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LA PROFEZIA PERDUTA DEL FARAONE NERO di Fabio Delizzos: incontro con l’autore

settembre 3, 2020

LA PROFEZIA PERDUTA DEL FARAONE NERO di Fabio Delizzos (Newton Compton): incontro con l’autore e un estratto del libro

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Fabio Delizzos, nato a Torino nel 1969, è cresciuto in Sardegna e vive a Roma. Laureato in Filosofia, creativo pubblicitario, con la Newton Compton ha pubblicato con grande successo i romanzi La setta degli alchimisti; La cattedrale dell’Anticristo; La loggia nera dei veggenti; La stanza segreta del papa; Il libro segreto del Graal; Il collezionista di quadri perduti; Il cacciatore di libri proibiti; La cattedrale dei vangeli perduti, Il quadro segreto di Leonardo e La profezia perduta del faraone nero. Sempre ai vertici delle classifiche di vendita, i suoi romanzi sono stati tradotti in diversi Paesi.
Il suo nuovo romanzo si intitola “La profezia perduta del faraone nero“, anche questo pubblicato da Newton Compton.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«La profezia perduta del faraone nero, più che un romanzo “di genere”, è un romanzo “di generi”», ha detto Fabio Delizzos a Letteratitudine, «perché è storico, ma anche giallo, thriller, d’azione, esoterico, di spionaggio. Parla di Antico Egitto e di Torino, e intreccia in modo inestricabile realtà e finzione: insieme ai personaggi immaginari, infatti, ne compaiono diversi che sono storicamente reali, quali Napoleone Bonaparte e Josef Radetzky (quello a cui Johann Strauss padre dedicherà la famosa marcia), per citarne solo due.
I personaggi principali del romanzo, comunque, non figureranno mai nei libri di storia. I protagonisti sono due: il commissario Eugenio Caffarel e il colonnello Conon de Solis.
Eugenio Caffarel, torinese, prima di diventare un agente della Polizia asburgica di Torino, era uno stimato intellettuale, professore universitario, sostenitore della Rivoluzione Francese e dei valori che la animavano, finché un giorno gli eserciti francesi distrussero la sua famiglia. Caffarel, però, non è diventato un nemico dei francesi e un servo degli austriaci. Il motivo per cui ha accettato l’incarico di commissario è un altro: il male che è costretto ad affrontare ogni giorno gli fa dimenticare quello che ha dovuto subire (con l’aggiunta di un po’ d’oppio, funziona).
Conon de Solis, invece, è nato in Sardegna, ma si è trasferito fin da bambino a Torino. A lui è capitato il contrario di quanto è successo a me, che sono nato a Torino e poi sono diventato sardo. Ma entrambi siamo cittadini del Regno di Sardegna. Tornando a Conon: è un giovane militare che sogna di potersi togliere la divisa per sempre e diventare uno scrittore a tempo pieno. Ha già pubblicato un romanzo che parla di Egitto, un argomento che conosce molto bene e che sta andando di moda in Europa, proprio mentre lui si trova all’ombra delle piramidi, insieme a Napoleone Bonaparte e al suo esercito.
Il colonnello de Solis, quindi, è sulla sabbia del deserto con addosso la divisa francese, e scrive all’ombra, sotto il mento della Sfinge (ancora in gran parte sepolta dalla sabbia), mentre a migliaia di chilometri di distanza il commissario Caffarel è impegnato a indagare su alcuni omicidi che stanno sconvolgendo Torino.
Nessuno di loro due immagina che presto si troveranno a condividere un’avventura decisamente fuori dall’ordinario e a rischiare la morte insieme.

