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ANNA BANTI

giugno 27, 2020

La vita e le opere di Anna Banti, una delle regine della letteratura italiana, a 35 anni dalla sua morte (articolo di Simona Lo Iacono – illustrazioni di Rossella Grasso)

imageLa scrittura era quindi l’abito da indossare, l’unico capace di definirla

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di Simona Lo Iacono

Il nome se lo era scelto, e lo aveva voluto fiero, sonante. E al suo, che considerava banale – Lucia Lopresti – aveva sostituito quello di Anna Banti, prendendolo a prestito da una parente della famiglia della madre.
Nata a Firenze il 27 giugno 1895 da Luigi Vincenzo, avvocato delle Ferrovie, e da Gemma Benini, originaria di Prato, Anna aveva vissuto un’infanzia da figlia unica, solitaria e poco compresa dalla madre, che le aveva consentito di saggiare, fin da piccolissima, il rimedio consolante della scrittura. Come farà dire a uno dei suoi personaggi femminili, Stefanella, “il nero su bianco è un rischio, ma anche un esorcismo”.
La scrittura era quindi l’abito da indossare, l’unico capace di definirla, anche se all’esterno ostentava una figura impeccabile, tailleurs di rigorosa e buona sartoria, un’eleganza compassata e sobria. Ma dentro, era tutto un sommovimento di forze, uno scandaglio lacerante su stessa e – tramite se stessa – sull’esistenza di tutte le donne.
E di donne scriverà sempre.
Laureatasi in lettere, nel 1924 sposò il critico e storico dell’arte Roberto Longhi, che era stato suo professore al liceo Tasso di Roma e col quale aveva intrecciato sin dal 1915 un’intensa relazione.
Passeggiavano, lei e il Longhi, visitando chiese, monumenti, mostre d’arte. Chiacchierando e condividendo il gusto per la pittura e per l’architettura.
Anche quando era stato chiamato alle armi, l’ansia di stare insieme non era mai venuta meno ed era trasmigrata sulla carta, in lettere ardenti in cui si scambiavano riflessioni letterarie.
In apparenza il maestro era lui, accademico di fama e studioso già stimatissimo.
Ma era stata Anna a sostenerlo quando era stato mandato nel reggimento di Bracciano ed era caduto in una depressione cupa; era stata Anna a raggiungerlo nei momenti di congedo; era stata lei a mandargli – nel 1917 – piccoli giocattoli confezionati con lattice, creta, cenci e frange antiche da destinare a una fiera campionaria. Veri gioielli in cui aveva riversato tutta la sua creatività, tutta la gioia infantile di impastare forme con le mani.
Subito dopo il matrimonio, la svolta. Anna iniziava a praticare la scrittura come strada per cercarsi, anche se all’inizio non era che un incedere a piccoli passi. Prima un racconto – “Barbara e la morte” – dove già si firmava “Anna Banti”, poi la collaborazione per 1’”Italia letteraria” nel 1935.
La vocazione narrativa non era l’unica molla che la spingeva a creare, la pungolava pure il desiderio di indipendenza economica. Il cipiglio, sempre avvertito, di sentirsi autosufficiente.
Anche se all’anagrafe era registrata come “casalinga”, infatti, non si accontentava di dipendere dal marito. Sentiva anzi che nella condizione femminile si muoveva un mostruoso agguato, una condanna. Non poter essere che “donne di casa, anziane per la più parte, che escono camminando già di furia, e storcendo i tacchi delle scarpe risuolatissime”.
L’essere donna era una gabbia dello spirito e della libertà. Sbarre che però – aveva scoperto – non resistevano all’inchiostro della scrittura e che lei  aveva deciso di infrangere scrivendo.
Già il primo romanzo, “Itinerario di Paolina”, del 1937, portava i segni di questo malessere. Una narrazione che recuperava in Paolina la bambina che lei era stata, solitaria, appartata, raccontata da un “io” più adulto, ma ancora non riconciliato con le ferite della prima infanzia. Seguiva poi “Il coraggio delle donne” del 1940, in cui cesellava cinque figure di donne offese, umiliate, risentite.
E poi la sua “Artemisia”, la compagna fedele di “tre secoli prima”, il cui manoscritto era andato perduto durante i bombardamenti su Firenze.
Contemplando le macerie sotto cui Artemisia giaceva, i resti che le bombe avevano seminato, Anna poteva sentirne la voce sepolta. “Ho riconosciuto la sua voce mentre da arcane ferite del mio spirito escono a fiotti immagini turbinose: che sono, ad un tempo, Artemisia scottata, disperata, convulsa, prima di morire come un cane schiacciato”.
