in modo compulsivo, e che mi ha indotto a sperimentare un nuovo modo di raccontare, redigendo un testo apparentemente in forma di diario in prima persona, che poi, improvvisamente, prende un’altra forma, più adeguata al thriller in cui si trasforma la vicenda.
Un atto d’amore, infine, verso la grande letteratura, grazie al ruolo che Shultz aveva e che ho attribuito al mio protagonista, incaricato di creare una biblioteca con i libri requisiti nel ghetto di Cracovia. Ne Il Bibliotecario di Auschwitz, il mio professor Maylaender si convince di avere una missione da compiere: umanizzare le SS, che in gran parte avevano solo la licenza elementare, attraverso i libri, e sviluppare in esse uno spirito critico. E questo mi ha offerto l’occasione di rendere un tributo agli autori e alle opere che hanno accompagnato la mia crescita e mi hanno reso ciò che sono: da Dumas a Hugo, da Wilde a Molnàr, da Melville a Pirenne…
Non ho dubbi, è il mio libro che amerò di più».

© Andrea Frediani

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Il primo capitolo del romanzo

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I

Mi considero un uomo fortunato. Volitivo e determinato anche, ma senza le occasioni, la volontà di un uomo può ben poco.
E io ne ho vista tanta, di gente cui è stata preclusa ogni occasione di mettersi alla prova.
Adesso che inizio a scrivere, ogni parola mi sembra inadeguata agli eventi che ho deciso di raccontare. Ogni frase mi pare puerile, superficiale; la mia penna si rivela indegna della tragedia di cui ho fatto parte, del trauma che rivivrò per tutta la vita nella mia memoria, nel cuore e nell’animo; i rapporti sociali, il lavoro e ogni gesto quotidiano risentiranno per sempre del confronto con l’esperienza di guerra subita in cui sono precipitato. Guerra subita, certo, non guerra al fronte: lì, almeno, ogni uomo ha un’arma con cui può provare a difendersi. Ma in un campo di sterminio non ci sono armi, se non l’intelletto e la mancanza di scrupoli, spesso insufficienti contro la convinzione del tuo nemico che tu non sei nulla, e che può far scomparire ogni traccia di te con un semplice desiderio… Perché un uomo non si preoccupa di chi non ritiene alla sua altezza. Né dei suoi sentimenti, né della sua storia. Non pensa neppure che li abbia, sentimenti e storia; altrimenti, forse, non avrebbe l’animo di spazzare via un essere umano con la stessa noncuranza con cui si calpesta un nido di formiche.
Eppure sento il bisogno di scrivere, di raccontare. Sarei un docente universitario di storia, se il mondo non fosse deflagrato, ma ho sempre desiderato essere anche uno scrittore. Tuttavia nulla, nei miei studi e nella mia vita, mi era sembrato tanto dirompente da meritare l’attenzione di un lettore per più di poche pagine.
Ora, se anche la mia penna non saprà restituire con la necessaria efficacia la vividezza di un terrore che va oltre la guerra, oltre una strage di civili, oltre ciò che la mente umana può concepire, ci sarà sempre la cronaca: da esordiente quale sono, posso contare almeno sulla forza che i fatti stessi sono in grado di sprigionare, e mi auguro che il lettore sia indotto a riflettere, anche se il racconto non dovesse essere all’altezza degli eventi narrati, o se la mia sensibilità non sarà sufficiente a cogliere la portata delle emozioni scatenate dall’inferno in cui sono precipitato.
Perché è questo che voglio raccontare. L’inferno reale. Non quello immaginario, creato dall’Alighieri, dalla Chiesa cristiana, talvolta edificante, perfino epico, addirittura rassicurante, per quella sua tendenza a stabilire un fato preordinato in relazione al peccato commesso. No, l’inferno nel quale sono finito io, insieme a milioni di altri, non ha alcuna relazione di causa ed effetto. Alla pena non corrisponde necessariamente un reato. Non c’è giustezza, non c’è giustizia, c’è solo il caso. Puoi finirci a soffrire e morire solo perché sei nato o sei finito dalla parte sbagliata dell’universo.
