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FIORE D’AGAVE, FIORE DI SCIMMIA di Irene Chias: incontro con l’autrice

luglio 28, 2020

“Fiore d’agave, fiore di scimmia” di Irene Chias (Laurana): incontro con l’autrice e uno stralcio del romanzo

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Irene Chias è siciliana. Dopo aver lavorato come giornalista per diversi anni in Francia e a Milano, adesso vive a Malta. I suoi racconti sono apparsi su “Nuovi Argomenti”, su “Granta Italia”, sulle pagine siciliane di “Repubblica”, su “Il primo amore” e in diverse antologie. Ha pubblicato i romanzi: Sono ateo e ti amo (Elliot, 2010); Esercizi di sevizia e seduzione (Mondadori, 2013), vincitore del Premio Mondello Opera Italiana e del Premio Mondello Giovani, Non cercare l’uomo capra (Laurana, 2016).

Per Laurana è appena uscito il nuovo romanzo di Irene Chias intitolato “Fiore d’agave, fiore di scimmia“. Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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“Ho pensato a due livelli paralleli”, ha detto Irene Chias a Letteratitudine, “corrispondenti alle prospettive delle due protagoniste: Adelaide, la scrittrice di fantascienza, e Adelasia, il personaggio “rosa” del romanzo che le viene suggerito con forza da Max, il suo agente.
Adelaide ha pubblicato un romanzo di neurofantascienza e un altro sui viaggi nel tempo. Scrive inoltre racconti che il suo fidanzato trova “mostruosi”. Non soddisfatto delle sue prospettive editoriali, Max la sprona a scrivere un “romanzo femminile e siciliano”. Interrogandosi su cosa si intenda per letteratura femminile e ragionando su alcuni rifiuti poco pertinenti ricevuti da un editore alla sua prima opera, Adelaide va a trascorrere alcune settimane in Sicilia, nel paese dove crebbe sua nonna: Sant’Angelo Muxaro. Qui ambienta una storia d’amore e intrighi preteschi con richiami agli anni Cinquanta, creando attraverso Adelasia un personaggio da lei molto distante che tuttavia finisce col somigliarle sempre di più. Non è un caso che i due nomi siano quasi identici: Adelaide e Adelasia sono due varianti del medesimo nome e questo è intenzionale. Adelaide, nello scrivere il suo libro, decide infatti di seguire il consiglio di Max: far credere che la protagonista sia lei.
Nel frattempo, anche la sua storia personale ha un’evoluzione: l’incontro con i parenti Gueli e quello con una misteriosa vicina che si fa chiamare Genova le regalano una nuova consapevolezza. Genova è il nome che la donna ha deciso di portare in memoria dei fatti del G8. È proprio lei che nel romanzo evidenzia le contraddizioni del nostro presente, lo stato di dissonanza cognitiva in cui viviamo, immersi in un sistema iperconsumistico e produttivo oltre i limiti della sostenibilità: «E poi oggi, chi è davvero innocente? Il sistema industriale ci ha reso tutti colpevoli, a partire da quello che mangiamo, passando per quello che indossiamo, per come ci muoviamo, per le forme di divertimento che crediamo di scegliere».
Il romanzo inizia come una storia sull’editoria, sul senso dei generi letterari e sulla scrittura, ma finisce col mettere l’accento sulla povertà del Sud e sul dramma dei cosiddetti “centri interni”.
Come il suo idolo Philip Dick fa nello scrivere La svastica sul sole, Adelaide decide di consultare l’I Ching per capire come muoversi in relazione alle proposte di Max.
In un prologo, fuori dal tempo rispetto alla narrazione, Adelaide fa riferimento ai disastri causati dall’umanità, in confronto ai quali le richieste di Max e la pratica di una letteratura rassicurante e mainstream e sembrano colpevoli. E consulta l’oracolo.
Lo stesso farà alla fine del romanzo – quando nell’epilogo riceve la lettera dell’editore che aveva respinto il suo primo libro al quale lo ha mandato nuovamente sotto mentite spoglie – interrogando il Libro dei Mutamenti sulla strada che deve intraprendere come autrice di Fiore d’agave.
Nella seconda parte del libro riporto Io e la scimmia, il racconto fantastico e disturbante che ha fatto litigare Adelaide col compagno. L’ho vissuto come un atto di libertà”.