L’idea di scrivere un romanzo come questo l’ho covata a lungo, a partire da un giorno di tanti anni fa, quando frequentavo le scuole elementari, a Torino, e alcuni giovani egittologi del Museo Egizio vennero a trovare la nostra classe. Per me fu un’esperienza emozionante, un sogno indimenticabile.
Gli egittologi erano simpatici e ci sapevano fare con i bambini. Raccontarono, durante un’intera mattinata, la storia millenaria di quel popolo misterioso; ci parlarono delle piramidi, delle mummie, dei faraoni, e del Nilo, che con le sue inondazioni annuali rendeva fertile la terra e prospera la civiltà che la abitava. Noi bambini ascoltavamo estasiati e in silenzio. Alla fine, prima di andare via, gli studiosi ci regalarono matite decorate con geroglifici, scarabei e altri souvenir incantevoli.
Da quel giorno, non ho più smesso di amare l’Egitto e di essere grato alla città di Torino per avermelo fatto conoscere così presto. E ho iniziato a domandarmi perché il posto in cui ero nato fosse così legato alla civiltà dei faraoni: c’era un Museo importante, gli esperti venivano in classe per raccontarne la storia… Mi chiedevo: cosa c’entrano il sole egiziano con la nebbia torinese, il deserto con le Alpi?
I fatti erano più o meno questi: una leggenda narrava che Torino era stata fondata da un fratello di Osiride, Eridano; questi era sbarcato in Liguria, aveva risalito il Po e si era fermato nella verde pianura; qui aveva fondato una città e infine era annegato nel grande fiume mentre faceva una gara di quadrighe. Nel XVII secolo arrivò a Torino la famosa Mensa Isiaca, e lo storico torinese Emanuele Tesauro scrisse che Torino era stata fondata da un gruppo di esuli egizi. Poi pian piano il Museo delle Antichità si arricchì di reperti, grazie a Vitaliano Donati e a Bernardino Drovetti. E poi nacque il Museo Egizio, il primo del mondo, ancora oggi uno dei più importanti in assoluto.
Ma perché è accaduto tutto questo?
Forse si è trattato di una profezia che si autoavvera, di quelle che si realizzano per il solo fatto di essere state pronunciate?
Potrebbe essere andata in questo modo: la leggenda di Eridano ha stuzzicato le brame di casa Savoia – perché le permetteva di vantare un’ascendenza di tutto rispetto, niente meno che i faraoni – e poi ha finito per fungere da catalizzatore, come una sorta di magnete per mense isiache, statue, sarcofagi e papiri. E alla fine, Torino è diventata davvero una città egizia.
Non lo so. Sta di fatto che, a distanza di tanti anni, ero ancora così preso dal mistero che ho deciso di scriverci finalmente sopra un romanzo. Mi sono messo a studiare ed è nato La profezia perduta del faraone nero, un thriller storico ambientato a Torino nell’estate del 1799.
Perché proprio quest’anno, vi chiederete. In un certo senso, è stata una sfida, dato che nel 1799 l’egittologia non era ancora nata. Inoltre, ho dovuto documentarmi su una Torino decisamente insolita e poco studiata: in quei mesi non c’erano i Savoia, perché Carlo Emanuele iv re di Sardegna si era rifugiato a Cagliari; non esisteva la Mole Antonelliana, che non era ancora stata costruita; e non c’era il Museo Egizio, che sarebbe nato in seguito, nel 1824; le vie di Torino avevano ancora nomi medievali e un toro di bronzo mugghiava al vento, in cima all’altissima Torre Civica, che fu abbattuta pochi anni dopo, proprio da Napoleone. Mi è sembrata l’ambientazione perfetta per la storia che avevo in mente.
Insomma, è qui che mi piacerebbe portarvi, in questa inedita Torino di fine Settecento, durante un’estate senza sole, col cielo perennemente coperto di nubi.
Qualcuno sta mietendo vittime fra i massoni, e il commissario Eugenio Caffarel, il colonnello Conon de Solis e madamin Onfray, una modista affascinante e piena di segreti, sono sulle sue tracce.
Chissà, forse, scoprirete insieme a loro che il grande Champollion aveva ragione quando diceva: «La strada per Menfi e Tebe passa da Torino». »

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Un estratto del romanzo: “La profezia perduta del faraone nero” di Fabio Delizzos (Newton Compton)