Ho voluto vivere. Ho combattuto per vivere, e per qualcuno potrebbe essere una colpa. Perché la vita di uno solo di noi dovrebbe essere così importante da giustificare qualunque atto per rimanervi aggrappati? Per un perverso paradosso, macchiarsi di colpe che, nella Chiesa cristiana, ci spedirebbero nell’inferno dantesco è l’unico sistema, spesso, per sopravvivere all’inferno in terra. Proprio quando la morte è più scontata della stessa esistenza alcuni di noi si accorgono di quanto preziosa sia la vita. E sono disposti a tutto pur di preservarla: anche a diventare come i loro aguzzini. Come possano convivere poi col ricordo di ciò che hanno fatto, non lo so immaginare. Il fato mi ha risparmiato la tentazione di trasformarmi per poter vivere. La mia volontà mi ha permesso di dare un senso alla mia permanenza all’inferno.
E il mio intelletto mi ha offerto la possibilità di svolgere una missione.
Quella mattina mi svegliai consapevole che non sarebbe stato un giorno come gli altri. Durante la notte avevo preso una decisione che, comunque fosse andata, era destinata a cambiare la mia vita.
D’altra parte, da quando i nazisti avevano occupato l’Ungheria, nessun giorno era mai stato banale. O forse non lo era stato da quando il governo, ingolosito dalla possibilità di sfruttare la dirompente espansione tedesca, aveva deciso di affiancare l’Asse per strappare qualche territorio ai Paesi vicini.
Mai sciacallo aveva pagato un prezzo più alto. C’erano oltre 800.000 ebrei in Ungheria, e ben presto ci si era accorti che, tra le prede puntate dai nazisti, noi, proprio noi che ci eravamo schierati al loro fianco, eravamo quella più ghiotta: una riserva aurea di morte su cui Hitler e i suoi sodali non vedevano l’ora di mettere le mani. E fin dal primo momento, avevano pressato il reggente Horthy perché imponesse alla comunità ebraica le stesse restrizioni previste nel loro Paese e in quelli conquistati. Non che ve ne fosse bisogno: già prima della guerra in Ungheria gli ebrei erano stati penalizzati da una legislazione antisemita, e l’ammiraglio non aveva fatto altro che proseguire in quella direzione.
Ma poi la pressione aveva raggiunto un altro livello. La guerra non stava andando, per i nazisti, come i primi successi avevano lasciato sperare, e col tempo il bisogno di manodopera si era fatto sempre più stringente. Servivano lavoratori coatti nell’Europa nazista, e per i tedeschi, con il loro sistema diviso tra padroni, servi e parassiti, nessuno più dell’ebreo meritava di rivestire il ruolo di schiavo.
Il fatto è che a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, per loro gli ebrei erano parassiti, non servi.
E i parassiti si eliminano, non si schiavizzano.
Non ero in forma, quella mattina. Mi alzai dopo essermi rigirato a lungo nel letto. Era stata una notte insonne, credo, ma non lo ricordo con chiarezza: di notti insonni ne ho passate un’infinità, dopo di allora, e in condizioni ben peggiori. Di certo, avrò soppesato tutte le opzioni, prima di compiere il passo che mi accingevo a fare. Tuttavia faticai ad abbandonare le lenzuola che, seppur inzuppate del mio sudore, mi avvolgevano in un morbido abbraccio protettivo, una sorta di grembo materno; forse presagivo che le avrei rimpiante a lungo.
