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NON ROMPERE NIENTE di Marilina Giaquinta

agosto 11, 2020

“Non rompere niente” di Marilina Giaquinta (Euno Edizioni): incontri con i personaggi letterari

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I personaggi letterari di “Non rompere niente” di Marilina Giaquinta raccontano il romanzo

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Buongiorno, dottore, l’ha sentita la novità?
Maria, quante volte devo ripeterti di non entrare nella mia stanza tipo uragano Katrina! Lo sai che non vengo in ufficio per farmi una briscola, no? Lo sai, vero, che qui ci vengo a lavorare e a riparare i danni che mi combinate ogni giorno voi e che, per farlo, ci vuole concentrazione, no?
Dottore, se io vedo una porta aperta, entro, se la porta è chiusa, ci tuppulìo. La sua porta era aperta e sono entrata. Ma poi lei, dottore, lo sa come si dice qui nell’isola, no? Ormai se lo deve essere insegnato: “si chiuri ‘na porta e si rapi ‘n purticato”. Se lei la porta la lascia sempre aperta, a parte che si deve assuppare l’entrate di chi ammisca e ammisca, e poi quel porticato non le si spalancherà mai. Avanti va, bello valente, che la chiudesse quella porta! Accussì io busso, lei mi dice “avanti!” e a lei l’aspetta un porticatone grande attipo reggia di Versaje!
Maria, attipo che mi dici subito ‘sta novità? Così io continuo a fare quello che stavo facendo, anziché occuparmi di falegnameria esistenziale: perché mica lo sapevo che eri brava pure a fare l’ebanista!
Dottore, la stampa, quella che tratta dei signoroni che i libri li sàpono scrivere, non come lei che quando scrive le cienneerre fa venire un dolore di testa di quello che si mangia tutti i sentimenti e gli occhi non te li fa vedere, ecco quella stampa dei papaveri, non quella delle papere che vorrebbero prendere il posto dei papaveri e sanno fare solo il ballo del quàquà, quella! vuole occuparsi di noi!
E quale sarebbe la novità? In quest’isola, anche la signora che scopre le corna del marito, che, tranne lei, tutto il paese conosce e pure nei dettagli più intimi, che, poi viene al commissariato con il video che lo riprende mentre si mischiano rumorosamente i rispettivi dienneà, e vuole sporgere querela per ingiuria perché “quel porco fituso e mangiapaneatradimento”, lo scriva commissario, lo scriva accossì nel verbale, aveva offeso l’onore suo e della la sua famiglia, va a finire sul giornale. Che poi chissà chi è la talpa che passa le notizie…
E lei, che si sente tanto lo Smiley che scopre i cerchiobottari dell’intelligenz, oppure preferisce Giacomino che ci aveva le femmine allupate sempre impiccicate dincollo come il polpo allo scoglio, perché non lo scopre, se se la fida, eh?
Maria, lo vuoi sapere perché? perché qui l’unico segreto che c’è da scoprire è com’è che t’hanno arruolata! Ecco, quello a me mi pare chiaro come la sequenza di Fibonacci!
Insomma, dottore, lei non mi fa parlare mai! E poi dice che io non ci ho i pensieri dritti e che parto e m’insatèllito come la pazzerìa d’Orlando che poi io non ce l’ho un Astolfo che me lo va a prendere il senno che, per il com’ora, devono partire gli Apollo col caundaun, che anche qui ci sono i negazionisti dell’allunaggio e invece la vuole sapere qual è la prova? che Tito Stagno per fare la diretta non si era corcato ed era papero di sonno. Da cosa si capiva? che niente! quell’onda anomala di ciuffazzo che ci arrivava all’occhiale, attipo pampera dei Peaky Blinders, pampèra, dottore, viene da pàmpina insomma lei dice che mi asduvago sempre e prendo sempre la strada del palancone, lo sa, vero, dottore, che cosa sono i palanchi? insomma, la strada quella che butti i palanchi in aria e quello che nesce nesce e invece secondo lei io quando parlo dovrei usare il gugol map accossì arrivo preciso al bersaglio, come quando facciamo l’addestramento al tiro con la Beretta e dobbiamo sparare al centro attipo luna park, solo che non si vince nessun pelùsc, che tanto lei a me non me lo avrebbe arrialàto mai, come nei film che ci abbrillano magari gli occhi, e non sono le luci stutaddùma della giostra, perché c’è il colpo dell’innamoramento e poi magari arriva pure la luna, senza Tito Stagno però, che ora vicchiarello addiventò e magari s’addormisce durante la diretta, come se non ci abbastavano tutta quella ammiccatina di luci a moschetterìa e ci nesceva pure un balletto attipo “La La land”… a proposito, lei sa abballare, dottore?
