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SOLO UN RAGAZZO di Elena Varvello (recensione)

settembre 15, 2020

“Solo un ragazzo” di Elena Varvello (Einaudi)

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Il romanzo della resilienza negata

di Daniela Sessa

Un padre, ogni giorno dai primi di settembre, prende la sua bicicletta, arriva fino alle sponde dell’Adda e s’immerge dove le correnti sono più forti, perché lì si è inabissata sua figlia Hafsa. La cerca anche se le ricerche sono state sospese, anche se tutti gli dicono che è impossibile recuperare il corpo, anche se mette se stesso in pericolo. Non si arrende, non resiste al dolore: se ne lascia trascinare. Hasfa aveva quindici anni e nemmeno un cappuccio in testa quando per errore finisce inghiottita dal fiume. Se è vero che il racconto letterario di un sentimento lo trasforma in atto, è anche vero che quell’atto rivela realtà di cronaca (di questi giorni) che sono già letterarie.  Dentro un romanzo, invece, c’è un ragazzo senza un nome che non sia il cappuccio di una felpa. E’ un ladro e un giorno annaspa in un garage riempito con il gas di scarico dell’auto del padre. Resta a terra, nudo e indifeso, inerte. Morto. Suicida. A terra insieme a lui restano Pietro e Sara, Angela e Amelia: la sua famiglia. Sbigottita, no. Arresa. Al dolore, al senso di colpa, al fallimento. Sullo sfondo il paese di Cave, come i quattro superstiti, incapace di scampare alla sofferenza. Un paesaggio brullo e caldo perché il freddo cova dentro i corpi o impregna l’abitacolo di quell’auto diventata la patetica alcova di Pietro e Vittoria. Sembra che piova lungo tutte le quasi duecento pagine di “Solo un ragazzo”, il nuovo romanzo di Elena Varvello. La stessa pioggia cinematografica che ingrigisce lo schermo per ingrigire le parole e gli sguardi.  Capire quel ragazzo magro che si intrufola nelle case degli altri, ruba oggetti feticci, impugna un cacciavite (l’oggetto magico) e si costruisce una capanna in mezzo al bosco assemblando compensato, lamiera, pezzi di mobili ed edera, è complicato. Per di più a Elena Varvello, non nuova a narrazioni attente a personaggi adolescenziali, non importa che il suo anonimo ragazzo divenga oggetto di riflessioni sociologiche o pedagogiche. Lui esiste come istanza di pensiero e di cuore. E’ l’atto letterario della solitudine, racchiuso in quella categoria grammaticale, “solo”, che fa di un attributo una circostanza. Esiste in quanto storia o meglio in quanto movente delle vite degli altri: i genitori che non ne accettano la diversità e la liquidano con quel “solo un ragazzo” che è attenuazione collettiva della paura del diverso; le sorelle troppo prese dai loro conflitti per accorgersi del dramma di quel ragazzino troppo amato e troppo incompreso. Tranquillo quel ragazzo, anche troppo. Gentile, sorridente e silenzioso, anche troppo. Strano per tutti, anche per gli amici Gemma, Carlo e la piccola Silvia, le ultime vittime di quel ragazzo strano. Cosa covava nella mente, quel ragazzo strano, nessuno vuole scoprirlo. Né in famiglia né tra la gente. Si svela così un aspetto particolare del romanzo di Elena Varvello: una sorta di straniamento geografico che sposta avventatamente il lettore dalla cintura metropolitana di Roma – fatta di strade che s’infilano nella boscaglia, costeggiano pompe di benzina e parcheggi di centri commerciali, dove la crisi economica lascia aperta solo la bottega di Gemma e chiude i sogni dentro cassetti piatti e piccoli- all’America rurale che tanto piace agli scrittori del realismo d’oltreoceano. Con il risultato di creare l’antifrasi tra il mondo linguistico ed emotivo dei personaggi e lo spazio in cui agiscono. Più lirici alla Ortese che barbari alla Oates, i protagonisti di “Solo un ragazzo” ricordano piuttosto i Bundren di “Mentre morivo” di Faulkner nell’interminabile viaggio con la bara della madre, che col tempo rilascia miasmi del cadavere e dei rancori dei pellegrini. Qui la bara è il corpo esangue di un adolescente invisibile (il cappuccio strizza l’occhio al ragazzo di Salvatores?) e disadattato dentro un ambiente che non ammette il disagio perché non sa controllarlo né guarirlo. Quindi marcisce. Marcisce come Pietro che non riesce a sfogare dolore e frustrazione e finisce per fare la cosa più facile: cercare il sesso scortese (qui strizza l’occhio a Mazzantini?)  con una povera disgraziata. Marcisce come il rapporto squilibrato tra le sorelle Angela e Amelia, che nel lutto si portano dietro l’ingombro di non aver fermato, una sera, quel ragazzo scalzo, sporco e graffiato. E marcisce come Sara, appallottolata nell’innaturale dolore di madre. Marciscono ma non reagiscono. Lasciano che il tempo se li porti via, aggrappati a quella perdita che è tale solo quando si materializza in un cadavere trascinato inutilmente fuori dal garage. Il tempo non fa il suo lavoro: restituire alla distanza la pena e gli affanni. Il tempo non si traduce in resilienza. Qui abita la rappresentazione di un dolore senza fine. A resistere è solo l’amicizia: con Gemma, con Dio, con un cacciavite e con un orizzonte infiammato. Forse è poco. Sul fondo rimangono gli avanzi di esistenze passive, sopravvissute e imbelli.  Il tempo, però, è il vero pregio del romanzo di Varvello. Il tempo incastona la storia dentro una cornice di favola gotica ambientata nel 2009 (strizza l’occhio a Grassadonia e Piazza?) e poi sposta i piani della narrazione, dal linguaggio impeccabile e palpitante, nell’arco di circa vent’anni fino all’ottantesimo compleanno di Pietro. Il pregio del romanzo sta nell’andirivieni temporale affidato alle voci narranti che si scambiano, quasi invisibili per il lettore, la parola tra di loro e con il narratore. “Solo un ragazzo” non è un romanzo perfetto, ma necessario. Per capire chi siamo appena diventiamo pretesti, forme, apparenze.

