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IL CACCIATORE DI ANIME di Romano De Marco: incontro con l’autore

giugno 26, 2020

“Il cacciatore di anime” di Romano De Marco (Piemme): incontro con l’autore e il primo capitolo del romanzo

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Romano De Marco, classe 1965, è dirigente responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, cui fanno seguito Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina in Giallo 2012) e A casa del diavolo (Fanucci). Per Feltrinelli scrive Io la troverò, Città di polvere e Morte di Luna. I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui «Linus» e il «Corriere della sera», e su oltre 20 antologie. Per Piemme ha pubblicato L’uomo di casa (Premio dei lettori Scerbanenco 2017), Se la notte ti cerca (Premio Fedeli 2018) e Nero a Milano (Premio dei lettori Scerbanenco 2019). Alcuni dei suoi romanzi sono tradotti all’estero.

Il suo nuovo romanzo, appena giunto in libreria, si intitola: “Il cacciatore di anime” ed è pubblicato da Piemme.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«L’idea alla base del mio ultimo romanzo è quella di raccontare la storia di un personaggio dal passato importante, epico», ha detto Romano De Marco a Letteratitudine, «vittima di un tragico episodio che gli stravolge la vita quando la sua popolarità e il suo successo sono all’apice.
Così è nato Angelo Crespi, il più celebre poliziotto italiano, conosciuto negli anni novanta come “Il cacciatore di anime” per la capacità di immedesimarsi nelle menti degli spietati assassini cui dà la caccia. Ne ho narrato il passato solo parzialmente, in brevi flashback, per fare in modo che il peso e l’autorevolezza di quei trascorsi aleggiassero ad ogni suo ingresso in scena, ad ogni parola pronunciata.
Sono affascinato dalle storie non raccontate, sottintese, che stimolano la curiosità e l’immaginazione del lettore creando un’aurea magica intorno ai personaggi. Se stessimo parlando di musica, per parafrasare Claudio Abbado direi che ciò che mi appassiona di più in un brano è l’attimo di silenzio tra una nota e un’altra, quel nulla carico di tensione, di aspettative, che riesce a catalizzare un’attenzione totale e indiscriminata.
Quando la vita di Crespi cambierà per sempre a causa di un episodio drammatico narrato nel prologo del romanzo, la sua unica alternativa all’autodistruzione sarà la fuga. Addio ai legami, al lavoro, persino alla sua identità, per trovare rifugio lontano da tutti in un luogo defilato dove tentare di ricostruire la propria esistenza. Qui subentra l’altro elemento forte del romanzo: l’ambientazione. Ho scelto Peccioli, borgo della Valdera in provincia di Pisa, perché è un luogo speciale, magico, che merita di essere conosciuto da tutti. A Peccioli si concretizza il concetto di valorizzazione del patrimonio artistico, culturale, territoriale che se applicato su larga scala potrebbe davvero cambiare le sorti economiche della nostra nazione.
Dopo oltre vent’anni della sua nuova vita, Crespi si troverà di nuovo a fare i conti con il male. A Peccioli qualcuno ha iniziato a uccidere. Delitti rituali, premeditati con cura, legati al patrimonio artistico del paese. Il capitano dei carabinieri Mauro Rambaldi, giovane investigatore chiamato a risolvere il caso, riconoscerà in un anziano del paese il grande cacciatore di serial killer e gli chiederà aiuto. Per Angelo Crespi sarà una nuova, inattesa e forse definitiva partita a scacchi con la morte».