Maria, ce la fai a dire quello che devi dire e così mi lasci lavorare e magari anche tu ti ricordi di travagliare, che in questo commissariato mi pare che vi sentite tutti turisti! l’abbronzante te lo portasti, vero? altrimenti te lo fai prestare da quelli della piggì che di quanto sole hanno preso a furia di spaddàre binzina, si dice così, vero? fra poco il permesso di soggiorno gli devo firmare!
Insomma, succo succo, da quando hanno pubblicato la storia della nostra indagine, sape, dottore, quella sul mistero della villa, siamo diventati famosi e ci vogliono intervistare.
Maria, e cosa ci vorrebbero chiedere? Tutto in Procura abbiamo depositato, perché non si vanno a leggere gli atti?
Quelli vogliono sapere intanto perché il libro che ci hanno scritto su di noi si intitola “Non rompere niente”, che titolo un po’ strafallario è, e poi dicono che nel libro non esce fuori la Verità, quella che invece trionfa sempre nelle indagini, quelle serie, o nei filmoni ligal thriller, che si scopre sempre l’assassino e così la giustizia trionfa, che quella che lo ha scritto, dicono, prima la storia la pitta di scuro, e ci rese la dimostrazione che più scuro di mezzanotte si può ire e come! E poi non lo spiega questo scuro, manco il suo, dottore, che non lo capii manco io.
Ma ora io che c’entro, mi infili, ogni due per tre, nei tuoi discorsi, dovrei dire nella tua verbigerazione, qualunque cosa la tua enciclopedica conoscenza della vita stia postulando. E poi chi ha scritto quel libro è una collega, ci ha passato più di trent’anni in polizia, vuoi che non sappia il fatto suo?
Ma lei, dottore, lei che nella sua stanza ha più libri che mobili, e mi disse, una volta, che se li era leggiuti tutti, che io ci restai sorpresa, il libro se l’è letto? Intanto, “la collega” sua dice che il titolo è “ossimorico”, perché non si può vivere senza rompere niente.
E ti stupisci proprio tu? Secondo me l’hai ispirata tu, che non puoi vivere senza rompere attipo, come dici tu, martello pneumatico la mia pace e la mia tranquillità. E poi, secondo me, ha ragione, la vita è fatta di continue rotture: non puoi nascere se prima non si rompono le acque, poi, quando sei nato, ti recidono il cordone ombelicale, una rottura forte, il distacco dal ventre materno, si rompono le amicizie, gli amori, le stagioni, si rompono gli equilibri, credo che la Storia sia fatta di epoche che non potevano nascere e succedersi senza la rottura delle precedenti.
Ma quando ci intervistano, a tutt’e due, mica ce la possiamo raccontare la storia sulla quale abbiamo investigato, dottore, anche se nella storia rotture ce n’è e Signore buono più! E mica possiamo dire cosa abbiamo scoperto? Perché, ora si dice così, “spoilereremo”, insomma ci leviamo il bello che uno il libro se lo legge perché vuole sapere come finisce. Ci ha fatto caso, dottore, lei che legge attipo treno, che quelli che il libro se lo spolpano, anche se è un mattonazzo piombigno, è perché vogliono sapere come finisce? Insomma, “la collega” sua la invitavano l’amici per passare una serata in allegria? E quella rinunciava per scrivere, e poi dormiva picca per scrivere perché il giorno doveva andare a travagliare e il nostro lavoro mica è una passiata, e poi magari la domenica o durante l’estate voleva andarsene al mare, bello bagno che si arricriava tutta, e invece stava seduta e scriveva, e quelli che vogliono di tutta quella scrittura? Che niente, sapere come finisce. Ma lei, “la collega” sua, a mia mi parse una troppo sperta! Li ha fregati tutti questi che cercano la fine! Per questo lo chiamano “un giallo alla rovescia”, scanciau, come si dice, il giorno con la notte, l’inizio con la fine e così quelli si imparano a leggere con la riflessione, come facciamo noi, quando non capiamo nenti di un reato e dobbiamo fermarci e pensarci assai, perché, come dice un noto psicologo, non ti sforzare a cercare l’idea brillante, è lei che trova te. Eccerto! perché nel frattempo il tuo cirivello non ha fatto altro che pensare, riflettere, ruminare sulla faccenda.
Lo sai, Maria, che per la prima volta, sono d’accordo con te? Penso proprio che un libro sia come un crimine: se vuoi capirlo, la fine c’entra poco, perché potrebbe anche non esserci una fine: quanti delitti irrisolti ci sono nella cronaca giudiziaria dell’Uomo? Devi farti trascinare, immergerti negli abissi della storia, guardare a fondo, mettere a fuoco, e coglierne tutte le proteiformi sfaccettature.
E, allora, questo diciamo a quelli che ci intervistano?
No, Maria, noi siamo poliziotti, le interviste le fanno quelli che hanno bisogno di “conosciutezza”, senza la quale non esisterebbero. Dì loro che si leggano il libro come se fosse un crimine.

