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GIORGIO VAN STRATEN racconta IL MIO NOME A MEMORIA

luglio 14, 2020

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIORGIO VAN STRATEN racconta il suo romanzo IL MIO NOME A MEMORIA (Brioschi editore)

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di Giorgio van Straten

Il mio nome a memoria ha cominciato a nascere molti anni prima della sua pubblicazione. Mio padre era morto da poco, alla fine del 1988, e un suo biscugino, di cui ignoravo l’esistenza, mi scrisse dicendomi che ero l’ultimo della famiglia a portare il cognome van Straten. Per farmi capire meglio di cosa stesse parlando, mi allegò la fotocopia di un vecchio documento dei primi anni dell’Ottocento in cui un tale Hartog, che viveva a Rotterdam, aveva scelto il proprio cognome (che era anche il mio) di fronte al sindaco della città, a quel tempo possedimento napoleonico. La storia mi colpì, anche perché in Italia i cognomi sono molto più antichi e, soprattutto, non sono il frutto di una scelta, ma nascono da una caratteristica fisica, dal mestiere praticato, dal nome di un antenato, e di solito sono stati imposti dagli altri. L’idea che a qualcuno fosse stato ordinato di sceglierselo, di abbandonare il semplice patronimico – Hartog figlio di Alexander – e che quella scelta avesse finito per coinvolgere inevitabilmente anche me mi emozionava.
Partire dal lontano 1811 e seguire il cammino di quel nome mi sembrò che fosse un modo anche per ritrovare mio padre che stava in fondo a quel percorso di vite. Fin dall’inizio infatti avevo deciso che io non sarei stato in scena: troppa presunzione nel collocarsi alla fine di un percorso, come se io ne fossi il risultato finale. No: io sarei stato solo quello che raccontava la storia, che, per così dire, se ne faceva carico, restituendo consistenza ai tanti van Straten che mi avevano preceduto.
In realtà all’inizio non avevo neppure pensato di farne un romanzo: raccoglievo le storie che emergevano dai racconti di chi mi aveva scritto e degli altri parenti che via via ero riuscito a contattare. Ritrovavo pezzi di una famiglia che le vicende terribile della Seconda guerra mondiale avevano sparso per il mondo e che ben volentieri mettevano a disposizione ricordi, fotografie, carte ingiallite. Alcune di quelle storie erano belle come possono esserlo delle storie di vite lontane, fatte di città per me sconosciute e nel frattempo così modificate da non poter neppure essere visitate, viaggi verso l’ignoto, scelte coraggiose e idee geniali che avevano fatto la fortuna di chi le aveva avute.
Alcune di quelle storie le raccontai a un mio amico che oggi non c’è più, Enzo Siciliano, che mi spronò a scriverle, a dar loro una cornice e un filo unitario. Oltre a quel primo, vecchio documento, avevo infatti in mano un orologio che mio nonno mi aveva donato al momento della nascita e che riportava sulla cassa la dedica di un certo Benjamin van Straaten (con due a allora) incisa a San Francisco nel 1855, esattamente cento anni prima della mia venuta al mondo: la trasmissione di quell’orologio da una generazione all’altra avrebbe significato tracciare un sentiero per arrivare alla meta.
Certo per quante cose fossi riuscito a sapere, il tempo aveva provveduto a cancellarne molte altre e per me si poneva la questione di come colmare queste lacune e come avvicinarmi a quei personaggi del libro che erano stati anche persone reali. Decisi come un restauratore di segnalare le parti che mancavano, poi cominciai ad aggiungere qualcosa che servisse a dare un senso al quadro che andavo dipingendo e alla fine non ho più saputo quello che era reale e quello che era immaginato da me: dico immaginato e non inventato perché ho sempre cercato di costruire il racconto a partire dagli elementi che avevo e che mi aiutavano a completare l’immagine. Mi è anche capitato, dopo aver pubblicato il libro la prima volta nel 2000, di scoprire che alcune di queste mie “immaginazioni” corrispondevano effettivamente alle realtà, o almeno le assomigliavano.
Ancora più delicato è stato occuparmi di persone che avevano vissuto in anni più recenti o che, addirittura, come mia madre quando ho scritto il libro, erano ancora in vita. Ho usato tutta la delicatezza di cui fossi capace, ma ho anche cercato di avvicinarmi, quanto più possibile, a quella che ritenevo essere la verità.
Il romanzo per me è stato anche un’interrogazione a mio padre, un’intervista senza risposte che conteneva tutte le domande che non gli avevo fatto. Troppo spesso, infatti, si da per scontato di conoscere una persona, perché è lì, di fronte a te da quando sei nato. E invece ci sono moltissime cose che non sai e che a un certo punto non sei più a tempo a chiedere. Il mio nome a memoria è questo dialogo immaginario fra me e mio padre.
Dopo averlo pubblicato un mio amico, critico letterario, mi chiese se mi rendessi conto quanto questo libro fosse una ricerca di identità, non solo in relazione a mio padre, ma più in generale a un’appartenenza, quella ebraica, nella quale evidentemente cercavo le radici che la perdita di altri riferimenti della mia prima giovinezza, quelli politici per esempio, avevano reciso. In realtà non me n’ero reso conto, ma quando me lo disse capii che aveva ragione: anche se io non sono ebreo (mia madre era cattolica e per gli ebrei è la madre che garantisce l’appartenenza), il mio nome lo è ed ebrea era, anche nelle sue tragedie e insieme nell’importanza che ha per gli ebrei la parola scritta, la storia che ero andato scrivendo. La Shoah con tutto quello che rappresenta per il mondo ebraico è qualcosa che è stato centrale nella mia esistenza, per come sentivo aleggiare, anche nel silenzio, i nomi di quei parenti che dalla persecuzione nazista erano stati travolti: nel libro, appunto, ho deciso di rappresentarli così, come un elenco di nomi e di date e dei luoghi in cui erano stati uccisi. Ma ho deciso anche, in altre pagine del romanzo, di riesumare le loro vite, non solo la loro morte, perché ricreare le loro esistenze mi avrebbe permesso di salvarli dall’oblio. Spero di esserci riuscito.