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Da “Il cacciatore di anime” di Romano De Marco (Piemme, pagg. 288)

Capitolo 1

Valdera, Pisa. Oggi

Il capitano Rambaldi limitò la pressione sul pedale dell’acceleratore mentre la Jeep Renegade attraversava la statale 64, una strada larga e dritta che tagliava in due la valle. Era assurdo che in quel tratto pianeggiante e lontano dai centri abitati il limite fosse di 50 chilometri l’ora. Ogni tanto gettava un occhio alla pista pedonale ai margini della carreggiata, alle rotonde perfette, ai sottili fusti delle betulle. Una scacchiera di boschi artificiali che sembrava uscita da una schermata di Minecraft. Tutta quella pulizia, quell’ordine, che in passato aveva trovato piacevolmente surreali, quel giorno lo infastidivano. Era uno scenario che interferiva con i suoi programmi. A quest’ora avrebbe dovuto trovarsi sulla A1, in viaggio per Roma. E Mauro Rambaldi non era tipo da tollerare intromissioni nel suo ruolino di marcia. Represse un’imprecazione di fronte all’ennesimo cartello su un rettilineo. Al culmine del malumore, maledisse la telefonata di Gaspare Brogi, pubblico ministero della procura di Pisa. Un uomo serio, capace, alle soglie della pensione. Tre anni, dieci indagini insieme, tutte concluse con successo. Il caso più rognoso: quello del rapinatore assassino che aveva funestato la provincia con dei blitz in farmacie e distributori di benzina. Il rapporto con Brogi, nel tempo, si era evoluto da una istintiva antipatia reciproca a un qualcosa di simile all’amicizia, basata sulla stima delle rispettive professionalità. Anche se quell’ultimo scambio di battute al telefono, per Rambaldi, era stato un colpo basso.
Un’ora prima
«Rambaldi, è già sveglio?» «Adesso sì. Dica pure, dottore.» «Ha già fatto le valigie?» «Perché?» «Perché deve disfarle. Ho un bel casino per le mani e sono costretto a chiederle aiuto.» Mauro Rambaldi inspirò con calma, dal naso, prima di rispondere. Col caratteraccio che si ritrovava, era stato costretto a limare certi aspetti della sua insofferenza e a rivedere i modi diretti che rischiavano di essergli fatali sul lavoro. C’erano voluti anni di training autogeno e tecniche di autocontrollo per riuscirci, ma alla fine ce l’aveva fatta. Più o meno. «Dottore… Non sono più il responsabile del nucleo investigativo, nel pomeriggio mi aspettano al comando generale a Roma. È tutto fissato, non credo che il colonnello Airoldi possa…» «Ci ho appena parlato col colonnello.» Mauro immaginò il sorriso soddisfatto del vecchio PM. «Il suo nuovo incarico nella capitale subirà un lieve ritardo… Il tempo necessario per risolvere un caso per il quale ho bisogno di lei.» Inspirò nuovamente e ricacciò dentro il fastidio che si stava tramutando in ira. «Lo so che è incazzato» proseguì Brogi «ma le assicuro che se l’ho fatto è perché ho bisogno del migliore. È un caso particolare e voglio che sia lei il primo a indagare.» «Dottore, sono sicuro che il mio sostituto si dimostrerà all’altezza della situazione. Oppure può rivolgersi agli ottimi investigatori della Polizia di Stato. Non vedo per quale motivo debba essere proprio io a…» «Perché si tratta di un delitto inquietante. Con modalità che fanno pensare a un qualche rituale. Il genere di crimine di cui andrà a occuparsi a Roma, nella unità di scienze comportamentali. I Mindhunter italiani.» «Questa l’ho già sentita» replicò Rambaldi rassegnato. «Piuttosto, mi dica di che si tratta.» «Una ragazza. Hanno trovato il cadavere stamattina alle 6 a Peccioli. Il maresciallo Santamaria, comandante della stazione, è sul posto e ha condotto i primi accertamenti.» Rambaldi restò in silenzio per qualche secondo, in attesa che Brogi continuasse, anche se ormai aveva imparato a conoscere le pause a effetto del PM. «La ascolto dottore, altri particolari?» «No capitano, deve vederla di persona quella povera ragazza. Quanto impiega per arrivare a Peccioli?» A quel punto Rambaldi aveva dato un’occhiata al suo Omega Seamaster, aveva rivoltato il piumone ed era sceso dal letto. «Un’ora. Sarò lì intorno alle nove. Pensa di raggiungermi anche lei?» «Sono già qui. L’aspetto.»
Mauro svoltò a sinistra, imboccando la strada che conduceva al centro abitato dopo una serie di ripidi tornanti. Il campanile sorvegliava, con il suo sguardo moresco, l’intera vallata, fiero della supremazia sugli altri comuni della Valdera. Era lì da fine Ottocento, pensato e costruito dall’architetto Bellincioni, voluto dalla cittadinanza che si era autotassata per vedere realizzata l’opera che avrebbe consacrato Peccioli come il Comune più importante della zona. L’estate precedente c’era stato per il musical Grease nel suggestivo anfiteatro. Era lì che aveva letto le informazioni sul paese, in una brochure turistica. Quella sera non era da solo, aveva portato con sé una giovane donna di Pisa che si era annoiata mentre lui si godeva lo spettacolo. Più tardi, a casa