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L’ULTIMA EREDE DI SHAKESPEARE di Elvira Siringo (intervista)

settembre 22, 2020

“L’ultima erede di Shakespeare” di Elvira Siringo (Piemme): intervista all’autrice

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di Simona Lo Iacono

Che la poesia non abbia nazionalità è una verità indubitabile. E che la voce dei versi abbia come padrone solo l’ispirazione e lo sguardo, è un altro indiscutibile assioma.
Ma ci sono poeti che ci hanno sempre fatto pensare a un luogo, fino a farlo assurgere a simbolo della loro vocazione. E personalità che abbiamo sempre collegato a un contesto storico e politico, senza il quale ci pare quasi che non possano esistere.
Cosa accadrebbe quindi se – andando a ritroso nel tempo – scoprissimo che il più grande poeta di tutti i tempi – William Shakespeare – è in realtà un siciliano, anzi un messinese?
Saremmo pronti a credere che una delle commedie più famose – “Molto rumore per nulla” o meglio: “Much Ado About Nothing” – in realtà in origine era intitolata “Troppu traficu ppi nenti”?
Lo chiedo ad Elvira Siringo, geniale autrice di “L’ultima erede di Shakespeare” (Piemme edizioni), in libreria da oggi.

-Cara Elvira, quali sono i documenti a cui ti sei ispirata per costruire il romanzo e come è nata l’idea di questa narrazione?
Carissima Simona, questo romanzo ha preso inizio molti anni fa, proprio dal desiderio di approfondire la questione shakespeariana su dati storici. La ricerca però, piuttosto che darmi certezze, ha moltiplicato i dubbi perché tutto ciò che riguarda Shakespeare è andato perduto dopo la sua morte ed è stato ricostruito solo dal 18° secolo: la casa, il paese, le locande, i teatri, perfino le opere, sono tutte ricostruzioni fedeli al modello che si è deciso di imporre al mondo, il modello vero-simile di un drammaturgo tanto geniale quanto invisibile.
D’altro canto, oggi perfino la scienza ha rinunciato alla pretesa di possedere la verità assoluta e si serve di “modelli”, ovvero quadri generali in grado di presentare e descrivere un fenomeno e spiegarne il funzionamento in ogni aspetto. Analogamente, vorrei che questo romanzo fosse proprio un “modello” che descriva il fenomeno-Shakespeare e risolva tutti gli enigmi.
Per chi chieda certezze però non ci sono risposte più salde. In Shakespeare la verità assoluta sembra destinata a non lasciarsi stanare, a restare “celata sotto il velo della bellezza” (parafrasando proprio un suo verso).
Le opere sono la prima preziosa fonte indiretta cui ogni storico può attingere per operare delle ricostruzioni verosimili, cui si aggiungono le testimonianze coeve. Ad esempio: lo scrittore Robert Greene nel 1592 lo accusò di essere un impostore. Non possiamo sapere se fosse o meno la verità, però un fatto è certo: se Greene lo scrisse, era mosso da un’intenzione e questa intenzione è sicuramente vera. Lo appellò: “tigre camuffata da drammaturgo” ed essendo un poeta “laureato” si riferiva ad un animale preciso, l’animale alchemico contrapposto al drago. Insomma, sembra che volesse sovrapporlo, neanche troppo velatamente, a colui che sconfisse il drago: San Giorgio. Non a caso la tradizione volle che Shakespeare fosse nato e morto proprio nel giorno del santo protettore dell’Inghilterra, il 23 aprile. Ecco, questa concatenazione è un’evidenza, come se Greene volesse dirci che Shakespeare avrebbe combattuto per il trionfo della gloria inglese nel mondo.
Al braccio armato di spada infatti si unì il braccio armato di… penna.
Il corpus delle opere shakespeariane contiene tutti gli elementi della nuova cultura laica, una sorta di prontuario per declinare ogni tema esistenziale in chiave perfino più progressista di oggi.
Storicamente tutto il 17° secolo è scenario di forte contrapposizione fra vecchio e nuovo, papisti contro riformati, vecchia Europa contro nuovo mondo, latino contro inglese. L’italiano, dal dolce stil novo in poi, compie un primo superamento rispetto al latino, dopo il rinascimento si affaccia l’inglese, un idioma barbaro e fin allora incompreso oltre Dover, destinato a diventare la lingua del nuovo mondo.