(Riproduzione riservata)

© Marilina Giaquinta

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“Non rompere niente” di Marilina Giaquinta (Euno Edizioni) – La presentazione di Giuseppe Giglio

Non rompere niente - Marilina Giaquinta - copertinaAnastasio Ventura è un «linguacciuto e disubbidiente» commissario di polizia, un lupo solitario, spedito ad aspettare la pensione su una tranquilla isoletta di povere case ai piedi di un vulcano, davanti all’«isola grande», a una Sicilia mai nominata.
Gran lettore, ironico, con un solido senso della legalità e della giustizia giusta, questo poliziotto di naturale gentilezza, cui l’età non ha rubato nulla al fascino, si ritrova incalzato dall’inarrestabile Maria Lo Faro (lei preferisce Isola, il suo secondo nome), ostinata cinefila e filosofa a suo modo, «appuntata» con in tasca il sogno della «piggì», della polizia giudiziaria. Per non dire del suo farsi «cagliostra» di una lingua (le parole, ne è convinta, «non sortìano dalla testa, ma le fa il cuore») ribollente di invenzioni e contaminazioni, tra siciliano, italiano e innesti stranieri. Una lingua, il siciliano, «che solo a pronunciarla impari la vita». Se ne rende presto conto, Ventura: lui che deluso dalla vita, di essa aveva finito per disamorarsi, scegliendo di esiliarsene, di non vivere, di non rompere più niente, in quel solitario angolo di mondo. E invece gli tocca scendere dentro un’allucinante storia nera, che da una villa maledetta sulla collina aleggia su tutta l’isola e sui suoi abitanti.
Una storia ove il delitto – come in una sorta di giallo rovesciato – appare soltanto alla fine. E dove la colpa (e chi la commette) non scioglie alcun nodo. E se lo scontro delle eterne tensioni del dionisiaco e dell’apollineo rimane aperto, se la tenebra – che può sgusciare improvvisa da un dettaglio – non sempre cede alla luce, la lingua delle tante voci (compreso l’io narrante) di questo insolito romanzo d’esordio si dispiega nei suoi molteplici registri. Per farsi sinfonia elegante, tersa, ariosa: una finzione più vera del reale, convocata a interrogare il cuore umano, la sua bellezza, il suo mistero.

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Author avatarMarilina Giaquinta, è nata e vive a Catania, dirigente superiore della Polizia di Stato in quiescenza. Ha pubblicato racconti e poesie. Nel 2017 la sua raccolta di racconti “Malanotte” è stata inserita nella classifica di qualità de La Lettura del Corriere della Sera. Nel 2018 ha pubblicato la raccolta di poesie “Addimora”, che l’ha portata in giro per l’Italia impegnata in reading poetici e performance letterarie insieme a più musicisti.

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