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GLI AFFAMATI di Mattia Insolia: incontro con l’autore

luglio 20, 2020

“Gli affamati” di Mattia Insolia (Ponte alle Grazie): incontro con l’autore

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Mattia Insolia è nato a Catania, si è laureato in Lettere a La Sapienza di Roma con una tesi sul movimento letterario dei Cannibali italiani, ha proseguito gli studi in Editoria e ha pubblicato racconti per antologie di vario genere. Negli anni ha scritto per diverse riviste di cultura e oggi collabora con L’Indiependente, per cui si occupa di critica letteraria e cinematografica.

Per Ponte alle Grazie ha appena pubblicato il romanzo: “Gli affamati”.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Ho cominciato a scrivere “Gli affamati” nel luglio del 2017», ha detto Mattia Insolia a Letteratitudine.
«La storia, nei mesi precedenti, si era già espansa tra le pareti della mia testa fino a occuparne una parte piuttosto grossa. Si era creata una sorta di bolla ossessiva, una materia che non mi lasciava mai in pace, che richiamava continuamente la mia attenzione seguendo percorsi diversissimi e sempre nuovi. Così ho deciso di provare a raccontarla, quella storia.
Non saprei dire, però, quando e come sia nata l’idea. Un giorno non c’era, quello dopo c’era. Anzi, quello dopo c’erano loro: Antonio e Paolo, gli affamati. E in realtà è dai due protagonisti che sono partito: loro li avevo in mente fin dall’inizio. Me li figuravo in modo netto, avevano contorni precisi. La storia in sé invece no, quella è venuta dopo e, per certi versi, è come se siano stati proprio loro, i fratelli del racconto, a suggerirmela.
So che può suonare paradossale o assurdo, ma per me la scrittura è anche ascolto. Ed è stato come se Antonio e Paolo, desiderosi di raccontare la loro storia, mi si fossero piazzati sulla spalla per raccontarmela. In fondo, scrivere ha pure dei lati romantici, secondo me, e l’ascolto di cui parlo, nella mia esperienza, è uno di questi. Sono quindi i fratelli del romanzo i primi nati, gli eventi narrati sono venuti successivamente; subito dopo, sì, ma comunque dopo.
Certo, non è tutto così idillico. La scrittura è anche, soprattutto rovello mentale, sforzo fisico, impegno quotidiano. Prima della stesura vera e propria ho fatto un lavoro di strutturazione della storia. È durato un paio di mesi. Ho delineato i personaggi, i nodi conflittuali, l’ambiente, la vicenda. Tutto nel dettaglio, certo, ma strada facendo sono cambiate molte cose; come dicevo, per me la scrittura è pure ascolto e Antonio e Paolo hanno cambiato le carte in tavola a più riprese. L’intelaiatura, questo lavoro di strutturazione, mi serve per non perdermi, per avere chiaro verso dove voglio andare. Con la scrittura, però, anche se alla fine giungo lì dove mi ero prefissato, il mio percorso cambia.
Certi punti sono rimasti saldi fin dall’inizio. Antonio e Paolo vivono in un paesino fittizio del sud Italia. Poverissimi, orfani di padre e abbandonati dalla madre quand’erano piccoli. Questi punti cardine, elementi fondanti della narrazione, non sono mai cambiati nel corso della stesura. Come il conflitto di fondo. Ciò di cui volevo parlare, ciò che raccontano i fratelli, è la rabbia. La rabbia giovanile, di un Sud che non conosce possibilità di riscatto, che dà alle fiamme qualsiasi cosa incontri sul suo cammino. Un sentimento che nasce da un senso di impotenza incatenante e distruttivo e che in risposta a esso prova inesausto a cancellare tutto il resto.
Antonio e Paolo, che hanno diciannove e ventidue anni, cercano uno spiraglio di luce in questa rabbia nera. Qualcosa che li faccia tornare a vivere davvero, sono stanchi della mera sopravvivenza. E nella lotta contro il mondo, inconscia e definitiva, combattono prima di tutto contro loro stessi».

