Home > Interviste, Recensioni > UCCIDO CHI VOGLIO di Fabio Stassi (recensione e intervista)

UCCIDO CHI VOGLIO di Fabio Stassi (recensione e intervista)

agosto 7, 2020

“Uccido chi voglio” di Fabio Stassi (Sellerio)

 * * *

Quattro chiacchiere con Fabio Stassi sul suo ultimo romanzo “Uccido chi voglio”

di Daniela Sessa

Si fa presto a dire giallo. Fiotti di sangue, budella penzoloni, tatuaggi a carne viva, omicidi seriali, un investigatore, un poliziotto, un sospettato, inseguimenti, arresti e il movente. Si è impegnato Fabio Stassi a tingere di giallo la terza disavventura di Vince Corso. Si intitola “Uccido chi voglio” e già mette il lettore sulle tracce di un paio di indizi. Sbagliati. Il primo: a dire uccido non è lo smagato biblioterapeuta di Stassi ma un narratore esterno. Errore: il narratore non è troppo esterno. Secondo indizio: il titolo ricorda l’ironico film di Sidney Sibilia “Smetto quando voglio”, che con il libro di Stassi condivide solo la iella dei protagonisti e una diversa ironia. Che nel romanzo di Stassi è tecnica retorica allo stato puro, ossia rovesciamento. In “Uccido chi voglio” tutto va al contrario.  Comincia con l’epilogo e poi riavvolge la storia con un bizzarro movimento: i fatti vanno avanti una decina di giorni ma i capitoli indietreggiano dalla Z alla A. Come avviene nei sogni. Un evento, un’emozione dello stato di veglia indietreggia nel sogno e si snatura in simboli: poetici come le falene sognate all’inizio del romanzo o grotteschi come la donna che vende fiori a piazza Vittorio o addirittura il cieco con il cane che è personaggio, ombra e specchio assieme.
imageA Fabio Stassi piacciono le parole, non solo perché è uno scrittore che le cura con delicatezza e severità: prosa cristallina orlata di lirismo. Fabio Stassi maneggia le parole con fare borgesiano, come scaffali di un’infinita libreria e in “Uccido chi voglio” le parole contengono citazioni; e le citazioni, i riferimenti, le allusioni, i dejavù si moltiplicano. “Uccido chi voglio”, tanto per giocare con le parole, è groviglio, lacci, rete, labirinto, coincidenze per citare lo stesso scrittore (“Le coincidenze dell’anima” e “La lettrice scomparsa” sono i primi due libri con Vince Corso protagonista)  o imposture per citare la parola con la S maiuscola dell’ombra ( o forma vera?) che qui si allunga: Leonardo Sciascia. Stassi non è il solito scrittore di gialli che evoca l’eretico di Regalbuto per nobilitare i suoi racconti di omicidio più indagine. Sciascia è per lui riferimento imprescindibile, filosofico si azzardi, come per ogni scrittore siciliano che faccia della scrittura gialla un pretesto. Infatti, “Uccido chi voglio “ è un giallo impuro, come afferma Stassi  “Il mio romanzo più che un sogno è un’allucinazione. In questo momento storico viviamo dentro una grande allucinazione. Allucinante è il clima di tensione, di minaccia e di pericolo in cui stavamo anche prima della pandemia. Per tanti motivi: stiamo consumando le risorse della terra, non rispettiamo il pianeta; ritornano pure i fantasmi della storia come i fascismi e i nazionalismi.  Allucinante è questa specie di distorta estremizzazione delle cose. Credo che si debba prendere atto che realtà ha fallito e che forse la letteratura possa sostituirla, eliminando il confine con l’immaginazione.  Attenzione, però: nonostante sia il libro più allucinato, Uccido chi voglio è in qualche modo per me il tentativo di realismo, un certo tipo di realismo alla Sciascia con lo sguardo lucido sulla realtà. Il mio è un percorso dall’allucinazione alla realtà: l’idea del romanzo cruciverba, costruito in maniera letteraria, infarcito di rimandi e citazioni. Al centro il grande tema che da sempre mi appassiona: cosa è finzione e cosa è realtà”. Per Stassi il futuro del romanzo non è il giallo ma la contaminazione “nel senso di una contaminazione di generi nel tempo, fatta di più da scrittori argentini, come Riccardo Piglia citato nell’esergo”. D’altronde Gianni Mura, cui il libro è dedicato e che fa capolino nel romanzo con le canzoni di Frahel , disse di Stassi che era uno scrittore argentino. Nel romanzo alcune affermazioni prendono consistenza di aforisma: l’imitazione sarebbe stata più originale. Come dare una direzione e uno scopo alla forma romanzo. “Se non si attiene alla realtà il romanzo fa il lavoro sporco, fa il lavoro del potere: rassicura e offre una fuga che non deve essere il senso del romanzo. Faccio un esempio: lo sterminio degli ebrei se scritto in un romanzo sarebbe stato incredibile, invece era la realtà”. L’ultima avventura di Vincenzo Corso è un romanzo diverso anche perché il biblioterapeuta è invaso dall’amore, dall’assenza dell’amore: dell’amante Feng, del padre che è l’assenza eccellente, del cane Django assente per coma farmacologico. “ È un romanzo sul come si possa amare senza far male. E sulla mancanza e sul desiderio”. Il desiderio del padre acquista toni kafkiani, anche per la lettera, stupenda, che Vince scrive al padre, insinuando nel lettore l’idea che Stassi abbia voluto chiudere il ciclo. Un padre antiedipico se a un certo punto Stassi fa dire a Vince Non l’ho saputo sciogliere, questo nodo. Ogni necessità assassina è stata per me una fantasia suicida “. Un padre cieco che rimanda al mito, le cui tracce spetta al lettore cogliere in un gioco di investigazione che deborda dal testo. Cieco è il personaggio chiave del romanzo. “La cecità è un doppio binario. Da una parte la cecità è legata alla colpa, quindi Edipo, e dall’altra alla profezia ossia Tiresia. In questo caso la profezia è l’indagine cioè antivedere gli elementi. Edipo è, poi, fondamentale in questo libro per Vince e per il cieco, il re nero e il re bianco degli scacchi. Il cieco uccide davvero il padre all’incrocio di una strada mentre Vince il padre non può nemmeno ucciderlo perché non c’è.  In lui tutto è prima del complesso di Edipo: non ha modo di liberarsene e il vero riferimento classico è Telemaco. I suoi sono viaggi alla ricerca del padre”. Non solo Edipo. Il cieco è metafora della narrazione. È Omero che penetra negli antri e li interroga: c’è il percorso di una Roma onirica, a tratti sotterranea, quasi partenopea e la chiave del sogno – ammette Stassi – sta nella Porta Magica o Alchemica di piazza Vittorio. “Era citata pure nei primi due romanzi. La chiave è che Vince ha paura di essere diventato matto e da quella porta passano i personaggi dei romanzi: il commissario Ingravallo,  Queequeg, la cieca che vende i fiori che sembra uscita da un film di Chaplin o da una poesia dell’800 . Come se ci fosse un passaggio tra le due dimensioni in quella piazza dove lui abita. Non capisce se è il suo cervello che lo fa sragionare oppure è quello che sta accadendo davvero.  Lo sforzo è stare sempre dalla parte della ragione”. Stassi sapientemente dissemina nel libro dettagli, muovendo Vince Corso come dentro un videogioco “Quello che conta in un’indagine è la percezione: non tanto quello che si guarda ma come si guarda. Ricordo Notturno indiano di Tabucchi in cui c’è una foto con un uomo che alza le braccia. Se guardi il dettaglio sembra un uomo che sta tagliando da vincitore un traguardo, ma se allarghi la foto vedi un nero inseguito dalla polizia che sta per sparargli addosso. L’indagine che mi affascina impiega lo sguardo e Vince ha uno sguardo allenato sui libri. Perché la letteratura, se fa bene il suo mestiere, parla della realtà, quindi lui sta guardando la realtà non i libri”. E torna il tema del cieco: forse per scrivere bisogna essere ciechi?  “Mi ha sempre colpito che Omero sia stato rappresentato come cieco, come dire che è fondamentale la voce prima degli occhi, cosa in cui io credo, nonostante siamo abituati a immaginare vedenti gli scrittori. Riflettiamo: quando si sogna gli occhi sono chiusi e noi pensiamo per immagini e metafore. Piuttosto mi piace pensare che si scrive con le orecchie: la scrittura è un fatto musicale. Se dovessi dire dove si trova la sede più profonda dell’immaginazione direi le orecchie non gli occhi: le cose le devi sentire”. La scrittura, ed è la novità del romanzo, è una cosa per lettori. Vince, o Stassi (fa lo stesso ma senza sospetto alcuno di autofiction), a un certo punto dice Leggere è un atto di onnipotenza. Stassi confessa di aver messo sempre al centro il lettore e fa notare che c’è un Don Chisciotte che si aggira tra le pagine.  A questo punto occorre fermarsi, leggere il libro, affidarsi a quel simpaticone di Ingravallo (poteva mancare Gadda in un giallo?) per sciogliere gli indizi e un codice in braille la cui decifrazione sembra il titolo. Ma è la prima impostura. Vi do un indizio Vrascadu. Lettori, scioglietelo.