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Torino, 10 agosto 1799

1

«Ecco qui il serpente che sta nel suo nascondiglio!», eruppe una voce profonda.
Dall’oscurità affiorò una forma umana, muscolosa, eretta.
Vedendola apparire all’improvviso sulla porta della camera da letto, il signor Calandra ebbe un tuffo al cuore, poi sbatté le palpebre nell’inconsapevole quanto assurda speranza di far andar via l’immagine. «Cosa succede?», balbettò facendosi scudo con la cassaforte d’acciaio che aveva sfilato poco prima dal pavimento, sul quale si era inginocchiato. «Chi sei?»
«Sono Khonsu, il messaggero che Unas manda per punire», rispose l’apparizione. Il suo respiro gorgogliava in modo sinistro.
«Non ti capisco». Il padrone di casa, il signor Maurizio Calandra, trentasette anni, ricco collezionista e mercante di antichità, arretrò sulle ginocchia come un penitente al contrario. «Di cosa parli?»
«Ti aspettavo. Sapevo che prima o poi saresti tornato a Torino».
Stava sognando?
Era un’allucinazione prodotta dalla paura?
«Non puoi stare qui», disse Calandra con le labbra tremolanti. «Vattene immediatamente da casa mia».
«Io sono venuto da te, o ricco di veleno, per spezzare i tuoi sogni e per stracciare le tue brame, a causa di questo male che ho tolto da me nell’isola della fiamma».
«Non capisco quel che dici». Calandra, però, capiva perfettamente che non stava sognando o avendo un’allucinazione: la sua mente non sarebbe stata capace di partorire parole come quelle; e capiva che in casa sua si era appena introdotto un uomo talmente folle e stravagante da essere, forse, perfino intenzionato a uccidere.
«Tu eri scappato da Torino. Credevi di poter infrangere l’equilibrio di Maat senza pagare?»
«No, io sono dovuto andare via per affari». Calandra fu attraversato dall’ombra del sospetto: quel bizzarro individuo era stato mandato dalla loggia?
Chi altri poteva sapere che lui, in effetti, si era allontanato da Torino come chi si sottrae a una condanna già scritta? Chi poteva parlare in quel modo?
Calandra era consapevole di aver trasgredito le regole della Fratellanza, ma non aveva mai pensato seriamente che la punizione prevista sarebbe stata reale. Dopotutto, ormai era risaputo che i Superiori Sconosciuti a cui giuravano fedeltà alcune logge massoniche non esistevano veramente, ma erano soltanto un’invenzione. Una truffa ignobile. Allora, per quale motivo i Superiori Sconosciuti di cui parlava il fondatore della loggia torinese chiamata Fratellanza di Heliopolis avrebbero dovuto essere reali? Perché temerli?
Erano tutte sciocchezze.
E poi Calandra si considerava una persona libera, libera di lasciare una loggia massonica in qualsiasi momento, senza dover dare delle spiegazioni a chicchessia.
E così aveva fatto.
Da mesi, ripeteva tutto questo a sé stesso per tranquillizzarsi; soprattutto se lo era ripetuto il giorno prima, mentre azzardava un rientro a Torino. “Non c’è niente da temere”, si era detto, “non verranno a cercarti”.
E invece…
«Se ti manda la loggia, lasciami l’opportunità di esporre le mie ragioni», disse con tono supplichevole. «Spiegherò tutto al Gran Mae-
stro. Posso pagare, se ho arrecato danno a qualcuno. Posso pagarti per non farmi del male. Tutto ciò che vuoi. Perché non ne parliamo con calma? Chiunque tu sia e qualunque cosa tu voglia da me».
«Perché sei tornato?»
«Io viaggio per affari».
«Saccheggiare, depredare, imbrogliare… Begli affari i tuoi», replicò l’intruso sconosciuto.
«Vogliono punirmi perché ho lasciato la loggia, vero?», chiese Calandra. «Ti mandano loro, sì o no? Io non ho mai rivelato niente a
