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I SEGRETI DEL GIOVEDÌ SERA di Elvira Seminara (recensione)

luglio 9, 2020

“I segreti del giovedì sera” di Elvira Seminara (Einaudi)

[La prima presentazione nazionale del romanzo si svolgerà giovedì 16 luglio, alle h. 19, presso LETTERA 82, Piazza Dell’indirizzo 11/14, Catania. Ornella Sgroi dialogherà con l’autrice. Letture di Tiziana Giletto]

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Bisbigli, confidenze e silenzi nei giovedì sera di Elvira Seminara

di Daniela Sessa

Torna Elvira Seminara in libreria ed è subito festa. Esilarante ma non troppo, lirico quanto basta, ruffiano giusto in pizzico, sghembo che è una meraviglia, policromo e polifonico con una manciata abbondante di ironia: questo è “I segreti del giovedì sera” di Elvira Seminara che tra una parola, resilienza, e l’altra, malinconia, mette in scena se stessa e il suo mondo, fatto di un gruppo di amici e di un lembo complicato di terra lungo da Catania ad Acicastello. Sophia, Cesare, Mauro, Olivia, Miriam, Pietro sono personaggi in cerca d’autore: piombano negli interstizi della vita di Elvira in arte Elvis alla ricerca delle parole che li faranno riesistere. Non si arrendono alla malinconia ma ne sono immersi fino al collo, resistono diseroicamente al tempo che passa. Confusi, smarriti e pasticcioni si muovono tra botox e amanti, pilates e app. Sono ubiqui e between. È facile riconoscerli anche senza le parole di Cesare “abbiamo di nuovo trent’anni nel cuore e nella testa, e non ce l’aspettavamo,abbiamo trent’anni, con figli di trenta e genitori di novanta, e noi in mezzo schiacciati, carne viva”. Sono i millennial al cubo, malati di giovanilismo per paura del passato, avidi di futuro (pure di granite, cozze, brioche: Seminara quasi gode a mangiare e far mangiare, in un tripudio di suggestioni junghiane) e legati a un presente frenetico e inconsistente al tempo stesso. Il tempo, un ciclico giovedì dal vago sapore nietzschiano, è il comprimario bizzoso del romanzo di Seminara: coglie i personaggi sul crinale sottile dei cinquantanove anni. Ogni giovedì sera gli amici si trovano a cena a discutere di massimi sistemi personali e collettivi mentre li distrae il bordo della pizza o la scollatura rugosa di Olivia o il giubbotto nero e prugna di Mauro o due gemellini sorpresi a guardare video porno. Metafora esistenziale il giovedì si svela nella domanda di Olivia “me lo spiegate perché usciamo il giovedí sera e non il fine settimana, quando in giro c’è piú gente?”. Il giovedì è imbarazzato o snob? O è solo incongruenza tra il tempo e l’età? Ogni giovedì si porta in tavola la commedia, mentre i segreti restano nei bisbigli, nelle occhiate, nei silenzi. Nei “non gli dico” della voce narrante che non è ipocrisia ma reticenza e forse un pizzico di delicatezza. La delicatezza è la cifra stilistica del romanzo di Elvira Seminara: ma è davvero un romanzo? Qui si addice il ritratto con la pennellata netta, la strofa di una canzone e il ritornello, lo squarcio di luce, le foto di un album. Ogni personaggio racconta la sua storia, ogni capitolo può diventare una short story (sarà per questo che Seminara cita per lo più autrici di racconti), ogni piccola storia un frame di pellicola. “I segreti del giovedì sera” dialoga col cinema, anzi è cinema esso stesso. Sophia con la sua chioma rossa sembra una “Rita Hayworth intimidita e mai sfiorata dall’idea di fare cinema”: a proposito di segreti Elvis non gliel’ha mai detto. Non ha detto nemmeno a Olivia che lei assomiglia a un’arcigna Diane Keaton: la Annie di Woody Allen che diceva “Adoro essere ridotta ad uno stereotipo culturale”, qui è la filosofa del boomerang, del sì però. Cesare senza ciuffo pare Rutger Hauer, Ted è svagato come Harry Potter e ci sono anche una cameriera identica a Uma Thurman e un’allieva con la frangetta di Audrey Hepburn. C’è la cinematografia liberal che ci ha regalato “Il declino dell’impero americano” cui si fa esplicito riferimento – insieme ad Allen – nella copertina del libro, così come ritornano anche certe commedie francesi, come il delizioso “Le Prenom” di La Patellière e Delaporte; ancora la citazione dell’inglese “Quattro matrimoni e un funerale” nel capitolo della cerimonia funebre della madre di Pietro. Più di tutti il citato “L’ultima spiaggia” di Stanley Kramer che tanto si addice all’equipaggio catanese. Celato nei panni di Elvira, narratore e personaggio, è Woody Allen. Tradotto in un rockettaro raffinato, Elvis/Allen svela le nevrosi di una generazione al tramonto spostando il paesaggio dai grattacieli di New York agli scogli di Aci Castello, dalla Fifth Avenue a Via Etnea. Nello spostamento non perde l’humor e vi aggiunge l’eleganza di una parola che si inebria di quelle diramazioni di significato tra oggetto e attributo, tra reale e immaginario che è la cifra poetica di Seminara. Una lingua sofisticata e lieve, espressione di un elan vitale materico che attinge dalla cultura giapponese: la malinconia delle cose e gli ideogrammi segni aggraziati e segreti della “pena di stare al mondo, di essere tazze sbeccate, legno consunto, oggetti logori e disamati”. Un esoterismo reificato che lega Seminara a un certo filone della letteratura siciliana, fatta di contrappunti e miti, di fiabe e di sussurri della natura (la luna e il mare, la pioggia e il sole, novembre e il platano, l’ulivo fatto mandorlo), di pieghe di sorriso che scacciano la tristezza e annebbiano la morte (struggente l’epifania di Velia) nei giorni della Lupa, quando la salvezza è uno sgabello rosso. O un basco rosso comprato alla Rinascente con Cesare, l’alter ego per ciuffo biondo della protagonista. La scrittura è il basco rosso ed Elvira/Elvis è per gli amici l’autore che cercavano. Non poteva sottrarsi Elvira Seminara al gioco scoperto dell’arte della parola. Svelato il vero segreto del giovedì sera: scrivere una storia amalgamando i caratteri tolstojani di un gruppo di quasi sessantenni con la compassione alla Pamuk. La compassionevole Elvira risponde alle chiamate, ai messaggi e agli inviti dei suoi amici e compra estrattori di succo. Ascolta soprattutto e divora storie: le edita sfrondandole di drammaticità, svelandone talvolta il grottesco. E racconta se stessa: Elvira e il paesaggio, Elvira dentro il paesaggio è la storia nella storia. Il narratore che si fa personaggio e tutti e due che sono l’autore. Una goduria per il critico strutturalista che può consumare fiumi di clic sulla tastiera per ribadire che ogni racconto di sé è menzogna al grado zero, come sostiene non a caso anche l’amico psicanalista Pietro. Più attraente è perdersi negli indizi lasciati da Seminara nel suo libro: si comincia a scrivere in prossimità del pericolo e del punto guasto del cuore; la materia è vera quanto il “sangue occulto dei pensieri”; i sentimenti per farsi narrazione devono diventare atti; la letteratura è una profezia “se la rivolgi al passato fa tornare indietro le cose”. Più affascinante è scoprire Elvira che si lascia disingorgare la mente dalle camminate in giornate piene di vento, ma se prova a camminare all’indietro non ce la fa, che dribbla le minacce al suo corpo con l’aritmetica, che davanti al mare di Acitrezza confessa di vivere sull’orlo da superare e riagguantare. Più divertente passare un pomeriggio d’estate a leggere “I segreti del giovedì sera” e poi andare all’appuntamento con le amiche per un aperitivo: ti guardi intorno, ascolti chiacchiere, osservi il look e sei dentro un giovedì con Elvira!