Fu un successo. Una candidatura allo Strega, la cui vittoria le fuggì per un soffio. La frequentazione di casa Bellonci, a Roma, e del gruppo degli “amici della domenica”. L’avvio, con il marito, di una rivista – “Paragone” – edita da Sansoni che svolgerà un ruolo incisivo sulla storia della letteratura italiana di quegli anni e che ospiterà tra le sue pagine gli scrittori più importanti, da Ungaretti a Pasolini.
Ma nel cuore un rovello, il sentore di una vita che sempre pareva sfuggirle nel suo senso più profondo, e la nostalgia per quel senso. Cosa celava, in realtà, tutto quello scandagliare nell’esistenza delle donne del passato?
Scriverà infatti: “La mia ricerca non mi soddisfaceva. Non ci sono stati geni nel mondo delle donne ma il tumultuare di api furiose dalla vita breve. Tuttavia tra tante pagine arrotolate di nascosto, qualche donna gemeva con occhi pieni di lacrime”.
Appartengono a questo scavo gli scritti: “Le donne muoiono”, “Noi credevamo” e, nel 1962, “Le mosche d’oro”. In questo libro, in cui Anna mandava avanti due storie spaiate (Libero e Denise che si separano per tornare, lei, a una lussuosa vita parigina e lui, con il figlio, ad una povera vita di contadini toscani), è proprio  lo scontro tra due modi di essere – il ricco e il povero, l’ambizioso e l’umile, il fastoso e il severo – che le consente di mettere a fuoco: Denise, la protagonista, non è ostacolata nella sua libertà interiore dal mondo, ma da se stessa. E dunque, avere narrato per tutti quegli anni di donne violentate, ferite, incomprese, non aveva altro scopo che questo: scoprirle angustiate da un ancestrale senso di colpa, vero muro, ancor più che la società, alla loro pienezza interiore.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/0/0c/Anna_Banti.jpegAnna Banti passava dall’esame del tempo in cui quelle donne vivevano – esterno e pressante – a quello del luogo a cui in realtà appartenevano: il proprio cuore, vera gabbia, a volte, ancor più della società. E rivelava, con una ferocia spaesante, che la scelta di uomini sbagliati non aveva che una radice: una profonda solitudine.
Il dolore di questo approdo era grande anche se il suo matrimonio le aveva dato molto: compagnia, cultura, stimoli. Mancavano solo i figli, ma pareva che anche la loro nascita negata fosse un mistero.
Erano ormai gli anni settanta. Suo marito iniziava a star male, ad accusare disturbi allo stomaco. Anna cacciava l’idea di una fine, viveva dimezzata, fingendo che tutto fosse come sempre. Quella solitudine scoperta per il mezzo della scrittura le pareva ora, infatti, una compagna terribile, con la quale non era disposta a venire a patti.
Alla morte di lui, che giunse nel giugno del 1970, non volle quindi concedere molto.
E si diede subito da fare: costituì la Fondazione di studi di storia dell’arte “Roberto Longhi” con sede in Firenze, pubblicò tutti i suoi inediti e lo sostituì nella giuria del Premio Viareggio.
Alla prima riunione, il 28 giugno, nello studio romano di Repaci, prenderà posto – senza saperlo – proprio dove sedeva abitualmente suo marito.
Sono ancora, dunque, anni di successi e di fatiche: nel 1981 partecipa al Premio Campiello (anche se la vittoria andrà a Gesualdo Bufalino) e il regista Gianni Amelio trae dal suo racconto “I velieri in bottiglia” il film televisivo “I velieri” per Rai tre. Infine scrive – e sono ormai gli ultimissimi anni – il romanzo finale: “Un grido lacerante”.
Si spegnerà nel 1985. L’anno prima, alla chiusura del convegno organizzato per il quinto centenario della nascita di Raffaello, durante un ricevimento era apparsa – novantenne e bellissima – in lungo, vestita di velluto nero, al braccio di Chastel. È la sua ultima, fastosa, apparizione, da vera regina della letteratura italiana.
Alle spalle, però, la sua vocetta di bambina solitaria echeggiava ancora: “In mancanza di amiche viventi, mi ingegnavo a cercarne nei profondi pozzi di lontanissimi tempi. Ero sicura che lì, frugando bene, avrei trovato le compagne verso cui le mie aspirazioni tendevano, cioè le creature non dimenticabili giacenti, ma non sepolte, sotto il peso di innumerevoli secoli”.

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