Una volta in piedi non trascurai nessuna delle mie abitudini. Sebbene andassi di fretta, sebbene la mia mente fosse rivolta altrove, mi tolsi la camicia del pigiama e la adagiai sulla spalliera del letto in modo da ritrovarla senza pieghe. Poi andai in bagno a sciacquarmi la faccia e a lavarmi le ascelle, assaporando il piacevole aroma del sapone. Mi asciugai con cura, percependo l’odore leggermente sgradevole dell’asciugamano e pensando che forse era ora di metterlo a lavare. Subito dopo, presi il flacone della lozione per il viso e iniziai a frizionarmi la pelle. Massaggiai a lungo, lievemente, sentendo sotto i polpastrelli i peli ispidi, cullandomi in quella sensazione e cercando di svuotare la mente; poi distribuii la crema da barba lungo gote e mento, quindi presi il rasoio, lo bagnai nell’acqua calda e iniziai a farlo scorrere sulla pelle.
Mi era sempre piaciuto ciò che vedevo riflesso nello specchio. Soprattutto dopo essermi reso conto, fin da ragazzino, che piaceva agli altri. E soprattutto alle altre. Mio padre soleva dirmi che qualche antica ascendenza mongola doveva essersi manifestata in me più che in qualsiasi altro membro della nostra famiglia. Gli occhi scuri e stretti, di matrice asiatica, coronati da uno zigomo tagliente, sono incastonati in un ovale elegante e armonico, col mento affusolato ma non lungo, le orecchie grandi ma non ingombranti, le guance sottili ma non scavate, la pelle viva e colorata ma non scura, le labbra ampie e carnose.
Non ho proprio nessuno dei tratti somatici tipici dell’ebreo, e neppure sono credente. Non sarei stato toccato dalla persecuzione scatenata dai nazisti e dai loro accoliti, se non fosse per mia madre… o per il torto che, involontariamente, mi ha fatto mio padre sposando un’ebrea. Perfino il naso, che in mia madre era decisamente camuso, è di matrice paterna: è lungo e appuntito, talmente regolare da lasciar supporre che me lo sia disegnato da solo scegliendo la tipologia che meglio si adattava al mio volto. Da mia madre ho preso i capelli, di un nero brillante come la pece e appena crespi, che fin da ragazzo ho portato arruffati soprattutto sulla fronte, lasciando un ciuffo libero di catturare l’attenzione delle donne. E anche l’altezza, affatto inusuale per una donna: i miei erano una di quelle rare coppie in cui la donna è più alta del suo compagno.
Ma le spalle larghe e squadrate, da atleta più che da professore, le ho ereditate da mio padre, che atleta lo è stato davvero. Di esse sono orgoglioso quanto del mio intelletto. Sono loro che mi hanno salvato, quando ho affrontato il mio primo incontro con la morte.
Anche quel giorno mi piacque ciò che vidi, malgrado la preoccupazione avesse reso più profonde e marcate le piccole rughe da quarantenne sul mio viso. Quei radi segni che solcavano la mia pelle da qualche tempo conferivano al mio volto una maggiore profondità e vividezza; una studentessa con cui mi ero svegliato, nei primi anni di guerra, mi aveva detto: «Se non avessi qualche ruga, quando dormi ti si direbbe una statua, troppo bella e perfetta per essere umana».
Indulgevo, talvolta, nello specchiarmi, e lo feci anche allora, mentre l’acqua si portava via gli ultimi residui di crema da barba e le mie mani si dedicavano a cospargere le guance di dopobarba, il cui profumo penetrante mi provocò un sussulto di piacere.
Ricordo ancora quel profumo. Fu l’ultimo che sentii per lungo, lunghissimo tempo.
Mi versai un po’ di brillantina sulle mani e la passai tra i capelli, massaggiandoli finché non li ritenni abbastanza morbidi da pettinarli. Finii di lisciarli, modellando con le mani il ciuffo, poi mi sciacquai e tornai nella camera da letto, aprii l’armadio e mi concentrai sulla scelta degli indumenti migliori. I nazisti e le croci uncinate, di solito, mostravano un minimo di soggezione verso chi si presentava bene, e il mio aspetto mi aiutava a non essere molestato.
E poi, a me piace vestirmi bene.