Shakespeare ne è artefice, assume un ruolo fondamentale nell’arricchire la lingua inglese, conia migliaia di nuove espressioni e vocaboli derivati dalla lingua latina, italiana, araba, ebraica.
La guerra dei trent’anni fu il tentativo più eclatante da parte anglo germanica riformata di sovrastare il vecchio ordine europeo latino, spagnoleggiante e papista, con il sostegno del nascente Ordine dei Rosa Croce. Non ebbero fortuna, in Europa si rinsaldò il predominio cattolico e le nuove forze rivolsero lo sguardo altrove, trasmigrarono oltre oceano.
Questo è lo sfondo storico del mio romanzo, in unione con la profusione di tracce ricavabili direttamente dalle sue opere che alimentano i dubbi sulla sua vera identità. Per esempio, la curiosa dedica sul frontespizio del First Folio, il primo corpus delle opere pubblicato dopo sette anni in cui si specifica: pubblicato conformemente alle vere opere originali, e si invita il lettore a non badare alla sua fisionomia, all’immagine ritratta dall’incisore Martin Droeshout, perché il suo vero essere è contenuto nelle sue opere.
Per oltre un secolo sarà poco celebrato, solo alla fine del 18 secolo la sua opera tornerà a diffondersi e i maggiori elogi gli verranno dal romanticismo in poi. Le traduzioni, spesso molto libere, si moltiplicano nel 19° secolo, al principio del 20° si pone anche l’ipotesi di un origine siciliana: pare che gli editori Spira di Messina avessero pubblicato nel 1580 il testo dell’opera teatrale: “Troppu scrusciu ppi nenti” ben diciotto anni prima della messa in scena di “Much Ado About Nothing”. Si disse che dalle macerie del sisma del 1908 ne fosse emersa una copia imbarazzante, poi occultata dai servizi segreti.
Alla fine degli anni venti, il professore Santi Paladino prese a cuore la questione e costituì l’Accademia Shakespeariana, però il regime fascista la sciolse dichiarandola contraria all’ordine pubblico.
Negli anni più recenti ci sono gli studi del professore ispicese Martino Iuvara e oggi un gruppo di studiosi, detti anti-stratfordiani, coltiva il “ragionevole dubbio” e alimenta innumerevoli dibattiti.
Pochi anni fa il consiglio comunale di Messina ha concesso la cittadinanza onoraria post mortem a William Shakespeare e l’allora presidente del consiglio comunale, dott. Giuseppe Previti, ne ha mandato comunicazione ufficiale a sua graziosa maestà la regina Elisabetta che, non lasciando trapelare segno alcuno di turbamento, ha pure risposto ringraziando.
Infine, Andrea Camilleri ne ha pubblicato una riedizione in siciliano e scherzando sulla questione una nota freddura afferma: «Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome.»
Per i biografi ufficiali resta davvero incomprensibile l’assenza totale di un suo qualsiasi scritto, ci sono solo sei firme diverse fra loro e traballanti. Non era certo il medioevo, di tutti i coevi abbiamo una profusione di tracce, di lui nulla, non una lettera, una nota della spesa, una minuta… non sapeva scrivere? Che fosse disgrafico? O forse era solo uno… straniero? Un “bardo” appunto, cioè un cantore che viene da lontano.
In un mondo di scarsa alfabetizzazione era facile comunicare oralmente, non molti sapevano scrivere e un drammaturgo non ne aveva bisogno, perché era pure regista e imboccava le battute agli attori direttamente in scena. Però avrebbe potuto avere degli appunti promemoria, come mai proprio i suoi appunti sparirono tutti? Se fossero stati scritti in un’altra lingua?
Infine poco importa, vorrei precisare che l’ipotetica origine messinese è solo un gioco, ciò che nel romanzo tento di sottolineare è che Shakespeare fu il promotore di un cambiamento epocale, il più grande fautore della diffusione della nuova cultura inglese nel mondo.
Questa è un’evidenza incontrovertibile.

