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LE CIOCIARE DI CAPIZZI di Marinella Fiume (intervista)

agosto 27, 2020

“Le ciociare di Capizzi” di Marinella Fiume (Iacobelli editore)

[Il libro sarà presentato a Capizzi (Me), presso piazza San Giacomo, sabato 29 agosto, h. 18]

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di Massimo Maugeri

Marinella Fiume è da sempre attentissima, tra le altre cose, alle storie connesse ai soprusi e alle violenze perpretati ai danni delle donne. In un nuovo libro, appena pubblicato da Iacobelli, intitolato “Le ciociare di Capizzi“, affronta il terribile crimine degli “stupri di guerra” compiuti in Sicilia, ai danni delle donne di Capizzi, sul finire della Seconda guerra mondiale nell’ambito della nota operazione Husky.
Ho avuto il piacere di discuterne con l’autrice…

– Cara Marinella, come nasce questo libro?
L’idea di questo libro nasce il 25 Novembre del 2015 quando, invitata dalle amiche della FIDAPA di Capizzi, un ridente paesino montano dei Nebrodi, a commentare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, stimolo le socie e le persone presenti a riflettere sul fatto che anche le loro nonne, le cittadine del luogo subirono, nel luglio del 1943, il doloroso fenomeno degli stupri di guerra di cui la grande Storia non si era mai occupata almeno per la Sicilia, mentre per l’Italia centro-meridionale, sia le inchieste parlamentari che un romanzo capolavoro come La ciociara di Alberto Moravia (1957) da cui scaturì il celebre film di Vittorio De Sica (1960) avevano messo il dito sulla piaga delle “marocchinate”. Dopo le prime chiusure e perplessità, avviammo una serie di interviste a cui presero parte donne e uomini di quella comunità e capimmo che la memoria sotterrata aveva bisogno di emergere per la rielaborazione e la riconciliazione col proprio passato.

– In esergo leggiamo questa frase bella e incisiva di Primo Levi (“La memoria è uno strumento molto strano, uno strumento che può restituire, come il mare, dei brandelli, dei rottami, magari a distanza di anni”). Ti andrebbe di commentarla?
E’ un esergo scelto non casualmente, il nostro non è, in senso stretto, un libro di storia, anche se delle testimonianze e dei ricordi delle anziane e degli anziani ci siamo servite secondo il metodo della storia orale, dal basso, per ricostruire una storia lungamente taciuta, ma un libro che raccoglie la memoria che, ancora dopo 75 anni dai tragici eventi, la comunità conserva di quei fatti. E la memoria, come il mare, è capace di restituire a distanza di tanto tempo fatti che sono ferite che si pensavano per sempre obliati, rimarginate, brandelli, rottami di un passato che la ragione credeva cancellati ma la coscienza covava in silenzio. Riportare questi brandelli di memoria alla luce, farne consapevolezza collettiva, pubblica, comunitaria, e consegnarla alle giovani generazioni al fine di costruire una cultura della pace è stato sin da subito il nostro obiettivo.

– Il titolo del libro, come hai già accennato, “strizza l’occhio” al celebre romanzo “Le ciociare” di Moravia (dal quale fu tratto l’altrettanto celebre film). Che analogie e che differenze ci sono rispetto alla narrazione di Moravia?
Siamo in un contesto diverso, le nostre “ciociare” sono le capitine, ma il dolore è lo stesso, l’abuso è lo stesso, la stessa è la violenza subita, gli stessi sono i violenti, responsabilità multiple non a carico solo dei goumiers del quarto Tabor, tribù berbere coloniali inglobate nell’esercito francese di cui i Liberatori anglo-americani si servirono, ma delle potenze occidentali che sapevano e niente fecero per evitare lo scempio bestiale. Non basta dire che è colpa della guerra, anche se gli stupri di guerra sono stati e sono all’ordine del giorno nei conflitti di tanta parte del mondo. C’è qui una peculiarità che abbiamo voluto rimarcare. Sempre lontani da ogni volontà scandalistica e con un atteggiamento di grande discrezione e pietas nei confronti di fatti e persone.