(Riproduzione riservata)

© Giorgio van Straten

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La scheda del libro: “Il mio nome a memoria” di Giorgio van Straten (Brioschi editore)

Il mio nome a memoria“Come un restauratore posso recuperare i colori che il passare dei secoli ha offuscato, che cattivi pittori hanno coperto. Ridare vita, respiro.” È il 1996 quando Giorgio Van Straten comincia a portare alla luce le sfumature di un affresco familiare, la cui origine è da cercare tra i canali freddi di una città olandese, tra le pagine meno recenti della storia. Tutto inizia una mattina di dicembre del 1811, quando un editto francese impone a Hartog, ebreo di Rotterdam, di scegliere un cognome per la sua famiglia. Lui decide di ispirarsi alle sue origini: Straaten, come il piccolo paese fiammingo da cui vengono i suoi antenati, come “strade”, in olandese. Da quel momento un semplice nome anticiperà un futuro fatto di viaggi e di incontri, segnerà il destino delle generazioni a venire. Il nome dei Van Straten attraverserà la terra e il mare, vivrà periodi di pace e di guerra, accompagnerà Benjamin, in cerca di fortuna, fino a San Francisco, Emanuel fino ad Amsterdam; seguirà i commerci di George da Odessa a Genova e quelli di Ivan da Stettino a Livorno. Nei secoli i membri di questa famiglia si disperderanno, ma il filo lungo e sottile che li tiene tutti uniti, ricostruito dal meticoloso restauro di Giorgio Van Straten, farà emergere un’unica grande storia.

 

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Nato nel 1955 a Firenze, Giorgio van Straten è autore di numerosi romanzi. Ha esordito come narratore nel 1987 con Generazione. Con Il mio nome a memoria ha vinto nel 2000 il Premio Viareggio e il Premio Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante. Dirige la rivista Nuovi Argomenti e dal 2015 al 2019 è stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York.

Nel 2020, a vent’anni dalla prima pubblicazione, Il mio nome a memoria esce in una nuova edizione.

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