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Brano estratto dal romanzo “Fiore d’agave, fiore di scimmia” di Irene Chias (Laurana)

Fiore d'agave, fiore di scimmia

1 Storia da femmine e storie di Sicilia

Ho scelto un bel titolo ruffiano per il mio romanzo. Non che Fiore d’Agave non sia attinente al tema della narrazione, la quale anch’essa intende essere ruffiana e ricalcare quella di successi siciliani come I sussurri delle Lumie, o All’ombra del fico d’India, o Memorie di un marranzano triste. Tuttavia, prima che quello di avere un titolo aderente al testo, il mio intento è intercettare una fetta di lettori – lettrici, lettrici, poiché essendo femmina tratto tematiche come possono trattarle le femmine, quindi per un pubblico femminile – intercettare quella fetta di lettrici, dicevo, che secondo le caselle dell’editoria non leggerebbero mai le mie distopie.
«Tanto meglio Adelaide» mi ha detto il mio agente. «Si sa che chi legge oggi sono le donne. Scrivi una cosa da femmine e siamo a posto».
«Ma se leggono solo le donne, leggeranno anche le cose che saresti indotto a definire “non da femmine”, no?»
«Non ti seguo».
«Intendo dire che … Niente, non fa niente».
Non avendo venduto granché con il mio libro precedente, neurofantapolitica postgender, ho quindi deciso, di concerto con il mio agente, di prendere una boccata d’ossigeno con una storia d’amore e passioni ardenti.
Crampi psichici venne pubblicato in milleduecento ottimistiche copie da un piccolo editore di nicchia, dopo essere stato ignorato dai grossi ed essere stato respinto da altri piccoli. Il rifiuto di uno mi rimase particolarmente impresso, tanto da indurmi a ritenere che di mio avesse letto solo il nome.
Mi disse: «È scritto benino, ma la chick-lit non mi ha mai appassionato».
Dopo aver cercato su Google cosa significasse chick-lit, ho risposto: «Ma è la storia di una persona affetta da epilessia del lobo temporale, causa di continui e invalidanti déjà-vu, che esegue indagini simulate in una immaginaria Palermo del 2051 e in un contesto geopolitico completamente mutato, a livello planetario, rispetto a quello attuale. Non ci sono tacchi dodici, non si parla di shopping, non si parla neanche di amore se non di quello per una madre morta a causa di un processo di crioconservazione andato in malora. Siete sicuri che si tratti del mio libro?»
«Non è tanto il contenuto… è il tono. Sono gli ammiccamenti ad essere da chick-lit».
Non la presi bene, ma neanche troppo male. Mi convinsi anzi che era colpa mia, che sicuramente, in quanto femmina, avevo scritto una roba chick-lit, con ammiccamenti chick-lit, dove la smania per lo shopping di scarpe dal tacco vertiginoso fosse in qualche modo implicita. Ripensandoci però, questa inevitabile propensione chick-lit doveva essere sottintesa non tanto nella doppia X, di cui l’editore non poteva avere certezza, quanto semplicemente appunto nel mio nome. Se, invece che accompagnato dal nome Adelaide Dattilo, il manoscritto fosse arrivato al piccolo editore romagnolo sotto il nome di Adalardo Dattilo, la sua fruizione della storia, la sua percezione del senso sarebbero stati completamente diversi. Sono passati sette anni da quel rifiuto, quattro dalla pubblicazione di Crampi psichici, due da quella di Cronosfera tattile, che ha ricevuto un più ampio consenso di pubblico e di critica, sebbene non ampio in assoluto. Il mese scorso ho deciso di fare la prova e ho rispedito sotto falso nome – nome maschile – e con il titolo Neuropalermo lo stesso manoscritto del mio primo libro allo stesso piccolo editore romagnolo, pur non essendo sicura che nel frattempo la crisi non lo abbia spazzato via.
Devo però dire che avevo presente già allora che altri autori pubblicati dal piccolo editore del rifiuto chick-lit scrivevano storie generazionali trattando con autoironia di occasionali disfunzioni erettili, di sconfitte subite dalla squadra del cuore, di amori fallimentari e via dicendo. Come si potrebbe definire? Dude-lit? No.
Se parli di mestruazioni (cosa di cui per altro non parlavo affatto in Crampi psichici), puoi interessare solo le donne. Se parli di erezioni, tutto il mondo non può che essere coinvolto.
Se da donna scrivi di endometriosi, susciti schifo e sdegno con provocatorie schifezze ginecologiche; se da uomo scrivi di eiaculazioni precoci, affronti un tema attuale radicato nella realtà contemporanea.
Sembra che le lettrici siano orientate in un certo modo, e che dalle scrittrici si aspettino cose da donna. Non so se sia una paranoia dell’editore, ma non escludo che invece sia vero, o che, nel reciproco e vicendevole alimentarsi di offerta e domanda, lo sia diventato. L’idea che mi sono fatta è che la scelta dell’editore, del lettore e spesso anche del critico, e l’accoglienza da loro riservata al testo siano viziate dalla cognizione del sesso dell’autore.
Quindi, essendo femmina, adesso scriverò di cose da femmina nel modo che ci si aspetta dalle femmine. Scriverò d’amore. Ora, con questo non voglio dire che scrivere d’amore sia fare chick-lit, o che sia una prerogativa femminile, anzi. Solo che i maschi possono farlo senza macchiarsi di rosa, io dovrò invece immergermi – perché lo vuole Max, perché lo vogliono gli editori, e perché a quanto pare lo vogliono anche le lettrici – nel rosa confetto e rivendicarlo. Io sarò una femmina che scrive per le femmine. Intercetterò così una fetta di pubblico diversa da quella che ho sempre creduto mi spettasse di diritto, le lettrici di letteratura femminile, locuzione che non ho mai capito cosa voglia dire davvero ma che sembra essere spesso utilizzata come sinonimo di romanzi rosa. Tratterò quindi d’amore, e cercherò di farlo con toni incantati e melliflui. Dovrò quindi reinventare il mio modo di scrivere, cosa che può comunque costituire un buon esercizio.
Dovrò lasciare le mie catastrofi, le mie anticipazioni, i miei macabri viaggi nel tempo, quello che chiamano pessimismo e che sarebbe corretto definire semplicemente osservazione. Niente riscaldamento climatico o guerre nucleari, niente multinazionali spietate che affamano popoli e sistemi politici fondati sulla corruzione e asserviti alle industrie del petrolio o delle armi. Niente riferimenti agli insensati trattati internazionali sul commercio o a civiltà cancellate dalla deforestazione. Niente epidemie dovute alle modificazioni dell’ambiente, niente connivenza dei governi nel ritorno della schiavitù, niente malattie causate dall’efferatezza dell’industria alimentare.
Solo “sentimenti” – e neanche i miei – che stonerebbero inevitabilmente con quanto sopra citato.
“Se solo riuscisse a liberare la sua scrittura dalla politica, se solo la liberasse dalla paranoia”, disse una volta di me un critico della giuria di un premio letterario non di genere che non vinsi.
Era sincero, non credo che intendesse offendermi, anche se probabilmente usò una punta di paternalismo. Comunque io, che ho un ego allo stato gassoso, non mi offesi. Tuttavia allora mi parve un consiglio senza senso.
Il senso però glielo dà adesso la richiesta di Max.
Al fine di ridefinire la mia scrittura, ho preso ben tre settimane di ferie – ne avevo anche di arretrate da smaltire – dal mio lavoro a Milano e ho deciso di andare a Sant’Angelo Muxaro, dove pago l’Imu su frazioni di una casa indivisa ereditata da mia nonna che già a sua volta la condivideva con le sorelle. La struttura originaria è stata ferocemente lottizzata fra eredi, una parcellazione in appartamenti che tuttavia non è bastata a che ognuno avesse il suo. Così invece che un dodicesimo dell’antica casa, mi ritrovo un quarto del nuovo appartamento, frutto di una ristrutturazione che risale già a una ventina di anni fa e che ha suddiviso in tre parti l’impianto originario.
È il luogo ideale per concentrarsi e scrivere una storia di Sicilia, di quelle che vendono (dice il mio agente, un calabrese che vive a Milano da dieci anni e che si fa chiamare Max), di quelle un po’ stereotipiche e pregne di sicilitudine. Sarà una storia di passioni del sud, di arcani misteri di famiglia, di tradimenti inconfessati. Uomini affascinanti, ardori incontenibili, intrighi preteschi.
È perfetto per sentire l’alito dei miei antenati raccontarmi storie di amori nascosti e passioni soffocate fra i grani di un rosario.
Ovviamente i parenti potrebbero risentirsi se, scrivendo sotto dettatura dei fantasmi, dovessi narrare segreti incresciosi relativi ad avi comuni. Figuriamoci poi se i segreti incresciosi fossero inventati dalla suggestione di una che, coerentemente a un dichiarato agnosticismo, non è del tutto immune alla malia che può esercitare l’idea che gli spiriti dei morti continuino ad avere accesso alla nostra dimensione per raccontare racconti, influire sugli eventi, o qualche volta anche solo spostare gli oggetti.
Cambio quindi i nomi delle persone e i nomi dei luoghi.