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La scheda del libro: “I segreti del giovedì sera” di Elvira Seminara (Einaudi)

Un turbine di vita e di parole tra Woody Allen e Il declino dell’impero americano.

Se la vita durasse una settimana, per Elvis e i suoi amici oggi sarebbe giovedí. Infatti è di giovedí che s’incontrano. Per scrutarsi, raccontarsi le novità, fare bilanci dentro un mondo che si scompone sotto i piedi. Tra poco non avranno piú cinquant’anni, e usciranno per sempre dall’età di mezzo per entrare in un territorio nuovo. Cosí, tra amori che nascono o franano, ansiolitici e aperitivi, cercano di varcare quella soglia labile e miracolosa saltandoci sopra come in una giostra, decisi a non scendere sin che dura il fiato – o il vino. La loro vita a dirotto si riflette in un dialogo inesauribile, impudico, che ci vede coinvolti tutti, nella stessa risata e nella stessa paura: congedarsi senza preavviso dall’unica giovinezza che ci è stata assegnata senza aver capito cosa ci aspetta.

«Abbiamo 59 anni, alcuni di noi hanno smesso di tingersi i capelli e di fumare, altri hanno cominciato la dieta e la Recherche, però dicendo che la rileggono. Facciamo finta di credere a un sacco di cose: che dimostriamo al massimo 48 anni, che non siamo depressi ma disincantati, che quella non è pancia ma colite. Che il vino rosso fa bene, e il caffè allunga la vita. Abbiamo avuto case allagate e idee geniali, spesso contemporaneamente. Alcuni hanno doppie vite, doppio lavoro, doppio mento, doppia sim. A teatro ci addormentiamo, e in tv vediamo lo stesso Montalbano tre volte, convinti che sia la prima. Abbiamo voglia di ridere, ma ci commuoviamo spesso e diamo la colpa al polline. Ci angoscia l’idea di dimenticare le password. Crediamo ancora negli sconti, piú o meno in Dio, nelle creme antirughe, nei concerti del primo maggio e nei sughi senza conservanti, e quasi tutti nel primo Battisti e nel primo Battiato, il primo Von Trier e il primo Paul Auster. Conviviamo con malattie autoimmuni, vicini razzisti, gatti anaffettivi, pc pieni di virus, aumenti di stipendio, di peso, di autostima, ma combattiamo il colesterolo, la fine della sinistra, gli specchi troppo illuminati, le sanatorie, i leggings di ogni tipo, i bicchieri di plastica, l’irrilevanza, la frenesia del Pil, i rumori di deglutizione. Ogni tanto siamo felici, senza motivo, senza bisogno d’indagare. Ci innamoriamo, andiamo in Messico e poi torniamo. Abbiamo detto milioni di volte le parole stress, motivazioni, analisi, percorso, adesso diciamo piú spesso pillola, spreco, cuore, meraviglia. Il vocabolario si restringe e ansima, nel silenzio troviamo nuove gradazioni. Guardiamo il meteo sull’iPhone, piú volte al giorno, e la notte per quello dopo. Mettiamo in carica. Domani sole».
E. S.

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Elvira Seminara, scrittrice e giornalista, ha pubblicato per Mondadori L’indecenza (2008), per Gaffi editore I racconti del parrucchiere (2009), per nottetempo Scusate la polvere (2011) e La penultima fine del mondo (2013), per Einaudi Atlante degli abiti smessi (2015) e I segreti del govedì sera (2020). I suoi testi sono tradotti in diversi paesi. Vive tra Aci Castello e Roma.

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