-La storia che racconti si muove su due binari paralleli, uno è quello che interessa il generoso Michelagnolo Florio, giovane dotato di forte talento artistico, figlio di un medico ebreo e della nobile donna Memma, costretto a fuggire con i suoi genitori dalla Sicilia a causa delle persecuzioni contro gli ebrei. L’altro è quello che riguarda Elisabetta Villa, che si aggira per il grande palazzo di famiglia covando una grande solitudine. Improvvisamente, però, nella sua vita irrompe un suo vecchio professore che le dice di doverle consegnare una rivelazione importante sul passato della sua famiglia. La Messina del millecinquecento si sovrappone quindi alla Messina di oggi e le due storie finiscono per allacciarsi in una danza misteriosa. Cosa lega i due piani temporali e i due personaggi?
Nel romanzo sperimento la narrazione alternata di due storie apparentemente distanti ma in realtà strettamente connesse fra loro. I capitoli si incatenano attraverso i contenuti.
Tenterò di descrivere teoricamente il mio operato: ogni capitolo è duplice, nel corso delle vicende della parte moderna si evidenziano alcuni quesiti irrisolti. La corrispondente parte storica mostra come potrebbero essersi sviluppati gli eventi, perciò fornisce implicitamente le risposte.
C’è anche un intreccio inverso: la parte storica solleva delle questioni etiche (ad esempio: è sempre preferibile e giusto dire la verità?) cui la parte moderna fornisce, col senno del poi, delle risposte. Forse la descrizione così tecnica del metodo può generare delle perplessità, di certo non è un romanzo scritto di getto ma è composto come un vero puzzle. Alla fine i passaggi sono sfumati, i vari tasselli sono bilanciati e fusi, non si distinguono più, l’insieme è cucito come un tutto unico perché la lettura scorra fluidamente, senza risentire di salti, neanche epocali.
Mi sono ispirata proprio a Shakespeare, nelle sue opere vi è quasi sempre una storia incastrata nell’altra, una rappresentazione nella rappresentazione. Le mie due storie in ultimo confluiscono in un unico finale … a sorpresa.
Saranno solo i lettori in grado di dirci se questo esperimento letterario sia riuscito.
Quanto ai due personaggi principali, Will e Michelagnolo, contengono la cifra del “doppio” del capovolto, dello speculare. Anche qui Shakespeare docet e anche gli altri personaggi hanno questa caratteristica ambigua. Gioco molto pure sull’uso di nomi che, infine, riveleranno concatenazioni inimmaginabili.

– Ci sono evidenze stilistiche che possano far pensare che la poesia di Shakespeare abbia origini siciliane?
imageUn evidenza è di certo nello stile del suo nome: Shake-speare, inizialmente appare con un trattino a distinguere Shake, cioè scrolla – speare, ossia Lancia. Storicamente Guglielma Scrolla-Lancia è la discendente di una famiglia cattolica giunta in Sicilia da Milano al seguito dell’imperatore Federico di Svevia. La famiglia Florio invece giunge in Toscana e in Sicilia dalla Spagna, in seguito all’editto dell’Alhambra che nel 1492 ha cacciato via gli ebrei.
Vale la pena di ricordare che le famiglie ebree in fuga adottavano spesso il cognome materno per nascondersi e, mutato genere, tale Guglielmo Scrollalancia si traduce precisamente William Shakespeare.
Le opere di Shakespeare videro luce solo dopo la sua morte, nel 1623. La scrittura dei testi teatrali durò sette anni. Gli esperti individuano la “mano”, uno stile unitario, ma naturalmente un paragone con lo stile siciliano è impossibile.
Invece ci sono tantissimi rimandi nel contenuto, non solo per le ambientazioni ma per l’abbondanza di piccoli dettagli che non potevano essere noti a chi fosse sempre vissuto solo in Inghilterra.
Qualche esempio: quale stratfordiano avrebbe mai potuto conoscere il nome di Sailoc, un certo mercante ebreo processato a Modica, o la dolcezza del “miele delle api di Ibla”? O l’esistenza di un boschetto di sicomori all’ingresso di Verona, o della Borsa sul ponte di Rialto a Venezia, o di un porto al centro di Milano? O la foggia tipica della toga dei giudici veneziani, o la data esatta di un terremoto a Verona? Ci sono pure delle planimetrie descritte minuziosamente: non solo Messina, anche le isole Eolie, Palermo, Siracusa, Firenze, Verona, Venezia, Napoli, Roma, Mantova, Padova.
Una riflessione a parte merita lo stile dei Sonetti, pubblicati nel 1609 non da lui, ma da un curatore anonimo. Quaranta anni dopo ripubblicati stravolgendone l’ordine e omettendone otto. Nell’ottocento i romantici, con a capo Oscar Wilde, ripristinarono e divisero la raccolta in due parti: una dedicata ad un giovane, la seconda a una dama bruna. Ma quasi mai nei sonetti si specifica il genere, la partizione romantica, consolidata nel tempo fino a cristallizzarsi, è abbastanza arbitraria. Infatti la studiosa Anna Luisa Zazo di recente ha fornito un’interpretazione più convincente, suddividendo la raccolta in sette parti ispirate a temi concatenati: l’Immagine è sconfitta dalla Natura, sconfitta dal Tempo, sconfitto dalla Poesia che resiste al Tempo, che resiste alla Natura, e ne fissa l’Immagine. Una successione di sette gradini in ordine ascendente e poi discendente, al sommo la poesia. Sembra ricalchi lo schema de “I Trionfi” del Petrarca, tradotti in inglese nel ‘600 da Mary Herbert Sidney, contessa di Pembroke.

