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PLAY di Laura Orsolini (recensione)

giugno 11, 2020

“Play” di Laura Orsolini (Edizioni La memoria del mondo)

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di Nicoletta Bortolotti

L’algebra dell’adolescenza potrebbe tradursi in un’equazione di viaggio così come l’ha formulata José Saramago: “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione”. Per simmetria e linguistica osmosi, anche l’adolescenza non finisce mai. Solo gli adolescenti finiscono. E si prolungano in memoria, in ricordo, in narrazione di un tempo inespresso, archetipico, e germinante tutti i tempi che saranno. Che diverremo. Non saremo più adolescenti, ma saremo sempre un’adolescenza.
Saremo Vasco. Si chiama così, proprio come Vasco Rossi, il protagonista sedicenne di questa scrittura tesa, minimalista nell’economia di parole che non straripano, non smarginano, ma ricompongono le struggenti coordinate del dolore. E dicono senza dire, in una magistrale punteggiatura del silenzio, la sola abilitata a comunicare il non comunicabile.
Vasco, tre anni consecutivi trascorsi a scuola “senza aprire bocca”, gioca alla Play, vive solo con la madre Anita, non scambia umori e sudori con i coetanei, se si eccettua l’amica di solitudine Martina, e incontra un professore di matematica ancora impegnato a risolvere l’algoritmo della sua adolescenza di adulto. Vasco non condivide il proprio corpo, piegato forse da quel nome davvero troppo “vasto”, difficile da indossare come la musica della celebre rock star, distante da lui non solo un ventennio ma un millennio. E amata a tal punto dai genitori da chiamare il figlio con lo stesso nome.
“La narrativa (…) lascia inquietudini che nei casi migliori neanche un lieto fine riesce a dissolvere” annota Paolo Di Stefano nella densa e puntuale prefazione al romanzo.
Ma se l’adolescenza è un durevole Libro dell’inquietudine, da sfogliare anche dopo la sua fine, le pagine di Vasco-Bernardo Soares si sfogliano dopo un interrogativo. Dov’è il padre? In seguito alla separazione dalla madre Anita, il marito si è infatti dileguato in un’assenza che è parsa definitiva. Padre e figlio semplicemente “non erano stati. Avrebbero potuto essere. Periodo ipotetico dell’impossibilità”.
Saranno questa domanda e la ricerca di un genitore che non lo cerca l’incipit di Vasco e l’explicit di un’attesa. L’inizio di un ritorno dalla clausura monacale delle cuffie, membrane auricolari del fittizio, e la fine di una sospensione che lo renderà uomo.
E proprio sulle tracce di un padre, ma anche di una madre, confido ci riporti questo bellissimo libro, pubblicato in un tempo di reclusione non immaginata, affine a quella di Vasco, ma causata da un virus. Il sociologo Aldo Bonomi ha individuato nella pandemia un salto d’epoca che ha riportato in scena il corpo non virtuale. Ma, in modo paradossale per i più giovani, l’unico strumento per riconnettere il corpo reale distanziato è stato proprio quello virtuale. Penso alla dad, la didattica a distanza, alle chat su WathSapp, su Instagram…
La generazione indie, la haedphones generation di cui Vasco si fa esponente estremo e radicale, si è vista costretta a riallacciarsi, in una cordata forzosa, alla generazione pre-internet, quella dei genitori, degli insegnanti e, in senso lato, dello Stato. La legge del padre, della madre, dei senes, della polis ha dunque riacquisito un codice il cui rispetto, prima appannato, è riapparso di colpo urgente per sopravvivere. I ragazzi spauriti, e Vasco è ognuno di loro, si sono tolti le cuffie per ricercare nei vecchi, nei telegiornali dei vecchi, nei decreti ministeriali dei vecchi, risposte al libro dell’inquietudine sfogliato dalla malattia. Smessa la religione degli auricolari, che Laura Orsolini indaga così lucidamente e in profondità, è tornato a tavola il catechismo delle parole.
Ma gli adolescenti che, come Vasco e Martina, avrebbero dovuto spiccare il volo dell’indipendenza, sono stati indotti dalla quarantena alla dipendenza coatta dai genitori. Dai senes. Non sono stati, però, remissivi o apatici come qualcuno ha affermato. Sono stati resilienti. Nei loro occhi, come in quelli di Martina negli ultimi capitoli che preludono anche allo scioglimento di un mistero, dove Vasco percepisce la felicità di quel volo, è brillata una luce flessibile, paziente, coraggiosa, disordinata, e perfino atletica. Gli adolescenti che, davvero, hanno paventato l’appropriazione indebita del futuro da parte di un mostro invisibile e coronato, si sono dimostrati un modello di “caos calmo”, autentico mood di questo libro. Non della ribellione furiosa e ideologica di prima, ma di una propulsione leggera e potente a sperare e a navigare perfino senza nave. Ad appoggiarsi con tutto il corpo “su un grande cuscino d’aria”, come si concede il protagonista di Play quando riesce a ridigitare una personale grammatica della fiducia.
Questa narrazione toccante e necessaria ha il coraggio di auscultare con gli auricolari non delle cuffie, ma dello stetoscopio, il cuore adolescente. L’adolescenza e tutti gli adolescenti. Loro sì, antivirus della speranza. E sollecita l’ultima domanda. Saranno loro la nostra più giovane vecchiaia e noi la loro più vecchia gioventù?
 
© Nicoletta Bortolotti

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Play - Laura Orsolini - copertinaLa scheda del libro: “Play” di Laura Orsolini (Edizioni La memoria del mondo)

Vasco ha sedici anni, frequenta il liceo scientifico e passa le giornate giocando alla Play. Una mattina, a scuola, trova un diario segreto. Racconta di un patto di sangue e di una ragazza presunta suicida. Le indagini volte a scoprirne l’identità uniscono il destino del protagonista a quello di Martina, sua compagna di classe ed ex brutto anatroccolo, e di Aurelio Sarti, professore di matematica di ripetizioni di Vasco. Sarà compito dell’amore lenire i dolori di un passato che torna a fare male e sconfiggere la paura di vivere che impedisce ai protagonisti di vivere il presente ed essere felici.

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