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SOCIETÀ ITALIANA SPIRITI di Antonio Di Mauro

agosto 4, 2020

“Società Italiana Spiriti” di Antonio Di Mauro (Stampa2009)

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Una poesia fortemente ispirata da umana pietas

di Franco Pappalardo La Rosa

La poesia di Antonio Di Mauro in questo nuovo libro, Società Italiana Spiriti, edito da Stampa2009 nella prestigiosa e raffinata collezione di poesia “La Collana” curata da Maurizio Cucchi, sembra attingere la propria fonte d’ispirazione non nel reale in sé, bensì in una sorta di tempo incrinato tra continue sequenze di immagini, di figure, di parvenze labili di creature, e fitta nominazione di oggetti, di accadimenti, di stagioni, d’incontri, di luoghi e di paesaggi decantati dalla memoria, all’interno di uno scenario che è impalpabile distanza dal mondo coinvolto nel vortice della Storia, sensibile e tangibile, in cui ciascun ente nominato viene assunto a principio di verità. Come se gli enti stessi, insieme con il carico delle venture che li pertengono, simili ad ossessivi frantumi di un’illusione ormai deflagrata, e tuttavia pervicacemente ricomposta e recuperata per forza di pensiero e di parola, fossero sospesi dentro lo specchio magico di una dimensione autre: la dimensione aspaziale e atemporale, esclusivamente interiore, appunto, del sogno. In cui, strappandolo al nulla eterno, tutto può accadere, e persino riannodarsi, al di là del tempo e della Storia, il filo del colloquio con le “care ombre” di un passato prossimo o remoto per sempre troncato dalla feroce mannaia della morte («ma voi dove siete / anime ancora dolenti dove siete / ombre vaganti che avverto presenti?…»).
Ecco: qui è la demiurgia della parola a dominare in assoluto, a presiedere alla creazione o alla ripetizione, dacché il nulla è una voragine che ingoia e disintegra, nella quale non scorre neppure il tempo, che è la dinamica della Storia o delle piccole avventure umane. E qui l’io del poeta può scrivere la biografia sua e delle “ombre” che ne hanno preceduto e segnato la vicenda esistenziale, ricostruirne, in un proprio trepido e appassionato “romanzo” in versi estesi, dunque narrativi, e ritmicamente scanditi, l’epopea minima, poiché la poesia, per sua intrinseca essenza, segnata è dalla vita, come la vita è fragile e imprevedibile, e si muove lungo la necessitata linea che congiunge il vissuto al sognato.
La fenomenologia degli accadimenti e la cronaca delle posizioni biografiche rappresentate, specie in Storie dell’età dell’oro (il poemetto d’apertura del libro, uno dei cui brani, Ardore di luglio fiamma dell’origine, è da antologia), passano sì, allora, nella coscienza dell’io, ma vi passano non soltanto per farsi corrente di flussi e di blocchi immaginali, in una coerenza che ne segni, che ne fissi uno stato di disperazione e di irreversibilità, bensì, anche e soprattutto, come momenti impressivi – corona di consecutivi istanti – di cognizione e di giudizio tesi a focalizzare e ad illuminare, all’interno di un racconto intensamente affabulato, il complessivo significato dell’esistenza e del suo limite, con il connesso fardello di sogni, di speranze, d’incontri, di passioni, di paure, di insidie del destino, di sofferenze, di inevitabili cadute e di miracolose riprese che li connota.
Nello stilizzare liricamente le tracce biografiche di sé e delle proprie radici, l’io del poeta, oltre tutto, evoca e ricrea il puntuale-credibile ambiente della piccola borghesia imprenditoriale siciliana dei primi decenni del secolo scorso che, ruotando intorno all’asse portante della “storia” – le sorti (nell’ancipite senso etimologico di buone o di cattive venture) della distilleria dell’alcol puro, con «la ciminiera di mattoni / nel nitore di luce sulla torre / che custodiva l’alambicco / come un santuario gotico», orgoglio e cruccio di famiglia –, convoca in scena un cuore pulsante di brandelli d’esistenze che s’intrecciano: un microuniverso di volti, di figure, di situazioni, di affetti, di sentimenti, di atti, di gesti, da cui guizzano fuggevoli “anime” che furono pienezza di vita; che, protagoniste o comparse, un attimo irrompono sul proscenio del poemetto, vi recitano la loro “parte”, e sùbito spariscono inghiottite dal buio delle quinte; e che, con un velo a posteriori d’ironia, l’io confessa di aver immaginato, nell’ingenuità dell’infanzia suggestionata dalla denominazione della società di commercio e lavorazione dell’alcol puro (“Società Italiana Spiriti”), costituissero «una congregazione / ultraterrena di mutuo soccorso esclusiva / riservata a entità nostrane» affollante un possibile, non distante, al di là.