(Riproduzione riservata)

© Laurana editore

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La scheda del libro: “Fiore d’agave, fiore di scimmia” di Irene Chias (Laurana)

Adelaide Dattilo ama il fantastico, le distopie, Dick e Lovecraft. Ha pubblicato due romanzi che il fidanzato Simone trova raccapriccianti. Il suo agente la spinge a creare qualcosa di più vendibile: un “romanzo femminile siciliano”. Adelaide decide di provarci e va a trascorrere tre settimane nel paesino di sua nonna: Sant’Angelo Muxaro. Qui inizia a scrivere una storia di passioni e antiche tradizioni, con Adelasia come personaggio principale. Mentre la sua protagonista, distrutta dal tradimento del fidanzato, ritrova se stessa e risolve un antico mistero, Adelaide affronta l’arrivo di Simone, incontra lontani parenti e conosce una sfuggente vicina. Al paese da cartolina del suo romanzo fa da contraltare quello reale: svuotato di possibilità, afflitto da disoccupazione, arretratezza e abbandono, dove la distopia è cronaca quotidiana. Guidata come Dick dall’I-Ching, Adelaide farà i conti con le sue origini e il suo presente. Adelasia, inizialmente lontanissima, finisce col somigliare alla sua autrice, come le due Sicilie inizialmente contrapposte finiscono con lo sfumare l’una nell’altra.

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