– Michelagnolo Florio farà un lungo viaggio prima di approdare in Inghilterra e qui incontrerà il cugino John Florio. Chi è costui?
John Florio è un personaggio storico realmente esistito e a mio avviso molto trascurato, meriterebbe maggiori attenzioni da parte degli studiosi. Le sue origini risalgono al ramo toscano dei Florio giunti dalla Spagna e poi ancora costretti a fuggire dall’Italia a Londra, qui il padre trova rifugio e sposa una nobildonna inglese. John fu un fine linguista italo britannico, autore del primo dizionario Italiano Inglese al mondo, di due raccolte di proverbi e di molte altre opere. Era bene introdotto a corte e oggi molti tentano di attribuirgli la paternità dell’opera shakespeariana. Ma troppi tasselli non quadrano, non si capisce neanche perché essendo uno scrittore affermato non avrebbe voluto firmare con il suo nome delle opere drammaturgiche così importanti, né perché non avrebbe più scritto nulla dopo il 1616, essendo vissuto fino al 1625.

– Il libro esce oggi ed è davvero una grande festa. Ci puoi anticipare qualche appuntamento tra quelli più vicini, per consentire a chi voglia di partecipare e conoscere la tua storia meravigliosa?
La prima presentazione del romanzo sarà a Messina, a cura della libreria Bonanzinga, con il patrocinio del Comune di Messina, della Fondazione Antonello da Messina e dell’XI Istituto Comprensivo Gravitelli. Avrò il piacere e l’onore di conversare con la Dirigente Scolastica prof.ssa Domizia Arrigo, e avremo l’introduzione del dott. Giuseppe Previti, l’artefice dell’eccezionale conferimento di cittadinanza onoraria a William Shakespeare.
Spero di andare presto a Roma (e al Globe, che è uno dei luoghi del mio cuore). La situazione di emergenza non permette programmi a lungo termine, sicuramente organizzeremo delle tappe in Sicilia. Spero vivamente di poter coinvolgere tante scuole, da docente quasi alle soglie della pensione posso permettermi di affermare che questo romanzo può offrire una lettura pluridisciplinare, ma soprattutto spero che rinforzi l’interesse verso un’epoca favolosa che io ho molto amato e favorisca una visione globale dei fatti storici che costituiscono le nostre radici culturali.

– Infine, una considerazione. Cosa racconta ancora oggi la poesia del grande Shakespeare a noi contemporanei? E in che modo il tuo romanzo ci porta ad interrogarci sul grande mistero della vita e della morte? Grazie di cuore, cara Elvira e tanta tanta fortuna a te e al tuo amato Michelagnolo.
Potremmo parlarne per giornate intere, nelle sue opere c’è tutto, tutta la filosofia e tutti i sentimenti del mondo. Rispecchia la parte immutabile dell’animo umano, ciò che non cessa mai di emozionarci, ieri come oggi e come domani. In questo lui è insuperabile, sa essere il più moderno e il più visionario. Questo vale in tema di amicizia, coraggio, onore, passione, odio, vendetta, pietà, perdono, e soprattutto di amore.
Shakespeare vince la paura della morte con un’incontenibile desiderio di vivere e per lui la vita è essenzialmente amore.
Dell’amore ha una concezione straordinaria, molto più attuale perfino della mentalità del nostro stesso secolo. Shakespeare guarda dritto alla Persona, fa del sesso un trascurabile dettaglio, quasi insignificante per la vera essenza dei sentimenti, buono a scherzarci su, a creare situazioni ingarbugliate, scambi di identità e di genere per far ridere il pubblico, nulla più.
Il sesso dei suoi personaggi spesso non è una nitida certezza, né è di qualche utilità definirlo per il corretto svolgimento delle vicende narrate. I suoi personaggi si amano (o si odiano) indipendentemente. Molto al di sopra di tutto questo buffonesco affannarsi e scambiarsi di genere, l’amore vero non si lascia categorizzare, si eleva e trionfa in tutte le scene finali, anche nelle più drammatiche. Nei Sonetti il genere non si specifica quasi mai, nelle commedie si confonde ed equivoca volutamente, nelle tragedie è vittima illustre che si riscatta trionfando perfino sulla morte.
La morale non cambia: l’amore è l’unica forza in grado di muovere il mondo verso il bene. Invincibile, a patto che resti un puro sentimento fra persone. Giganteggia il valore della Persona, la sua preziosità al di là di insignificanti dettagli con cui si tenta di ingabbiarla nei rigidi schemi di una sessualità definita.
L’amore subordinato al sesso è relazione di possesso, dominio dell’uno sull’altro che oppone uomo a donna, donna a donna, uomo a uomo, e genera orribili delitti detti “passionali” che in realtà nulla hanno a che spartire con la passione vera. L’amore vincolato al genere resta una modesta brama di potere, un voler gestire l’altro come una cosa inerte da assoggettare, un mezzo per soddisfare pulsioni.
L’amore per la Persona invece è la vera passione, il pathos, il patire nel bene e nel male, sim-patia con l’altro attraverso gli altalenanti moti dell’esistenza. Shakespeare gioca molto con il “doppio” ma ci ricorda che infine ogni essere umano è diverso dall’altro, nell’illimitata gamma di sfumature di essere, sentire, stare al mondo. Dall’amore per la Persona emerge un quadro di armonia che non mischia mai l’amore con il possesso ma si volge al bene dell’altro congiungendo l’infinita ricchezza di due anime.
Senza voler anticipare troppo, posso dire di aver tentato di dare proprio questa impronta ai miei personaggi principali, perché la storia li guidi a confluire in un’irripetibile unicità, verso un’unica… erede.

