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A UNA CERTA ORA DI UN DATO GIORNO di Mariantonia Avati (intervista)

giugno 13, 2020

“A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia Avati (La nave di Teseo)

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di Massimo Maugeri

Dopo il felice esordio, come autrice, nel 2018 con Il silenzio del sabato, Mariantonia Avati (regista, soggettista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica) torna in libreria con un nuovo romanzo pubblicato da La nave di Teseo (che aveva pubblicato anche il precedente). Si intitola A una certa ora di un dato giorno: una storia forte, coinvolgente, la cui narrazione è affidata alla voce di una donna (Emma) che ci porta sul territorio, impervio e inevitabile, delle dinamiche contradditorie del rapporto amoroso. Emma da una parte, Luca dall’altra. Tra di loro un figlio adolescente e una vita apparentemente normale che tuttavia comincia ad affondare nelle sabbie mobili della fragilità e delle sofferenze con cui ogni essere umano, in un modo o nell’altro, deve fare i conti.

Ho avuto il piacere di discuterne con l’autrice…

– Cara Mariantonia, partiamo dall’inizio. Come nasce “A una certa ora di un dato giorno”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
L’amore continua a essere il tema più affrontato dalle diverse forme espressive e artistiche, è diffusamente analizzato, eppure resta un argomento oscuro, un moto che segue dinamiche ancora oggi pressoché sconosciute. Sono arrivata alla conclusione che sono le ferite che ci portiamo dentro, quelle più antiche e nate in ambiente familiare, a farci scegliere la persona con la quale costruire una storia importante. Cerchiamo una persona che sappia entrare nel nostro dolore. Tutto ciò ha poco a che fare con le qualità del soggetto prescelto, ma molto di più con la nostra vulnerabilità emotiva.

– Sono sempre molto incuriosito dalle epigrafi dei libri, poiché – in genere – forniscono una chiave di lettura. Per lo più sono citazioni di autori noti. Tu, nel caso di questo romanzo, hai scelto invece come epigrafe una parola, la sua definizione e i suoi sinonimi. La parola in questione è: “scomparso”. Ti andrebbe di commentare questa scelta?https://66.media.tumblr.com/e9893be18fcaa0778b79ba0a87ccf28c/7ff370d92c2fe71e-f6/s1280x1920/8116790355cb94937cf753cab5c70370d20b7807.jpgMi fa piacere rispondere a questa domanda perché la pagina che contiene la definizione di “scomparso” è fra quelle che non riscriverei. E’ una parola che riguarda la vita di tutti. Ogni essere umano deve fare i conti con chi non c’è più e non solo perché le persone muoiono. Tutti patiamo l’assenza di qualcuno che ha scelto di andar via, oppure che non ha potuto decidere di restare, di figure che sono scomparse per inadeguatezza, per fragilità, per cavalcare opportunità diverse, per non mettere in gioco la parte più intima di sé. E ognuno di noi deve fare i conti con assenze che diventano fantasmi.

– A proposito di scomparsa…Tra le prime pagine del romanzo troviamo questa frase di Alice Munro che viene messa in risalto: “la gente cambia, sparisce, e non tutti lo fanno morendo. Alcuni sì”. Perché questa frase è così importante?
Perché riassume in poche parole quanto accade nel primo capitolo del mio libro alla mia protagonista. Esistono diversi tipi di tradimento, e sparire è uno di essi. La scomparsa viene vissuta come atto d’infedeltà in ogni forma d’amore, anche in quello fra genitori e figli. La maggior parte riguarda promesse disilluse, patti non mantenuti, incuranza e sciatteria. Fino all’apoteosi che è l’abbandono.

– Proviamo a conoscere i personaggi principali del romanzo, partendo dalla voce narrante. Che tipo di donna è Emma?
È una donna sposata, con un figlio adolescente, figlia della sua epoca, bravissima a tenere in piedi tutto, lavoro e famiglia, casa e parenti, ma dalla emotività fragilissima. Nonostante ciò, è determinata a trovare sempre la soluzione ai problemi. La sua qualità è quella di non mollare mai, e il suo limite è proprio la sua tenacia. Ama idealizzando (caratteristica molto comune), non sa fare diversamente. E aspetta con impazienza che il suo modo di amare maturi, si rafforzi, muti alla luce delle esperienze vissute. Però non accade. Al contrario, si rende conto che dai 10 ai 100 anni le donne si innamorano alla stessa maniera.

