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ENNIO – UN MAESTRO (conversazione tra Ennio Morricone e Giuseppe Tornatore)

luglio 7, 2020

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo uno stralcio del volume “Ennio. Un maestro. Conversazione” di Ennio Morricone e Giuseppe Tornatore (HarperCollins Italia)

Un brano dove il Maestro Morricone racconta come nasce il suo rapporto con la musica…

* * *

Una grande lezione di cinema. Ma anche una grande lezione di storia. Quella che hanno raccontato nei loro capolavori.

Due amici si incontrano e discutono. Discutono del mondo e del loro lavoro, perché non sono soltanto amici, si muovono anche nello stesso universo artistico. Uno realizza cinema, l’altro realizza musiche per il cinema. È così che nascono queste pagine densissime, animate dalle domande di Giuseppe Tornatore, che riportano i suoi lunghi colloqui con Ennio Morricone. Pagine nelle quali il cinema è un tema ed è un pretesto, qualche volta in primo piano, qualche altra sullo sfondo dei loro incontri. Ne parlano, lo affrontano, lo rigirano da ogni parte per capire cosa sia stato, cosa sia oggi e che futuro abbia, lo osservano da cineasti, lo osservano da appassionati, lo osservano anche da spettatori. Intrecciano le loro opinioni, i loro racconti, le loro sensazioni. Ogni tanto sembra che i loro ruoli si invertano. Tornatore cerca una sua musica delle immagini, Morricone una misteriosa visibilità dei suoni. Due premi Oscar. Due maestri. Un’intervista indimenticabile per chi ama il cinema.

 * * *

ESTRATTO dal libro di: Ennio Morricone e Giuseppe Tornatore “Ennio. Un maestro” edito da HarperCollins (euro 19,50, pagine 334)

Ennio - Un maestro

(T) La tromba faceva parte della tua famiglia,
ma quando è entrata nella tua esistenza?

(M) A undici anni. E a sedici ho preso il diploma. Di solito i
pianisti si iscrivono a sei, anche se al conservatorio non li
prendono, devono fare in modo che le mani restino morbide,
perciò cominciano tanto presto. Se vuoi diventare pianista,
non puoi iniziare a dodici anni. Invece la tromba puoi
cominciare a studiarla all’età in cui ho cominciato io. Ricordo
il corso di solfeggio, andai male subito. Alla fine del primo
trimestre presi tre. Mio padre mi punì, vennero le feste
e non potei giocare a tombola, né a sette e mezzo, niente.
Ho solo studiato, durante quelle feste. Non mi andava
di esercitarmi col solfeggio. La mia classe era strana, c’erano
ragazzi di varie estrazioni, un po’ ero intimidito. Qualcuno
faceva il fanatico, qualche altro lo sbruffone, molti si
davano arie. Lo studio della tromba però era importante.
All’inizio l’insegnante fu Umberto Semproni, prima tromba
a Santa Cecilia, poi Reginaldo Caffarelli, altro trombista
virtuosissimo. Faceva il triplo stacco, ma suonava la tromba
come fosse un altro strumento, per la tecnica che aveva.

Qual è il motivo che a undici anni ti fa scegliere la tromba?
Io veramente volevo diventare medico, ma mio padre
un giorno comunicò la sua decisione: «Ennio studierà la
tromba». E così mi ha mandato al conservatorio. Prima
parlò col professor Semproni, si conoscevano, si stimavano.
È papà che ha deciso di farmi diventare un trombista,
non io. Io non ho deciso niente.


C’è stato un momento della tua vita in cui, da solo,
hai pensato che la musica fosse il tuo destino?
No, non l’ho pensato mai. Forse solo quando ho voluto
diventare compositore. Allora frequentavo il corso
complementare, senza quello non si accedeva al diploma
di tromba. Durava due anni, ma bruciai i tempi, lo feci
in sei mesi. Il mio maestro era Roberto Caggiano, e c’era
un altro allievo molto bravo, Marafelli. Può darsi che i
compitini che facevo io fossero di livello un po’ più elevato,
mi dicevano che Caggiano li portasse ai colleghi delle
altre classi perché potessero ammirarli.
Non stavo fermo sulle regole, come invece avrei dovuto, le arricchivo.
Alla fine del corso presi dieci. Caggiano mi disse: «Adesso
devi studiare composizione». Gli ho dato retta. Ho studiato
composizione con Antonio Ferdinandi, il mio primo
maestro di armonia, cioè la prima parte dello studio della
composizione, che è divisa in: armonia, contrappunto e
fuga, dopodiché si passa all’alta composizione. Ferdinandi
mi preparò benissimo. Correvo, correvo proprio. Un
giorno mi fermò: «Iscriviti al conservatorio» disse, «vedrai
che ti prenderanno tranquillamente al terzo anno»,
gli anni erano quattro. Andai e mi assegnarono alla cattedra
di Carlo Giorgio Garofalo, compositore e organista
abilissimo. Mi squadrò e mi disse: «No, ragazzo, tu parti
dal primo anno e cominci con le patate».