sua, si era impegnato per non farla annoiare ulteriormente. Parcheggiò in piazza Fra’ Domenico da Peccioli, un rettangolo lastricato accanto alla fiancata della chiesa romanica di San Verano. Scese e si guardò intorno. Le quattro campane in alto rintoccarono nove volte mentre un giovane agente in divisa gli si faceva incontro con il saluto militare fisso, a sfiorare la visiera del cappello d’ordinanza. «Carabiniere scelto Surricchio Vito, comandi!» Rambaldi, che indossava jeans e un giubbotto di pelle marrone, annuì: «Dov’è Brogi?». «Comandi, signor capitano, l’accompagno direttamente sul posto con l’auto di servizio. Da questa parte prego!» A bordo di una Fiat Punto dei Carabinieri, i due attraversarono il paese, percorrendo un dedalo di strette vie interne. La velocità era sostenuta, tanto che più di un passante fu costretto ad appiattirsi contro le pareti in mattoni delle case.
«Rallenta un po’, eh?! Non è il caso di aumentare il numero dei morti prima di iniziare l’indagine.» «Sissignore signor capitano, comandi.» In un’altra occasione, si sarebbe divertito di fronte alla soggezione del giovane carabiniere. Sapeva di essere conosciuto nell’Arma come una sorta di enfant prodige. Considerato uno dei migliori elementi del reparto operativo, era stato trasferito da Roma a Pisa tre anni prima, quando ne aveva appena compiuti trentadue, per assumere il comando del nucleo investigativo provinciale. Adesso stava per rientrare nella capitale, con tutti gli onori, come capo di una unità sperimentale per le indagini sui casi di omicidi seriali. Aveva al suo attivo una laurea in Criminologia, ottenuta mentre era in servizio come sottotenente, e un master in Scienze comportamentali rilasciato a Quantico, in Virginia, alla scuola di specializzazione dell’fbi. Si disse, per l’ennesima volta, che quella seccatura non ci voleva. A Roma era tutto pronto, nel pomeriggio avrebbe incontrato il colonnello Airoldi e visitato il nuovo ufficio, mentre il giorno seguente aveva programmato gli incontri di selezione per la sua unità. L’appartamento in via Cola di Rienzo, ereditato dal padre, e arredato da mesi, sarebbe diventato un nuovo rifugio, la tana dove condurre le sue amanti. Non se ne vergognava. Aveva sempre girato alla larga dai legami stabili. Solo un pericolo e un freno per la carriera a cui si sentiva fatalmente destinato. Ma le donne gli piacevano, non riusciva a farne a meno, e non era solo per il sesso. Semplicemente le considerava migliori di qualunque compagnia maschile. Era un uomo attraente con il suo metro e ottantasette, la forma fisica impeccabile, i corti capelli biondi e un filo di barba. Gli occhi, tra il grigio e l’azzurro, rendevano il suo sguardo algido e seducente. Nei tre anni di permanenza a Pisa aveva avuto una dozzina di storie, spesso con donne impegnate. Le preferiva perché con loro era più facile prendere le distanze di fronte a qualsiasi richiesta di stabilità. Non si sentiva un superficiale per questo. Alcune di quelle donne le aveva amate davvero, e la conclusione di quei rapporti era stata sofferta. Di una cosa era certo, però. Quando una storia finiva, la consolazione assumeva la forma del solito mantra: l’amore è un sentimento passeggero. È destinato ad affievolirsi col tempo. Meglio soffrire per una storia interrotta che per la lenta agonia di un’illusione.
Scendendo dall’auto, il capitano si accorse che il tortuoso percorso li aveva portati davanti al museo archeologico cittadino, ad appena cento metri dalla sua Jeep Renegade. Si voltò verso il carabiniere: «Di’ un po’, Surricchio, non facevamo prima a venire a piedi?». Prima che il ragazzo potesse rispondergli, Rambaldi venne distratto dall’imponente figura di Gaspare Brogi che gli si faceva incontro. Il passo claudicante e la mano tesa. «Rambaldi, lo so che è incazzato.» Mauro annuì e ruppe gli indugi: «Allora, dottore, mi dica qualcosa di più». «Venga, venga dentro» replicò Brogi afferrandogli un braccio all’altezza del bicipite. «Ah, le presento Duccio Mascagni, il sindaco di Peccioli.» Un uomo elegante, sui sessant’anni, in un soprabito Burberry, si fece avanti: «Piacere capitano». «Piacere» rispose Rambaldi. Notò il portamento atletico e le scarpe inglesi di ottima fattura dell’uomo che dopo aver salutato si ritirò un passo indietro al pubblico ministero.
«Duccio, ora se permetti sarebbe meglio che continuassimo da soli.» «Per carità, Gaspare, tolgo il disturbo! Capitano, per qualsiasi cosa sono a sua disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro, con tutte le risorse del nostro Comune! Povera ragazza…» «Grazie,» rispose Mauro Rambaldi «ne terrò conto.» Rambaldi registrò che il PM e il sindaco si davano del tu. Forse era a causa di quella amicizia che lui, ora, si trovava nella merda. Rassegnato, seguì Brogi che lo precedeva verso l’ingresso del museo. Era il momento di iniziare una nuova partita. L’avversario, come sempre, era la morte.