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La scheda del libro: “Solo un ragazzo” di Elena Varvello (Einaudi)

Il tema è incandescente e misterioso: il vuoto di un figlio che non ha mai trovato il proprio posto nel mondo. Elena Varvello è maestra nell’indagare quel bosco fitto e scuro che è l’adolescenza, e quel terreno scosceso che sono i sensi di colpa dei genitori.

Tutta la verità. Ma obliqua. Intraducibile Emily Dickinson, se non con nuove figure, nuove immagini, una nuova storia. È quello che fa Elena Varvello con Solo un ragazzo, che a sua volta è la risposta semplice e assoluta a una domanda che urge per tutto il libro: «Che cosa sei?» È ciò che chiedono i padri e che soffrono le madri di fronte all’enigma dell’adolescenza. Un’età che fugge e sfugge, un’età malvagia e innocente, che conserva e spreca: l’età della contaminazione. C’è un ragazzo, solo un ragazzo, al centro di questo libro, che rifiuta e rifiuta e basta. Commette infrazioni via via piú importanti che travolgono senza possibilità di scampo chi gli sta intorno e tenta una vita accettabile, nella normalità: la madre, il padre, le sorelle fra loro cosí diverse, e i suoi possibili, incerti avatar. Il ragazzo è dappertutto e quindi in nessun luogo, è «un’ombra, un dubbio, una storia che passa di bocca in bocca». È una specie di ready-made della vita, una cosa comune, quasi banale, che però modifica con la sua sola presenza tutta la realtà che gli gira intorno. Costruisce un rifugio nel bosco con i rifiuti del mondo accettato, ruba, sí, ma cose da nulla, minaccia, e forse uccide, di certo ne muore. In lui la vita batte oltre il ritmo normale. In lui la vita comanda. Non ha bisogno di una logica di cause ed effetti. Appare e si dà. E noi lettori, come i personaggi di questa storia, siamo dei bricoleur dell’impossibile: ci arrabbiamo, ci impegniamo, amiamo, perdoniamo, piangiamo senza però troppo influire sulla forza di gravità esistenziale che ci muove e che muove tutto il libro di Elena Varvello. È una forza che ci attrae dentro ogni pagina, che ci fa diventare volta per volta tutti i personaggi, che ce li fa capire, che ce li fa raddoppiare dentro la nostra sensibilità. Per incantesimo.

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Elena Varvello è nata a Torino nel 1971, dove è docente presso la Scuola Holden. Ha pubblicato le raccolte di poesie Perseveranza è salutare (Portofranco, 2002) e Atlanti (Canopo, 2004). Con i racconti L’economia delle cose (Fandango, 2007) ha vinto il Premio Settembrini, è stata selezionata dal Premio Strega e nel 2008 ha vinto il Premio Bagutta Opera prima. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, La luce perfetta del giorno (Fandango). Per Einaudi ha pubblicato La vita felice (2016); tradotto in numerosi Paesi, è stato uno dei libri di narrativa straniera – unico titolo italiano della classifica insieme a Elena Ferrante – piú venduti in Gran Bretagna nel 2018. I diritti cinematografici di La vita felice sono stati opzionati. Sempre per Einaudi, ha pubblicato Solo un ragazzo (2020).

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