nessuno, ho tenuto la bocca sigillata. Quanto ti hanno dato? Posso darti il doppio».
«Ah, la loggia!», disse l’intruso sogghignando. «A voi piace giocare con cose che non siete in grado di capire».
«Sì, sì, io non capisco, non capisco niente… Chi sei tu, cosa ci fai qui?»
«Voglio sapere dove avete messo la mappa».
«Di cosa parli?»
«Della mappa che avete rubato al mio signore».
«Io non ho niente, stai sbagliando persona, e non ho idea di chi sia il tuo signore».
«Il mio signore è il toro del cielo dal cuore furioso. Io sono il messaggero che egli manda per punire».
In ginocchio, sbiancato e paralizzato dalla paura, il signor Calandra risultò pietoso quando provò a urlare: «Vattene subito da casa mia!».
L’uomo, infatti, non ubbidì e, strisciando i piedi per terra, fece due passi avanti e uscì del tutto dalla penombra mostrandosi per intero.
Calandra lo guardò con la bocca spalancata, le palpebre risucchiate nel cranio, gli occhi in fuori. «Chi diavolo sei, tu?».
Le lame che l’uomo portava appese alla cintura, legate alle braccia e alle gambe, sul petto e ovunque fosse possibile, scintillavano riflettendo la luce delle candele.
Fece un altro passo, sempre strascicando i piedi, ed entrò nella parte più luminosa della stanza: aveva la pelle molto chiara, grandi occhi a mandorla, labbra sporgenti, braccia forti, fianchi larghi, gambe tornite, e un’enorme massa di capelli arancioni annodati, come se non fossero mai stati pettinati e tagliati, gli cadeva sulla spalla destra; indossava sandali d’oro; sulla fronte portava, come un diadema, la testa di un serpente; in pugno teneva una sorta di lungo scettro con l’estremità a uncino e tre barre orizzontali al centro.
«Chi diavolo sei?», domandò ancora il padrone di casa. Pur non essendo uno studioso, aveva abbastanza familiarità con statue e altri oggetti dell’Antico Egitto da capire che non si trovava di fronte a un attore in costume teatrale o a uno dei suoi amici in vena di scherzi che si fosse vestito da Carnevale in piena estate.
L’estraneo aveva addosso, al collo e sui sandali, una grande quan
tità di oro vero. Oggetti chiaramente autentici. E lo scettro e le lame che ingombravano ogni spazio della sua pelle luccicavano di uno strano colore rosso fiammeggiante; non era solo il riflesso ambrato delle candele a farli apparire rossi e insoliti.
Sembrava proprio un metallo che…
Nella mente scossa di Calandra si manifestò la parola oricalco. Un’antica leggenda, un metallo conosciuto nella notte dei tempi e poi dimenticato.
Oppure era elettro, l’antica lega di metallo di cui era fatta la sommità delle grandi piramidi?
No, non poteva essere.
Che sciocchezze.
Stava sragionando.
Forse era davvero un sogno.
Serrò forte gli occhi, li riaprì, ma l’incubo non si era mosso di un millimetro.
«Fammi vedere cosa contiene quella cassa», gli disse l’uomo.
«Ti sei introdotto qui per rubare?», chiese Calandra. Suonava come una domanda, ma era il tentativo di instaurare un rapporto. Gli offrì la cassaforte con tanto di chiave. «Tieni. È tua. Puoi prendere tutto quello che vuoi. Non ti denuncerò. Non dirò niente. Ma ti supplico, non farmi del male».
«Il ladro sei tu, Calandra, non io».
«Però sei tu in casa mia, non viceversa».
«Voglio la mappa».
«Io non ce l’ho, non l’ho neppure mai vista».
«Dov’è?»
«Se lo sapessi, te lo direi, lo giuro». Calandra sentiva le proprie ossa tremare. «Ma chi ti manda da me, da dove vieni? Perché sei vestito in quel modo?»
«Se restituirai ciò che tu e i tuoi amici avete rubato, il mio signore saprà esserti riconoscente. Egli ha ingoiato il sapere di ogni dio».