Avevo una vasta collezione di vestiti, allora. Presi in considerazione l’idea di indossare un completo gessato nero doppiopetto, con ampi revers appuntiti, assai aderente in vita e con le spalline. Lo avevo acquistato a Fiume dove insegnavo, sei anni prima; poco dopo le direttive legate alla guerra avrebbero costretto l’industria dell’abbigliamento a evitare lo spreco di stoffa realizzando abiti più semplici. Avrei abbinato al completo una camicia bianca, in finissimo batista – che preferivo all’ormai più diffuso cotone, a dispetto del fatto che fosse considerato un tessuto femminile –, dalla manica classica con polsi doppi da gemelli e colletto piccolo e appuntito, senza inamidatura. A completare il tutto, un morbido fedora di feltro sulla testa, delle scarpe inglesi in vitello con perforature in punta, modello Oxford, appena lucidate, e una cravatta blu di Prussia; senza trascurare il fazzoletto di seta nel taschino e una cintura di pelle nera con fibbia in ottone. Scartai invece subito il soprabito di cammello che indossavo nelle occasioni importanti: era giugno e avrei rischiato di sudare, o di tenerlo sempre sull’avambraccio. “Meglio un trench” mi dissi: avrei fatto comunque la mia figura.
In fin dei conti, andavo a una cerimonia. Non erano tempi in cui celebrare, quelli, ma i miei genitori avevano tutto il diritto di festeggiare le loro nozze d’oro.
E il loro unico figlio superstite non poteva mancare, a dispetto di tutte le disposizioni che vietavano agli ebrei di Budapest di lasciare la città. A dispetto delle voci sempre più insistenti a proposito della deportazione di tutti gli ebrei residenti al di fuori della capitale.
Alla fine, feci una scelta più sobria. Anche perché non ero certo che sarei riuscito a rientrare presto in città e avevo bisogno di qualcosa di più comodo. Al gessato preferii dunque uno spezzato: una giacca di tweed a scacchi e dei pantaloni chiari, seppur con le pinces anch’essi.
Completai la mia vestizione – la mia ultima vestizione – dopo aver mangiato. Mi preparai un caffè lungo, lo versai in una tazza di latte, e vi inzuppai dei fragranti biscotti che proprio i miei genitori mi avevano inviato poco tempo prima. Li aveva fatti mia madre, che ancora si dilettava di cucina. Si sentiva il burro, e la quantità di zucchero era eccessiva, ma la dolcezza faceva sì che uno tirasse l’altro, e dovetti impormi di richiudere il tappo del contenitore quando mi accorsi di averne mangiati più del solito.
Tornai in bagno a lavarmi i denti, concedendomi il tempo necessario per un’accurata pulizia: detesto l’alito cattivo negli altri, e ho sempre fatto in modo che nessuno potesse lamentarsi del mio. Avevo l’abitudine di portare sempre con me una confezione di mentine; ne tenevo una in ogni giacca del mio guardaroba. Quando indossai il tweed, la trovai puntualmente infilando la mano in tasca e, scuotendola, ebbi conferma che conteneva ancora diverse caramelle: sicuramente sufficienti, mi dissi, per l’intera durata del mio soggiorno dai miei.
Preparai la borsa, mettendovi dentro un quaderno per gli appunti e, come sempre, un libro per lo studio e uno per diporto. Il primo era la Storia d’Europa di Pirenne; lo stavo rileggendo per un corso di storia medievale che tenevo settimanalmente a tre fratelli ebrei; era con le lezioni private, infatti, che mi guadagnavo da vivere da quando le leggi razziali mi avevano privato della mia cattedra universitaria di storia moderna, dapprima a Fiume, in Italia, poi in Ungheria. Solo in un secondo momento avrei colto l’ironia della mia scelta: l’ultimo libro di mia proprietà che ho letto era stato scritto da un professore di storia durante la sua prigionia, dopo essere caduto nelle mani dei tedeschi a seguito dell’invasione del Belgio nella Grande guerra…
Il secondo libro era una elegante edizione de Il conte di Montecristo di Dumas, che pochi mesi prima avevo trovato su una bancarella: in tempo di guerra la gente si affretta a disfarsi del superfluo per potersi sfamare. Da ragazzo ne avevo letto una versione più breve e semplificata, ed ero rimasto stupito e incuriosito dalle reali dimensioni dell’opera di Dumas, tanto da decidere di acquistarlo nonostante non fosse più tempo per le spese superflue.