– Cosa puoi dirci sulla struttura del libro e sulle tante voci che si sono unite per contribuire a realizzarlo?
Risultati immagini per marinella fiume letteratitudineAbbiamo cercato di far parlare la comunità in un discorso corale, ossessivo e spesso ripetitivo, martellante, dimostrando che questa fu una guerra epocale da cui si snoda il prima e il dopo della comunità. Ho fatto molta fatica a trascrivere e tradurre da un vernacolo gallo-italico, il capitino, poco studiato, ma ho avuto l’aiuto e la disponibilità di tutti e alla fine ogni ostacolo è stato superato nel migliore dei modi. La parte relativa alla storia militare e ai luoghi teatro di guerra nel libro è opera di un veterinario del luogo, il dottor Giuseppe Vivaldi, che il nonno portava sempre con sé da piccolo raccontandogli le battaglie svoltisi nel territorio durante la II guerra mondiale. Poi segue una riflessione a carattere sociologico sugli stupri di guerra e su questi in particolare, affidata alla dott.ssa Maria Pia Fontana, sociologa e formatrice. Infine, conclude una riflessione dell’avv. Melinda Calandra, presidente della FIDAPA di Capizzi quando la ricerca fu avviata.

– A chi è rivolto questo libro? E quali sono i tuoi auspici con riferimento alla sua divulgazione?
“Solamente la narrazione trasforma la sofferenza individuale in spazio comune, in memoria del dolore che può essere abitato da tutti,” scrive Michela Murgia nel suo articolo “Il potere al femminile”. E’ necessario, quindi, un rinnovato impegno per transitare dalla sofferenza individuale al dolore collettivo, che è proprio di chi si ritrova in una storia comune e ne fa occasione di rielaborazione e di consapevolezza. Abbiamo imparato sulla pelle di vittime inermi e a spese della verità che la storia ha degli scantinati bui dove è difficile guardare crimini spaventosi, corpi e anime a brandelli che evocano la brutalità più efferata su vittime incolpevoli, rimaste senza riconoscimento prima ancora che senza risarcimento o giustizia, proprio perché avvolte nella nebbia dell’oblio o della negazione. Eppure – conclude Maria Pia Fontana – occorre riuscire a nominare l’indicibile e provare ad interpretare pure le aberrazioni più odiose, perché solo così, facendo entrare la luce della verità in questi bui scantinati degli orrori, rimossi dalla coscienza sociale, è possibile riciclare il dolore e farne lievito di consapevolezza, giustizia e rinascita individuale e sociale. Il nostro auspicio, dunque, è che questa pagina di storia sia conosciuta dalle giovani generazioni perché ne scaturisca il rifiuto della guerra, della violenza e una nuova cultura basata sul rapporto paritario tra uomini e donne.

– Grazie per le tue risposte, cara Marinella. E grazie per il tuo impegno.

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La scheda del libro: “Le ciociare di Capizzi” di Marinella Fiume (Iacobelli editore)

Le ciociare di Capizzi - Marinella Fiume - copertinaMarinella Fiume fa parlare le donne siciliane che raccontano “le marocchinate” subite durante la Seconda guerra mondiale per opera dei Goumiers (marocchini dell’esercito francese) nel corso della loro avanzata in occasione dell’operazione Husky.
Lo stupro a danno delle popolazioni civili durante i conflitti armati è strumento di guerra, anche se spesso nascosto e ignorato come crimine di guerra. Le donne sono considerate parte del bottino di guerra, lo stupro viene minimizzato come naturale conseguenza del fatto che gli uomini sul fronte sono lontani dalle loro famiglie, che i soldati meritano un compenso alle loro fatiche, un sollievo allo stress. È un modo “naturale” di dimostrare il loro coraggio e la loro virilità. Il fenomeno diffuso dei bordelli di guerra al seguito degli eserciti ne è una dimostrazione. Insomma il fenomeno è ancora una volta frutto dello stereotipo patriarcale secondo cui la violenza appartiene al maschio e subirla è destino delle donne, sempre inevitabili vittime.
A raccontare tutto questo non sono le carte degli archivi, né gli scrittori o i registi, ma le nipoti e i nipoti di quelle donne, quelle che, in Sicilia, non hanno mai raccontato né denunciato e si sono portate nella tomba il peso del macigno che ha gravato per tutta la vita sul loro cuore.

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Marinella Fiume, nata a Noto (Sr), laureata in Lettere classiche, è dottore di ricerca in Lingua e letteratura italiana. È stata sindaca del Comune di Fiumefreddo di Sicilia (Ct) e socia fondatrice e presidente dell’Associazione fiumefreddese antiracket e antiusura “Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Già responsabile della Commissione Arte e cultura della Fidapa e presidente del Soroptimist “Val di Noto”. Ha pubblicato saggi, biografie, racconti, romanzi, sceneggiature, canzoni; nella rivista Notabilis cura la rubrica fissa “Donne che ballano coi lupi”. Ha ricevuto diversi premi per il suo impegno sociale e la sua produzione letteraria, tra gli altri, il Premio “Franca Pieroni Bortolotti” della Società delle Storiche e del Comune di Firenze (2000). Tra le sue opere: Feudo del mare La stagione delle donne (2010); Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014); La bolgia delle eretiche (2017); Ammagatrìci (2019).

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