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La scheda del libro: “L’ultima erede di Shakespeare” di Elvira Siringo (Piemme)

Elvira Siringo ci accompagna sulle tracce di un mondo antico ma ancora vivissimo e ci dà una lettura di grande originalità e potenza di uno dei personaggi chiave della storia della letteratura: William Shakespeare.

Messina, 1580. Michelagnolo Florio, figlio di Giovanni, un medico ebreo di grande fama, e di donna Memma, di nobili e cattoliche origini, un giovane dotato di gran cuore e intelletto, per questo i genitori, fuggiti da Palermo per poter vivere insieme, sognano per lui un destino sulle orme del padre. Ma la persecuzione contro gli ebrei e l’inclinazione del figlio a poetare e narrare, intrattenere gli animi piuttosto che a curare le ferite dei corpi, segneranno il suo destino per sempre. Un lungo peregrinare per l’Italia, prima a Milano e Verona, poi oltralpe, in Francia – sempre inseguito da vicende drammatiche, sempre assetato di conoscenza – lo porterà infine a raggiungere l’Inghilterra, dove il cugino più celebre, John Florio, lo presenterà alla corte della regina Elisabetta I.

Messina, oggi. Elisabetta Villa ha smesso ormai da tempo di sognare. Rimasta sola al mondo, il grande palazzo di famiglia ereditato dal padre le sembra una prigione come tutti gli antichi scritti che contiene. Quando, però, il suo professore di un tempo le dice di avere una rivelazione importante sul passato della sua famiglia, il suo interesse si accende. Ma, dopo la conferma del loro appuntamento, del professore non risulta esserci traccia. Nel suo albergo è rimasta solo una cartelletta contenente strani e disordinati fogli di poesie in quello che sembra siciliano antico. Quei fogli e l’incontro apparentemente casuale con un vecchio Sir inglese saranno l’inizio di un’avventura mozzafiato sulle tracce di un passato che potrebbe cambiare la sua vita, e la storia della letteratura, per sempre.

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I BOOKTRAILER

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Elvira Siringo è nata a Siracusa, dove vive, lavora e scrive.
Insegna filosofia e storia presso il Liceo Quintiliano della sua città. È sposata e ha tre figli.
Si dedica alla scrittura da sempre, da giovanissima ha collaborato al quotidiano Il Diario ed è stata fra i soci fondatori del settimanale cattolico Cammino.
In anni più recenti ha pubblicato alcuni contributi su riviste di storia locale, confluiti poi nel saggio storico Sogno di indipendenza. È inoltre autrice di racconti e di alcuni romanzi.
I suoi interessi attuali sono tutti rivolti all’età shakespeariana, ha condensato i frutti degli ultimi anni di studio in Il Codice Shakespeare (autopubblicato), in seguito al quale è stata ammessa a far parte della IASEMS (Italian Association of Shakespearean and Early Modern Studies).
Dal felice incontro fra le vicende storiche inglesi e quelle siciliane, è scaturito l’intreccio del suo ultimo romanzo, L’ultima erede di Shakespeare.

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