Per me i libri sono stati sempre un nutrimento, e ricordo che non mi pesò dover rinunciare a un paio di cene, pur di averlo nella mia biblioteca.
Come mia abitudine, feci un ultimo giro per casa, controllando di non aver lasciato luci accese o valvole aperte, ma anche indumenti e oggetti fuori posto. Piegai il pigiama, rifeci il letto e riordinai il comodino, riponendo sulle mensole i libri che avevo consultato la sera precedente, prima di andare a dormire. Contemplai con tristezza i miei saggi, che mi erano valsi le cattedre e, successivamente, una certa notorietà tra i colleghi storici.
Finalmente aprii l’uscio di casa, provando un moto d’angoscia. Fino ad allora avevo ricacciato in un recesso della mia mente ogni pensiero oscuro, concentrandomi sulle mie abitudini quotidiane e su ciò che mi era più familiare.
Sapevo bene che quel che mi accingevo a fare era pericoloso: le autorità avevano proibito gli spostamenti agli ebrei, e stavo per andare in una zona che, si diceva, era già soggetta ai rastrellamenti.
I miei genitori non avrebbero mai voluto che mi esponessi a questo rischio, ma ero tornato in Ungheria per loro, e non avevo alcuna intenzione di lasciarli soli, tanto meno nel momento in cui celebravano le nozze d’oro.
Quando mi chiusi la porta alle spalle e girai la chiave nella serratura, non sapevo di stare per entrare in un altro mondo, cui nulla, né le mie conoscenze storiche, né l’immaginazione, né le dicerie sulla sorte degli ebrei fagocitati dai nazisti, avrebbero potuto prepararmi.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Il bibliotecario di Auschwitz” di Andrea Frediani (Newton Compton)

1944. Il professore ebreo Isaia Maylaender, tornato in Ungheria da Fiume per stare vicino agli anziani genitori, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato e finisce con loro ad Auschwitz-Birkenau. 

Maylaender è un uomo brillante, abituato agli agi, e la realtà spietata e disumana del lager minaccia di consumarlo. Giorno dopo giorno, la costante lotta per la sopravvivenza in condizioni degradanti lo spinge sull’orlo dell’abisso. Quando ormai tutto sembra perduto, una proposta inaspettata riaccende in lui la speranza: Hillgruber, un ufficiale delle SS, gli affida il compito di catalogare i libri requisiti nel ghetto di Cracovia e di organizzarli in una biblioteca che offra ai soldati nazisti distrazioni più elevate del gioco e del bordello. L’iniziativa colma di entusiasmo il professore, che spera, grazie ai libri, di rendere più umane le SS. Mentre Maylaender si getta a capofitto nella missione, e i sovietici si avvicinano sempre di più al lager, Hillgruber gli assegna altri due incarichi: fare da precettore al figlio e redigere le sue memorie di guerra, compiti che si riveleranno molto più pericolosi di quanto Isaia avrebbe mai potuto immaginare…

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Andrea Frediani è nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; L’ultima battaglia dell’impero romano; Le grandi battaglie di Napoleone; La storia del mondo in 1001 battaglie; L’incredibile storia di Roma antica, Le grandi guerre di Roma. L’età repubblicana e, con Raffaele D’Amato, L’ultima vittoria dell’impero romano) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile; L’enigma del gesuita. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; i thriller storici Il custode dei 99 manoscritti e La spia dei Borgia; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; Il cospiratore, La guerra infinita e Il bibliotecario di Auschwitz. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue. Il suo sito è www.andreafrediani.it

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