– In che modo l’infanzia di Emma, il rapporto con i suoi genitori e la scomparsa del padre riescono a condizionare la sua vita futura?
La sua infanzia, come accade per chiunque, condiziona fortemente l’età adulta della mia protagonista. Ma lei compie una scelta: le esperienze dolorose offrono una grande occasione, migliorarsi o perdersi. E lei ha scelto che strada prendere. E’ consapevole della sua fragilità, e non lo nasconde. Vorrebbe andare bene per quello che è.

– Cosa puoi dirci, invece, su Luca? Quali sono le sue caratteristiche caratteriali?
Nonostante abbia dipinto questo uomo come un involucro pieno di difetti, non riesco a detestarlo. E’ lui stesso la prima vittima del suo modo di essere e del senso di dipendenza che prova nei confronti delle persone alle quali vuole bene. Ama a modo suo, lo esprime male. Si sente sempre fuori luogo, e forse lo è. E questa caratteristica seduce la mia protagonista. Contraddittorio, vero? Ma l’amore lo è sempre.

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– L’incipit del libro è uno di quelli che “inchiodano” il lettore: “Avevo trentadue anni quando mi sposai, e l’uomo che mi era accanto non sarebbe rimasto per sempre. Mi amava, molto, a modo suo, come poteva. Ma non sapeva cosa significasse, e diceva cose delle quali io non capivo il senso”. Quali sono i principali “effetti collaterali” di un amore carente di reciproca comprensione? Cosa accade, in tal senso, a Emma e Luca?
Credo che capire la persona che si ama sia un traguardo difficilissimo da raggiungere. Sarebbe già più abbordabile cercare di comprendere se stessi, evitando di nascondersi sempre dietro la stessa maschera. I miei protagonisti sono degni figli della nostra epoca. La mia generazione è cresciuta nel mito della psicanalisi. Nonostante ciò, la maggior parte di noi si ferma al primo livello di conoscenza, quello del proprio sé, e trascura la fase successiva fondamentale per la convivenza, cercare di comprendere l’altro. Emma e Luca attribuiscono all’uno e all’altra la responsabilità della propria salvezza.

– In che modo il fatto di avere un figlio influisce sulle dinamiche coniugali dei due personaggi?
La coppia della quale parlo ha molti difetti, ma non quello di trattare l’essere genitore con superficialità. Nella relazione col figlio adolescente entrambi mettono cura. Fino a un certo punto, perché poi uno dei due sarà costretto a spingere sull’acceleratore e dare una svolta alla vita coniugale. Ma vorrei non scendere nei dettagli della storia.

– Uno dei temi del romanzo è incentrato sul rapporto tra amore e dipendenza. In che modo questi due fattori si intrecciano nel legame tra Emma e Luca?
Nel modo più totalizzante. Uno dipende dall’altra. All’inizio della storia fra Luca e Emma la fitta trama che li lega li fa sentire invincibili. Ma negli anni la situazione diventa asfittica. Riconoscere il proprio dolore negli occhi di un’altra persona è pericoloso. Non esiste un collante più appiccicoso. Diventa talmente corrosivo da amalgamare le identità. Spesso parliamo di forme di dipendenza atroci, dalla droga, dall’alcol, dal sesso, e da decine di altre cose. Ma quella più diffusa oggi, subdolamente tossica e micidiale, è il culto di sé. Uccide prima gli altri e poi se stessi. Vivere come se la realtà girasse attorno al proprio io, come un’unica stella al centro di una galassia fatta solo di satelliti, è la malattia che riscontro essere più diffusa oggi. Da questa patologia ne derivano altre gravissime, l’incapacità di provare empatia e l’anaffettività.