Parlava come un pazzo, si disse Calandra, doveva essere un folle; sì, era l’unica spiegazione possibile, a meno che il pazzo non fosse lui e stesse avendo un’allucinazione molto realistica.
«Quanto valeva la mappa?», chiese. «Io non ce l’ho e non l’ho presa, ma posso pagartela lo stesso, qualunque somma».
«Non ne hai abbastanza».
«Troverò il denaro che mi manca, lo garantisco. Puoi dire a chi ti manda che il mio silenzio è stato, è e sarà assoluto: ho lasciato la loggia, ma sono pur sempre un Fratello. Ho giurato di mantenere il segreto. Non immaginavo che se la prendessero tanto a male».
«Tu, signor Calandra, hai portato via da Torino oggetti che dovevano restare qui».
«Questo è vero. Ho sbagliato, rimedierò».
«Sai che Napoleone ha liberato l’Egitto dagli islamici?»
«Certo, lo so».
«In previsione di poter andare a scavare, tu e i tuoi complici vi stavate preparando, eh? Per questo avete rubato la mappa. Ma la mia terra tornerà a risplendere».
«Ne sono lieto», disse Calandra, che avrebbe detto e fatto qualsiasi cosa pur di tenere calmo quel pazzo. «Devo dedurre dalle tue parole che sei egiziano, ma non musulmano?»
«La mia terra è qui, adesso».
Calandra deglutì facendo schioccare la gola secca. Avrebbe voluto piangere, per impietosirlo, ma gli si erano inariditi anche gli occhi. Solo i palmi delle mani e la fronte secernevano uno spiacevole sudore freddo.
«Aprila», intimò l’uomo. «Fammi vedere».
«Sì, subito». Tremando, Calandra infilò la piccola chiave nella serratura della cassaforte, poi ruotò la manopola in senso orario facendole produrre sei scatti, estrasse la chiave e la infilò in un secondo foro, infine ruotò di nuovo la manopola, ma di cinque scatti e in senso antiorario. La cassaforte, che era alta mezzo metro e larga quaranta centimetri, emise un piccolo sbuffo. Calandra aprì lo sportellino e invitò l’uomo a guardare dentro. «Sono pochi», disse, «ma puoi tenerli. Ne ho altri di sotto».
«I soldi non mi interessano».
«Allora cosa vuoi?»
«Quello che è dentro il tuo corpo».
Il brivido ghiacciato che partì dalla schiena di Calandra arrivò alla nuca un attimo prima che una lama gli spiccasse la testa dal collo.
Un taglio netto, rapido, preciso.
Un istante.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La profezia perduta del faraone nero - Fabio Delizzos - copertinaLa scheda del libro: “La profezia perduta del faraone nero” di Fabio Delizzos (Newton Compton)

C’è un segreto sepolto sotto le sabbie roventi del deserto egiziano

Torino, 1799. Una serie di efferati omicidi, apparentemente legati agli ambienti esoterici e a una misteriosa loggia massonica, sta terrorizzando la città sabauda, occupata dagli austriaci. Sui crimini indaga un professore di filosofia, Eugenio Caffarel, ritrovatosi suo malgrado a lavorare come poliziotto, proprio a causa degli sconvolgimenti provocati dalle guerre. Il Cairo, Egitto. All’ombra delle piramidi, pochi giorni dopo la scoperta della stele di Rosetta, un altro antico segreto riaffiora dalle sabbie del deserto. Un segreto che fa gola a molti e che lo scrittore Conon de Solis, giovane ufficiale dell’esercito napoleonico ed esperto di egittologia, è chiamato a svelare a qualunque costo. Quale oscuro mistero nasconde la città di Torino? Quale segreto è sepolto sotto le sabbie del deserto egiziano? Eugenio Caffarel e Conon de Solis dovranno fare affidamento su tutte le loro conoscenze e mettere a rischio la propria vita, per riuscire a scoprirlo. Perché qualcosa di inaudito e terribile è riemerso dalle profondità del tempo…

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