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PARIGI OCCUPATA di Jean-Paul Sartre (un estratto)

giugno 22, 2020

“Parigi occupata” di Jean-Paul Sartre (Il Nuovo Melangolo): un estratto del libro

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Gli otto testi, tutti inediti in Italia, che vengono proposti in questo volume (e in questa forma per la prima volta a livello mondiale con l’autorizzazione di Gallimard), raccolgono gli interventi più significativi scritti da Sartre durante la guerra e subito dopo la liberazione.
Si tratta di testi pubblicati su riviste clandestine come “Combat” e “Lettres françaises” e poi confluiti in Situations di Gallimard.
L’operazione è interessante perché questa preziosa selezione di testi raccolti in un solo volume porta fuori dall’ombra e dalla nicchia brani importanti di Sartre.
Pubblichiamo, di seguito, per gentile concessione dell’editore, il brano intitolato “La Repubblica del Silenzio”.

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Brano tratto dal volume “Parigi occupata” di Jean-Paul Sartre (Il Nuovo Melangolo)

La Repubblica del Silenzio[1]

Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione tedesca. Avevamo perduto ogni diritto e prima di tutto quello di parlare; ci insultavano apertamente, ogni giorno, e dovevamo tacere; ci deportavano in massa, come lavoratori, come ebrei, come prigionieri politici; ovunque – sui muri, sui giornali, sugli schermi – ritrovavamo l’immagine immonda e insulsa che i nostri oppressori volevano darci di noi stessi: ma proprio per questo eravamo liberi. Il veleno nazista si insinuava nel profondo dei nostri pensieri e quindi ogni pensiero giusto era una conquista; una polizia onnipotente cercava di costringerci al silenzio e quindi ogni parola diventava preziosa come una dichiarazione di principio; eravamo braccati e quindi in ogni nostro gesto gravava il peso dell’impegno. Le circostanze spesso atroci della nostra lotta ci rendevano finalmente in grado di vivere, senza trucchi e senza veli, questa situazione straziante, insostenibile che chiamiamo la condizione umana. L’esilio, la prigionia, ma soprattutto la morte, che in epoche più fortunate riusciamo abilmente a dissimulare, erano diventati gli oggetti perpetui delle nostre preoccupazioni perché avevamo imparato che non si trattava di accidenti evitabili o di minacce costanti ma esterne: ci giocavamo la nostra partita, erano il nostro destino, la fonte profonda della nostra realtà di esseri umani. Ogni istante vivevamo in tutta la sua pienezza il senso di questa semplice frase banale: “Tutti gli uomini sono mortali”. La scelta che ciascuno faceva per sé era autentica perché si compiva di fronte alla morte e avrebbe potuto sempre esprimersi nella forma: “Piuttosto la morte che…”. E non sto parlando dell’élite costituita dai veri Resistenti, ma di tutti i francesi che a qualunque ora del giorno e della notte, per quattro anni, hanno detto no. Proprio la crudeltà del nemico ci spingeva all’estremo della nostra condizione di uomini, costringendoci a porci quelle domande che generalmente eludiamo in tempo di pace: tutti quelli che erano a conoscenza di qualche dettaglio sulla Resistenza – e a quale francese non è capitato almeno una volta –si domandavano con angoscia: “Se sarò torturato, resisterò?”. Sta in questi termini la questione della libertà, è il momento in cui siamo portati ai limiti della conoscenza più profonda che possiamo avere di noi stessi. Il segreto di un uomo, infatti, non è il suo complesso di Edipo o di inferiorità, ma il confine stesso della sua libertà, il suo potere di resistenza ai supplizi e alla morte. Per tutti coloro che si sono trovati coinvolti in attività clandestine, le modalità della lotta sono state l’occasione per un’esperienza nuova, perché non combattevano alla luce del sole, come fanno i soldati di un esercito, ma braccati nella solitudine, arrestati nella solitudine, si trovavano a resistere alle torture nell’abbandono e nella più completa privazione. Erano soli e nudi davanti ai loro boia ben rasati, ben vestiti e ben nutriti che si prendevano gioco della loro miserabile carne e a cui una coscienza soddisfatta e un potere sociale smisurato offrivano tutte le apparenze della ragione. E tuttavia questi uomini, nel più profondo della solitudine, difendevano gli altri, tutti gli altri, tutti i compagni di resistenza. Una sola parola era sufficiente per provocare dieci, cento arresti. E questa responsabilità totale nella solitudine totale che cos’è se non il disvelamento della nostra libertà? L’abbandono, la solitudine, il rischio elevato, erano gli stessi per tutti, non solo per i capi, ma per qualunque uomo. La pena era la stessa per chi portava messaggi di cui ignorava il contenuto, come per chi prendeva le decisioni: la prigione, la deportazione, la morte. Non c’è nessun esercito al mondo in cui ci sia una tale uguaglianza di rischi per il soldato e per il grande generale. Ed ecco perché la Resistenza è stata una vera democrazia: per il soldato come per il capo, stesso pericolo, stessa responsabilità, stessa assoluta libertà nella disciplina. Così, nell’ombra e nel sangue, si è costituita la più forte delle Repubbliche. Ogni cittadino sapeva che dava se stesso per tutti e tuttavia poteva contare solo su se stesso. Ciascuno realizzava nell’abbandono più totale il proprio ruolo storico. Ciascuno, contro gli oppressori, si impegnava a essere se stesso, irrimediabilmente, e scegliendosi nella libertà, sceglieva la libertà per tutti. Ogni francese doveva conquistare e difendere in ogni istante contro i nazisti questa repubblica senza istituzioni, senza esercito, senza polizia. Eccoci ora alle soglie di un’altra repubblica: possiamo solo augurarci che sappia conservare le austere virtù della Repubblica del Silenzio e della Notte.

9 settembre 1944

(Riproduzione riservata)

© Il Nuovo Melangolo

[1] Questo testo, subito diventato famoso, è stato pubblicato nel primo numero non clandestino di “Lettres françaises”, il 9 settembre 1944 per essere poi ripreso in “L’Éternelle Revue”, 1, nuova serie, dicembre 1944, rivista diretta da Louis Parrot. È stato ripubblicato nella prima edizione di Situations III (1949), dedicato a Jacques-Laurent Bost, allievo e poi amico di Sartre e di Simone de Beauvoir.

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