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Uno stralcio del romanzo “Gli affamati” di Mattia Insolia (Ponte alle Grazie)

Suonò la sveglia, lui leggeva il libro nascosto sotto il materasso.
Il cane di Carrisi aveva preso a sgolarsi all’alba, e Antonio non era più riuscito a dormire. Si alzò, sudaticcio, e andò in bagno. Negli ultimi giorni a mare si era bruciato, petto e zigomi arrossati. Avrebbe voluto metterci della crema, ma non ne avevano. Gli pareva che in frigo ci fosse uno yogurt scaduto, però, e da qualche parte aveva letto che per le ustioni andava bene.
Fece colazione e ciabattò in camera di Paolo. Russava a pancia in su. Lo chiamò, ma pareva in coma. Lo chiamò più forte: niente. Di nuovo: niente. Gli si sedette accanto e lo scosse.
«Che ora è?» biascicò bocca impastata, faccia nel cuscino.
«Le nove».
«Cazzo dici». Non era una domanda, sembrava più una minaccia.
Ora dice ch’è tardi e che dovevo svegliarlo e ch’è colpa mia.
«Le nove…» quella di Antonio sì, che pareva una domanda.
«Porcalaputtana, perché non m’hai svegliato?» si infilò in bagno.
Antonio andò in cucina e mise in tavola il caffè.
«Lo sai che devo andare in cantiere!» sbraitò il fratello prendendo posto. «E lo sai che Serra mi fa il culo se c’arrivo tardi! Perché non m’hai svegliato, me lo dici?»
«…»
«Parla, Antonio, se stai muto sembri scemo! Che sei, scemo?»
Fece no con la testa.
«Appunto, e allora perché non m’hai svegliato?»
«…»
«Allora?»
«…»
«Parla, cazzo!»
«Non lo so perché non t’ho svegliato. E… hai ragione, scusa».
Paolo bevve il caffè e si alzò, veloce. Poi, lento, lentissimo, si avvicinò ad Antonio e gli prese la faccia tra le mani. «Non ti tratto male perché sono stronzo. E se ci sono volte che lo pensi voglio che sai ch’è perché voglio prepararti a quello che c’è fuori. Nel mondo cercano sempre d’incularti. Credimi ch’io lo so. Ci sono passato. E tu puoi fare solo due cose. O te la fai ficcare in silenzio o tiri fuori le palle e al primo che ti tocca gli fai capire chi è che comanda. Capisci cosa sto dicendo?»
Antonio era incantato, fissava il fratello senza parlare. Per la prima volta in vita sua si accorgeva di un particolare: avevano gli stessi occhi. Colore, forma, espressione. Identici. Eppure c’era anche qualcosa di diverso. Qualcosa a cui non avrebbe saputo dare una definizione.
«M’ascolti o no? Capisci cosa sto dicendo?»
Annuì.
«Bene. E siccome non voglio che mio fratello si fa inculare dal primo stronzo, devo farti forte. Lo faccio perché voglio che impari a lottare epperché ti voglio bene! Lo sai, sì?»
Annuì.
Paolo lo fissava. Le mani ancora a stringergli la faccia. E con lo sguardo pareva che gli rovistasse dentro. Alla ricerca di un appiglio che lo aiutasse ad andare avanti, di un’approvazione che gli desse forza. E Antonio pensò che suo fratello, forse, era fragile come tutti.
«Quello che faccio lo faccio per farci stare a galla, lo capisci?»
Annuì.
«Bravo a mio fratello!» gli diede un bacio in fronte e uscì.

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La scheda del libro: “Gli affamati” di Mattia Insolia (Ponte alle Grazie)

Una grande, nuova narrazione contemporanea che sa illuminare la nostra rabbia e la nostra solitudine, che lo fa attraverso una lingua precisa e scarna, uno sguardo maturo e senza paura. Un desiderio autentico di denudare la realtà per comprenderla e forse, domani, trasformarla.

Antonio e Paolo sono fratelli, diciannove e ventidue anni. Vivono soli da quando il padre è morto e la madre è andata via di casa. Insieme hanno costruito una quotidianità che, seppur precaria, parrebbe funzionare. Vivono alla giornata, tirano avanti in un presente che non concede di elaborare progetti futuri. E abitano in un paese minuscolo, una periferia immaginaria nel centro Sud che sembra quasi un confino, degradato e gretto. È un’estate torrida. Antonio cerca un lavoro, Paolo di tenersi stretto il proprio. L’esistenza dei due procede senza grandi avvenimenti, tra notti allucinate, feste con gli amici, giornate al mare e serate di sesso, alcol e droga. Finché poi, un giorno di quiete apparente, qualcosa si spezza, e vecchi scheletri saltano fuori dall’armadio, mostri del passato seppelliti in malo modo. La madre, fuggita anni prima dal marito violento, torna da loro, un amore quasi dimenticato bussa alla porta di uno dei due fratelli e crimini di cui non è mai stata scontata la penasi affacciano all’orizzonte dell’altro. E tutto dev’essere rimesso in discussione. 

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