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UNA MARINA DI LIBRI 2020

settembre 24, 2020

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UNA MARINA DI LIBRI 2020: Orto Botanico dell’Università di Palermo, dal 24 al 27 settembre. L’intero programma è disponibile qui

Una marina di libri" travolge Palermo, al via l'undicesima edizione all'Orto Botanico - Giornale di Sicilia

Di seguito, l’editoriale del direttore artistico del Festival

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di Piero Melati

“Mondimperfetti” come tema e Giano bifronte come simbolo di Una marina di libri 2020 non potevano essere più appropriati. Sono la fotografia della nostra attuale condizione collettiva. Si è finalmente scoperto che la gestione del lockdown e i surrogati con i quali abbiamo supportato prima dell’estate la sospensione di ogni iniziativa “fisica” legata alla cultura, erano in fondo poca roba da descrivere, in confronto alle palesi contraddizioni di questa “ripartenza”. Tra il “rifacciamo tutto come prima”
– come nulla fosse stato o sia – e il “per ora non facciamo nulla” – una perenne sospensione – c’è un sentiero impervio che abbiamo provato ad imboccare: facciamo quel che si può, come si può, con i dovuti accorgimenti. Ma è facile solo a dirsi: nuove restrizioni sono sempre dietro l’angolo, il timore di sbagliare accompagna perennemente ogni tentativo, preoccupazioni, temi complottistici, negazionismo e concretezza sanitaria si confondono nel dibattito collettivo che ci influenza tutti, come la ruota che gira di un criceto in gabbia.
Stiamo attraversando un deserto senza esserne attrezzati, il futuro che temevamo è arrivato troppo presto, anzi è già il passato. Siamo in transito tra due mondi e non per scelta, tutto si è fatto asimmetrico e deformato.
Se organizzi una manifestazione di cultura, come il nostro festival indipendente siciliano, finisce che non devi occuparti tanto di libri e contenuti ma soprattutto di ingressi, flussi e deflussi, prenotazioni, distanziamenti e obbligo di mascherina. Pur senza esasperare (riaprire le scuole è stato indubbiamente molto più difficile) dobbiamo prendere atto che siamo chiamati – almeno per ora – a misurarci con una situazione generale che ci soverchia e lascia pochi margini.
Tuttavia – proprio nei momenti in cui la navigazione si fa più perigliosa – possiamo raccogliere schegge, frammenti, ispirazioni, che spesso nella vita ordinaria – presi da mille impegni – tendono a sfuggirci. Possono diventare elementi utili per ridisegnare le nostre mappe personali e collettive. Diciamocelo pure: non è andato e non andrà tutto bene, per tanti versi troppe situazioni sono peggiorate, le condizioni già difficili del passato si sono ulteriormente acuite, molti dei nostri comportamenti sono anche peggiorati, come in una riproduzione inutile e meccanica della gratuità del male. Proprio per questo, a maggior ragione, spiccano le luci, i valori che sopravvivono al superfluo, i tentativi che vale la pena fare per mai rassegnarsi.
Il valore della speranza, come della riconoscenza. A questo proposito, potrei trarre dal programma che siamo riusciti a mettere in piedi con difficoltà parecchi esempi. Mi limito ad uno solo: Michele Perriera. Uomo di teatro, scrittore, maestro in vita di tanti siciliani, è uno dei personaggi più sottovalutati e sottaciuti della cultura italiana. Forse proprio per la sua proverbiale gentilezza, non adatta ai suoi tempi quanto ai nostri. Uomo mite, docente capace di ascoltare, ma proprio per questo (lo testimoniano i suoi scritti e il suo teatro) capace di radiografare il nostro tempo e l’uomo di oggi con la geometrica spietatezza di un chirurgo, votato però a curare, a “riparare l’umano”, mai a distruggerlo. Approfittando del suo anniversario, ne abbiamo fatto non solo uno dei nostri principali appuntamenti ma soprattutto una ispirazione di fondo dell’intera manifestazione, convinti come siamo che se la Sicilia ritrova i suoi maestri, e li offre all’Italia con amore e decisione, possiamo fare la nostra parte per rialzarci e resistere ai tifoni della storia. Perriera era l’uomo delle ricostruzioni, del tentativo costante di riparare le ferite. Cercare vie di uscita ad ogni situazione dolorosa e complicata è stato il credo costante di tutta la sua vita, come anche il motivo di certi suoi ermetismi.