(Riproduzione riservata)

© Piemme

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La scheda del libro: “Il cacciatore di anime” di Romano De Marco (Piemme)

Il cacciatore di anime - Romano De Marco - copertinaRomano De Marco ci porta per mano nel buio più profondo delle nostre anime, e forgia una gabbia che non lascia scampo al lettore in un nuovo thriller teso e agghiacciante.

Angelo Crespi è uno dei maggiori esperti italiani di serial killer. Ne ha catturati tre, grazie alla capacità di entrare nelle loro menti e anticiparne le azioni criminali. La sua è stata una carriera straordinaria, fino a quel giorno maledetto. Il giorno in cui ha dovuto pagare un prezzo troppo alto per chiunque. Quando il dolore è impossibile da sopportare, l’unica alternativa al suicidio è scomparire dalla faccia della terra. Addio al lavoro, ai legami, persino alla propria identità. Con un nuovo nome, da oltre vent’anni, Crespi vive un’esistenza diversa, cercando di venire a patti con i fantasmi del passato. Ha trovato rifugio in un paese defilato, avvolto nella placida atmosfera delle colline toscane, in provincia di Pisa. Peccioli sembra la meta ideale per il suo buen retiro, fino a quando anche in quel luogo ameno qualcuno inizia a uccidere. Delitti rituali, spietati, legati al patrimonio artistico cittadino. L’uomo chiamato a indagare è il capitano Mauro Rambaldi del reparto operativo dei Carabinieri. Un uomo d’azione, pragmatico, un investigatore di talento. Ma quando la sua indagine si rivela più complessa del previsto, Rambaldi non può fare a meno di chiedere a Crespi di gettarsi ancora una volta nella mischia per aiutarlo a catturare l’assassino. Per il cacciatore di anime, dunque, si profila una nuova sfida… e stavolta potrebbe essere l’ultima.

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