Le patate?
Proprio così. Le patate sono le semibrevi, i suoni lunghi…
«Devi fare le patate» disse, «e se sei tanto bravo da
saltare gli anni, sta’ tranquillo che poi te li faccio saltare
io.» Non mentiva, mi fece saltare un anno, poi anche il secondo.
Quindi feci il corso di composizione intero di nove
anni. Tre di armonia e tre di contrappunto e fuga. Infine i
tre con Goffredo Petrassi.

Il percorso del tuo destino lo ha tracciato Caggiano. Posso dire così?
Puoi dirlo. La sua intuizione è stata fondamentale per
la mia vita. Sì, è Caggiano l’uomo che mi ha fornito il
grande consiglio.

Quindi tuo padre stabilisce che tu debba suonare la tromba. Poi sei tu a decidere il salto e il passaggio alla composizione.
A mio padre e mia madre non ho mai chiesto il permesso
di fare composizione. Mia madre, man mano che
diventavo compositore, anche quando avevo finito il corso,
diceva: «Ennio, famme ’n po’ una bella melodia, una bella
canzone…». Mi torturava. «Perché non fai una canzone…?
E scrivi una canzone… una bella melodia… fai la melodia…»
Io già allora le melodie non le facevo più, e quel
continuo insistere di mia madre… Non la prendevo male,
ma mi faceva un po’ ridere. Lei era legata alle canzoni, alle
cose popolari. «Così fai successo!» diceva.

E tuo padre che ne pensava?
Lui aveva fondato una piccola edizione musicale e voleva
stampare le mie canzoni. Ne ho scritte due per mia
madre, Libera Ridolfi, e lui le ha stampate. Immagino che
volesse guadagnarci qualcosa, forse ci riuscì. So che le
pubblicò. Non ricordo che canzoni fossero, avevo al massimo
quattordici o quindici anni, non sapevo molto del
meccanismo di scrittura di canzoni. Una volta complete,
si mandavano alle orchestrine di tutti i locali perché le
eseguissero, dopodiché riscuotevi i diritti d’autore.
Se vogliamo, quelle canzoncine furono la mia prima
vera esperienza da autore.
Ma questa faccenda non mi interessava.
Non so neppure se andò bene o male, davvero non lo so.
La guerra era finita da un pezzo, molte difficoltà erano
alle spalle, io intanto andavo verso la composizione avanzata.
Ricordo che papà aveva collaboratori in tutta Italia,
scrivevano parole, canzoni. Ma te l’ho detto,
è roba di cui non m’importava niente.

Le ricordi quelle due canzoni?
Per niente. Ma non posso dimenticare mia madre che mi implorava di comporre belle melodie.

In pratica tua madre ti chiedeva ciò che in seguito ti avrebbero sempre chiesto i produttori e i registi.
È così. Ma la cultura musicale di mamma era quella.
Quando parlava delle canzoni e diceva: «Sono così belle
le parole…», non pensava mica ai grandi classici, ai grandi
compositori della storia. No, pensava alle canzoni popolari,
era avvinghiata a quelle. Mi convinsi a scriverne un paio
per accontentarla, altrimenti sembrava che volessi disobbedirle.
Ma non sentivo per niente il bisogno di scrivere canzoni.
L’imitazione di canzoni già esistenti, che si sentivano in giro,
non mi piaceva. Non so se le piacquero.
Mia madre aveva una strana abitudine. Ogni Natale scriveva
una poesia dedicata a me. Era un sonetto, quattro, quattro,
tre e tre versi. Con delle rime che te le raccomando…
Però si sentiva che voleva essere generosa verso
suo figlio, il primogenito. Le conservavo con piacere, anche
se ’ste rime me facevano rabbrividi’. Per cercarle andava
a pescare parole che non c’entravano niente, ma era simpatica.
Lei è stata sempre simpatica.

(Riproduzione riservata)

© HarperCollins Italia

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