* * *

La scheda del libro: “Uccido chi voglio” di Fabio Stassi (Sellerio)

imageUna nuova avventura a tinte più nere che mai per il biblioterapeuta Vince Corso, un enigma che lo porta a smarrirsi tra le ombre e a interrogarsi sul potere minaccioso e salvifico delle parole.

Questa storia è nata in un carcere. Un detenuto albanese mi rivelò, in un incontro, il vero significato dell’antico soprannome della mia famiglia, Vrascadù. Avevo sempre creduto che volesse dire Braccia Cadute e fosse una contrazione del siciliano. Si trattava invece di una frase arbëreshë; il ragazzo mi consegnò la traduzione su una pagina strappata che ho portato con me per anni: Uccido chi voglio. È il titolo di questo romanzo, e il motivo per cui comincia con un altro biglietto spedito da Regina Coeli. A scrivere a Vince Corso, che di mestiere cura la gente suggerendo libri da leggere, è un ergastolano di nome Queequeg. Inizia così una settimana difficile, nella quale Corso si troverà a un metro dalla follia e nel mezzo di un’indagine, ma da inquisitore a inquisito, come se oltre alla realtà anche l’alfabeto si fosse capovolto ed esistesse per davvero una Porta Magica tra i libri e la vita. Smarrito per Roma, Vince Corso si addestra a perdersi, non a ritrovarsi. La sua è la testimonianza di un detective involontario che non riesce più a leggere il mondo che lo circonda. Un rapporto sulle ombre, e sul potere minaccioso e salvifico delle parole. Una lunga lettera al padre, dopo tante cartoline.

 * * *

Fabio Stassi ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007).
Per minimum fax ha pubblicato È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e Holden Lolita Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999) (2010), ha pubblicato con Sellerio: L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio), La lettrice scomparsa (2016) e Uccido chi voglio (2020). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013, 2016).

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: