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FIGLIA DEL GIORNO, MOGLIE DELLA NOTTE di Tea Ranno

settembre 20, 2020

Pubblichiamo in esclusiva un nuovo e inedito racconto di Tea Ranno, in attesa dell’uscita del suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori)

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Risultato immagini per tea ranno letteratitudineFiglia del giorno, moglie della notte

di Tea Ranno

La figlia mia, signora, aveva l’abitudine di andarsene per la marina. Le piaceva l’odore del sale che s’aggruma nelle pozze, dell’alga viva che verde si muove sotto il pelo dell’acqua, dell’agro che cola dagli aranci, giunge alla riva, e si frammischia alle gocce di pazienza che i pescatori vanno seminando mare mare.
Capelli lunghi aveva, scuri come la notte quand’è ancora imperfetta. La seguivano a strascico per la rena e trattenevano fuscelli, resti di patelle, matasse d’alga e altro minutame arenato per la battigia.
“Mi aiuti?” chiedeva porgendomi il pettine.
L’aiutavo, e intanto lei diceva dello zoppo, della smemorata, di quelli che campavano a filo di marina: di ognuno mi portava un vezzo, un saluto, una parola da riferire al mare, perché il mare mi ascoltava, signora, perciò potevo ammansire le tempeste stillando lento l’olio, ma pure smuovere la bonaccia buttando pepe sulle onde che ripigliavano a correre.

Poi la figlia mia cambiò. Passava da un’inquietudine all’altra, certe volte mi scacciava, certe altre m’abbracciava furiosa dicendo: “Tu sei il sole. Senza di te sono persa”.
Me la tenevo stretta e si placava.
Presto, però, dalla marina, giungeva a singhiozzo, a lamento, il suo nome.
Si tappava le orecchie, scuoteva la testa, resisteva finché poteva. Poi si slacciava da me e volava laggiù.
Quando tornava aveva i capelli imbrogliati di cavallucci e stelle, coralli, squame, scaglie. Malamente li scotolava, con furia, né a me era dato di sfiorarli. Nera, la figlia mia, tutta chiusa in un colore di tenebra.
Allora sparivo.
Correva a cercarmi. Urlava disperata il mio nome, poi, m’imprigionava tra le mani il viso per carezze a mai finire, gli occhi, però, restavano sfuggenti.
“Mi dici cos’hai?” un giorno le chiesi.
“Cos’ho? Che vedi?”. Poi scoppiò a piangere, poi si spezzò in singhiozzi la voce che diceva: “Sono divisa, ma’, spaccata, perduta”, nei capelli fili minutissimi del fuoco che tutta l’ardeva.
Disse di uno, che un giorno era uscito dall’acqua: “Mi stai nel cuore da quando eri alta così” disse facendo segno d’altezza picciridda. “T’aspettai. Ora non posso più campare senza di te. Vieni.”
“Dove?”
“Nel mondo di sotto. Regina sarai.”
“C’è scuro e morte là sotto. Io figlia di luce sono”, e fuggì.
Lui chiamò e chiamò. E quando lei gli fu davanti: “Non mi basta di avere i tuoi passi sulla pelle, di sentirti camminare sopra di me. Laggiù ti voglio.”
Fuggì.
Riprese a chiamarla: un grido, un lamento quel suo nome invocato. E lei impazziva.
Tornò per dirgli che non avrebbe mai potuto, che lo scuro l’avrebbe uccisa. Ma già non era convinta: sapeva che nel buio ci sarebbe stato l’amore di lui a fare giorno, amore di cui pure lei adesso era colma perché, senza saperlo, era lui che andava cercando per la marina – “Ogni volta che l’onda ti lambiva” le aveva detto, “ero io che ti sfioravo. Ogni volta che il salmastro ti toccava la bocca, ero io che ti baciavo” -, ma come rinunciare al sole, al giorno?
“Forse più avanti”, gli disse, quando si sarebbe fatta donna per davvero.
“Donna già sei, l’ho leccato il sangue che ti colò alle caviglie nel giorno che pensasti di morire e invece non fu morte a pigliarti ma vita che avrebbe moltiplicato vita. Con me ti voglio.”
Gli disse che senza il giorno, senza il sole sarebbe morta.
Le disse che senza di lei sarebbe morto.
Perciò: “Dammi una spada, madre” implorò, “spaccami a mezzo così che resti per metà figlia tua e per l’altra moglie della notte, ché senza sole non ci posso stare, ma senza di lui, ormai, non posso vivere”.
Gridai che non si può, non si campa spaccati! Amore di madre non tollera figlia smezzata, amore di madre può nutrirsi di assenza, di lontananza purché nell’assenza e nella lontananza sappia la figlia viva.
“Come posso rinunciare a te per essere sua? Come posso rinunciare a lui per stare con te?” singhiozzò.
Le dissi allora che lei non era mia né sua: era esattamente quello che sceglieva di essere, perché l’amore non ne sa di guinzagli a cappio intorno al collo, di rapimenti, gabbie: l’amore è libertà.
Così le dissi.
Lei scelse. E scelse lui, com’era giusto che fosse.
“Però” mi disse, “camminami addosso, mamma, per la marina, e io verrò a lambirti i piedi, a spruzzarti di salmastro il viso: sarò in ogni spruzzo, in ogni abbraccio dell’onda”.
E così fu.
Perciò ci sono io, adesso, signora, che cammino per la marina, d’argento i miei capelli; a strascico per la rena incagliano ramoscelli, conchiglie, ma pure plastiche, prodotto di questo vostro tempo infame.
Cammino, mia figlia mi lambisce i piedi, mi riempie di baci. Non la vedo ma la sento, mi faccio bastare l’illusione di saperla con me. Così lei potrà continuare a essere la figlia del giorno pur essendo la moglie della notte. E se mancanza mi fa gli occhi tutta una lacrima, entro nel mare e mischio sale a sale. Poi emergo.
E riprendo a camminare.

(Riproduzione riservata)

© Tea Ranno

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Nell’ambito del festival “Taobuk 2020” Tea Ranno, insieme a Maria Attanasio, parteciperà all’evento: “La Sicilia è fimmina. Storie di donne e di entusiastici riscatti” – Taormina (Palazzo Ciampoli), giovedì 01 Ottobre 12:00

Da una parte il piccolo borgo siciliano de “L’amurusanza” (Mondadori) di Tea Ranno, una comunità di cinquemila anime che si conoscono tutte per nome in cui Agata la Tabacchera e le sue alleate Lisabetta e Lucietta sfidano il potere costituito, dall’altra le storie di donne coraggiose e resistenti di Maria Attanasio ne “Lo splendore del niente” (Sellerio), galleria di personaggi ribelli sullo sfondo di una Sicilia prima spagnola, poi asburgica e borbonica, tutte accomunate dalla stessa religione: un entusiastico desiderio di riscatto.

Dialogano con Massimo Maugeri, scrittore e direttore di Letteratitudine

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