Sfondare un muro è cosa sempre difficile: a volte il lavoro di preparazione richiede applicazione, costanza, studio. Ma dall’altra parte, c’è la libertà. Un valore, quest’ultimo, che tendiamo a sottovalutare, dandolo troppo per acquisito. Perriera lavorava, quasi con fragile grazia, proprio a questo: la libertà è fatta anche di piccoli gesti coraggiosi e si costruisce in silenzio e con dignità giorno dopo giorno. Per questo la sua scuola siciliana di teatro, che ha lasciato tanti eredi, aveva qualcosa di un laico tempio tibetano, come ben ricorda chi l’ha frequentata. E ancora di più i libri che ha lasciato, gli articoli, gli interventi continui nella vita reale. Non era solo politica, impegno civile: c’era qualcosa che afferiva sempre all’uomo in quanto tale, al modo in cui Albert Camus ha fatto anche il giornalista oppure Sciascia e Pasolini sono sempre intervenuti sui temi di attualità. C’era sempre, in Perriera, quel “qualcosa in più” di indefinibile e prezioso, che spiegava le cose reali dicendo cose reali.
Questo abbiamo cercato di mettere dentro la faticosa Una marina di libri del difficilissimo 2020. Non solo con Perriera, naturalmente. Ma ispirandoci al suo stesso tentativo. Partendo anche dalla convinzione che il drastico taglio dei festival letterari di quest’anno, oppure il loro solo parziale e precario svolgimento, per via della pandemia, pone una questione non solo sanitaria. Quando ci si ferma per forza di cose si riflette. Lo sforzo pur lodevole (lo abbiamo fatto anche noi) di trasmigrare su internet presentazioni di libri, dibattiti culturali e addirittura interi festival, ha dimostrato che il mezzo al momento non è adatto, e nascondersi dietro cifre e accessi calcolati per propaganda non è utile. I festival, come tutti gli eventi, hanno bisogno di fisicità. Giocare le partite di calcio negli stadi vuoti, pur seguite in tv da migliaia di persone, non è la stessa cosa. Non tutti gli eventi televisivi o su internet hanno la portata storica dello sbarco dell’uomo sulla Luna, fatto in solitudine ma seguito in mondovisione dall’intero pianeta. Detto con modestia: i festival letterari devono ripensarsi. Come il cinema, il teatro, le mostre, e forse la stessa idea di libro. Non solo per tornare ad avere pubblico ampio senza le limitazioni del Covid. Non è solo questo il punto. Siamo sempre chiamati a inventare formule nuove, in tutti i campi della vita, quando qualcosa – qualunque cosa – ci costringe a rifare i conti. Diventa quello, sempre, il momento del coraggio, dell’invenzione, del superamento dei confini conosciuti e abituali. La cultura è conoscere, non è farsi conoscere. Non abbiamo fatto altro, dicevano i viennesi del secolo scorso, se non mostrare che fra un’urna e un vaso da notte c’è una differenza, e che proprio in questa differenza la civiltà ha il suo spazio. Altri invece, aggiungevano, si dividono tra quelli che usano l’urna come vaso da notte e quelli che usano il vaso da notte come urna. Allora sul mondo si stagliava l’orrore del nazismo. Anche oggi è in corso una partita che travalica gli interessi particolari di tutti noi. Non sappiamo ancora dargli un nome. Ma sentiamo tutti che la stiamo combattendo. Per ora, raccogliamo i frammenti per disegnare nuove mappe. Ci saranno indispensabili in futuro.

(Piero Melati, direttore artistico Una marina di libri 2020)

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