“Congregazione” d’anime e altrove, peraltro, il poeta si finge (adulta e consapevole dissimulazione onesta, stavolta) anche nei due segmentati poemetti di cui constano le sezioni seconda e terza del libro, rispettivamente intitolate Frammenti di lettere a familiari e amici e Pietà del figlio. Dove, nei consueti versi narrativo-ritmici esornati da preziosi intarsi citazionali, che mettono in gioco non solo la ricerca metaforica, ma anche il calcolo ragionato della disposizione del linguaggio secondo uno schema strutturale e metrico teso a far emergere il senso delle immagini, egli o stilizza (nel poemetto della sezione seconda) un estremo, affettuoso-struggente collegamento comunicativo, in forma epistolare, con gli amici viventi o trapassati e con le “care ombre” dei parenti amati e perduti, oppure ridà respiro e parola (nel poemetto della sezione terza) all’imago dell’uomo – dell’uomo ridotto a bestia nel “recinto” dei lager, destinato a ritrovare la libertà soltanto passando come anima di fumo dal camino; e di quello trascinato nell’inferno dei gulag a “rieducarsi” in un lento, atroce, interminabile morire –, annichilito dal dolore, dal male (anche ideologico), ed elevato a portavoce delle sofferenze storiche che affliggono l’umanità.
La narratività del fraseggio versico, d’altronde, non viene neppure meno nelle successive sezioni Dentro, oltre lo sguardo e Diario clinico, nelle quali il discorso poetico, oltre ad arricchirsi di vis figurale («alle braccia della notte»; «il vento / a tradimento come un ladro / […] ruzzola botti stracolme di pioggia»; «la cripta del cuore») e di preziosità tecniche (metafore, ellissi, iperbati) tipiche del Barocco, si frastaglia, tuttavia, e si articola in strutture compositive di metri lunghi inframmezzati da metri brevi e viceversa, che ne movimentano cadenze ritmiche, variationes timbriche e tonali, o, addirittura (come avviene nella breve sequenza di Latitudine di luce), si rastrema in sette-ottonari e in otto-novenari (in prevalenza), mentre il respiro lirico del componimento si accorcia fino a ridursi, talora, a una sola fulminante quartina.
Ciò che non muta, invece, sono i motivi fondanti dell’invenzione poetica, il robusto fil rouge che corre lungo l’intera raccolta e le conferisce intima congruenza («il sogno delle radici»; gli operai «a guardare la grande / caldaia e il castelletto i termomanometri»; le silhouettes imbacuccate che, all’imbrunire, «escono alcune / dal vicolo della vecchia distilleria / altre vengono pure / da quella nuova…»; la ferita dell’infanzia, ormai rimarginata ma ancora dolorante; l’addio intriso di riottosa tenerezza all’anziano genitore, morente sul letto dell’ospedale, ecc.). Non muta, soprattutto, la strenua volontà dell’io – perché la memoria di chi più non c’è non precipiti nel gorgo del silenzio e dell’oblio, perché quella memoria trovi, anzi, perenne ospitalità nella “casa” della propria poesia – di mantenere il colloquio comunicativo con l’ultraterrena Società Italiana Spiriti: con «le anime dolenti», «le ombre vaganti», «penitenti», di cui lo stesso io avverte la costante, ineludibile presenza, e da cui, nell’immane fatica del vivere, attinge ammaestrante conforto di pazienza, di resistenza, di umana pietas.

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Antonio Di Mauro è nato ad Aci Bonaccorsi (CT) nel 1950. Dopo una plaquette di versi, Diagramma (Todariana Editrice, 1972), ha pubblicato Quartiere d’inverno (Amadeus, 1986). In seguito, poesie sono apparse in riviste, quali «Poesia», «Nuovi Argomenti», «Almanacco dello Specchio» n. 14 (1993), e nelle antologie Approdi. Poeti del Mediterraneo (Marzorati, 1996), Sicilia, poesia dei mille anni (S. Sciascia Editore, 2001). Del 2003, per Jaca Book, è Acque del fondale. Ha pubblicato inoltre saggistica letteraria, con particolare riguardo alla poesia, su varie riviste, tra le quali «Testuale», «I quaderni del Battello Ebbro», «Nuovi Argomenti». Collabora alle pagine culturali del quotidiano «La Sicilia».

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