– Quand’è che un amore può definirsi “sano”? E fino a che punto è possibile porre rimedio alle crepe di una relazione sentimentale che, viceversa, è tutt’altro che sana?
Normalmente riteniamo che un amore sia sano quando non esiste prevaricazione di un individuo sull’altro. E ritengo che nessun rapporto fra due persone che rispettivamente interpretano il ruolo della vittima e del persecutore abbia margini di recupero. Uomini o donne del genere non sapranno mai anteporre al micidiale pronome “io” quello necessario alla serena convivenza, il “noi”.

– Chiudiamo con il titolo del romanzo, che è davvero molto suggestivo: “A una certa ora di un dato giorno”. Come nasce questo titolo? L’hai scelto tu o deriva da una proposta dell’editore? E cosa evoca, con riferimento alla storia che narri?
Sono molto contenta del titolo e di averlo pensato solo dopo aver scritto il romanzo. Senza svelare niente della storia, dico che ha a che fare con la rinascita, nello specifico della natura alla fine dell’inverno. Nulla della vicenda che ho raccontato è autobiografico, se non questa frase che mi dico ogni anno “a una certa ora di un dato giorno”, quando riesco a riporre nella forza della vita che riprende, la risoluzione di ciò che in quel momento la mia volontà non riesce a risolvere.
La vita ha una propria intelligenza, e abbandonarsi a essa il più delle volte ricolloca ogni cosa al posto giusto.

– Grazie, Mariantonia. Complimenti e tanti in bocca al lupo per questo nuovo ottimo romanzo…

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Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)La scheda del libro: “A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia Avati (La nave di Teseo)

Emma è sposata con Luca, hanno un figlio, una vita apparentemente normale. Si sono conosciuti durante i lavori di ristrutturazione di un appartamento, si sono innamorati piano, prima percependo soltanto la presenza dell’altro, e poi, alla fine, trovandosi e raccontandosi tutto. Il passato complicato di Luca, la perdita del fratello, le scelte sbagliate, i dissidi fra i genitori di Emma, la paura dell’amore, la fiducia nell’amore. Insieme Emma e Luca sono convinti di poter superare ogni cosa, di poter salvare l’altro dalle sue fragilità, di costituire un nucleo inscalfibile, rispetto cui ogni altro bisogno verrà meno. Ora, trascorsi alcuni anni, anche se la vita sembra scorrere come sempre, tutto è in realtà pronto a esplodere: il loro matrimonio nasconde un cuore nero che fagocita i sentimenti, i ricordi, le promesse. Emma però, determinata a fare dell’amore uno scudo, una battaglia, la scelta quotidiana che regge ai colpi peggiori, non si dà per vinta e resiste. Ma la discesa agli inferi è appena iniziata ed Emma non sa cosa sceglierà quando avrà aperto l’ultima delle porte che la separano dalla comprensione, dalla verità: avrà la forza di spezzare il suo destino o dovrà infine cedervi?
Mariantonia Avati torna con una storia senza sconti e senza paure, un romanzo sensibile e schietto, capace di indagare tutte le sfumature, le contraddizioni dell’animo umano, fino a raccontare la grandezza di cui è capace l’amore, quando, contro tutto e tutti, decide di sopravvivere al dolore.

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Mariantonia Avati nasce a Bologna nel 1966. Ancora bambina si trasferisce a Roma, assieme alla famiglia. Parallelamente agli studi di Psicologia e di Storia medievale comincia a lavorare come aiuto regista, soggettista e sceneggiatrice. Si occupa poi di produzione cinematografica, forte della lunga esperienza maturata fra gli Stati Uniti e l’Italia. Con il marito Andrea Scorzoni, fa nascere la “Matteo Cinematografica”, società per la quale realizza come regista l’opera prima Per non dimenticarti. Al film, che raccoglie premi e successo di critica, fanno seguito altri due lungometraggi e serie televisive, oltre a documentari. Ha esordito come autrice nel 2018 con Il silenzio del sabato, pubblicato dalla Nave di Teseo.

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