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LE BELVE di Manlio Castagna e Guido Sgardoli (recensione)

ottobre 2, 2020

“Le Belve “di Manlio Castagna e Guido Sgardoli (Piemme)

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di Nicoletta Bortolotti

Le parole sono strade. Cunicoli che scavano la stoffa spugnosa dell’universo, avvitano o spalancano su strappi e vertigini. Gallerie che moltiplicano e intersecano prospettive. Manlio Castagna, ex vicedirettore artistico del Giffoni Film Festival e autore della saga bestseller Petrademone (Mondadori), e Guido Sgardoli, fra i più importanti scrittori italiani, vincitore del Premio Strega Ragazze e Ragazzi con The Stone – La settima pietra (Piemme), le piegano, le fondono, le intarsiano mirabilmente, con spirali e laccature eleganti, in questa magistrale ghost-story classica e insieme contemporanea, per attraversare buchi neri che aprono fiotti di terrore dentro di noi e costituiscono la sostanza stessa del fuori, che abitiamo e che ci abita.
“Per chi non nutra pregiudizi il neutrino ha davvero una certa affinità con i fantasmi” scriveva Arthur Koestler nel saggio Il fantasma dentro la macchina del 1967. E proprio le più recenti scoperte della fisica quantistica hanno indagato le componenti, apparentemente e secondo la nostra percezione, meno “fisiche” del cosmo, in un certo senso smaterializzando la materia. La vera struttura dello spazio e del tempo non è visibile. Come i fantasmi che, espulsi dalla dignità di un’esistenza reale con l’Illuminismo, hanno invaso a pieno diritto l’immaginario letterario dal Settecento fino a oggi.
Definire Le belve un romanzo horror, benché la copertina e le intenzioni degli autori accordino un certo tributo al più grande scultore delle paure e dell’irrazionale della seconda metà del Novecento, Stephen King, mi pare riduttivo. E altresì risulta fuorviante collocare il volume negli scaffali dei libri per ragazzi, solo perché alcuni, e non tutti, i protagonisti sono adolescenti. Sarebbe come affermare che It, o Io non ho paura di Ammaniti, o le fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm siano letteratura solo per giovani adulti.
Ascriverei piuttosto il racconto alla tradizione della narrativa fantastica e gotica di marca europea, da Lovecraft a Poe, da Bergman a Hitchcock, senza naturalmente dimenticare Agatha Christie.
La definizione con cui Fruttero e Lucentini descrivono lo stile di Hitchcock sembrerebbe cucita su misura sulla lingua dei due autori che, alla maniera della famosa e ben assortita coppia letteraria italiana, costruiscono un congegno perfetto con una mano unica e ben oliata, dove ogni elemento è intrinseco e funzionale all’intreccio: “Terrore, ma sotto il controllo di una dizione impeccabile. (…) Giochi a fior di pelle…”.
In Italia la letteratura fantastica, se si eccettuano pochi casi, primo fra tutti quello di Dino Buzzati, è meno frequentata che all’estero e questo romanzo gotico italiano dal respiro europeo segna un felice approdo.
Le belve contiene tutti gli elementi del classico del terrore, miscelati con equilibrio e ritmo sapiente. Innanzitutto il luogo, quotidiano come un piano inclinato verso cui il lettore scivola inesorabilmente da una penombra psichica al baratro. Scrivono gli autori: “Ci sono luoghi che diventano malvagi perché malvagie sono state le persone che ci hanno vissuto…”.
Tresigallo è un sonnolento paese della provincia di Ferrara, dove sorge un ex sanatorio, il Boeri, con un’ala riservata un tempo ai malati psichici, labirinto di corridoi, “tunnel inospitali simili a una rete di condutture sotterranee”.
Vi è una situazione quotidiana, la normale gita scolastica di una classe di liceali che, insieme ai professori, rimangono intrappolati nella claustrofobica ragnatela di quei muri malati di follia, ostaggio di una banda di rapinatori che hanno cercato rifugio nel sanatorio a seguito di un colpo fallito. Ma tutti scopriranno ben presto che la minaccia “reale” non proviene dal reale, sia rappresentato da un manipolo di delinquenti sia da professori con un lato oscuro, bensì si coagula in una malvagità stravolta e sovrannaturale che permea, corrompe, guasta l’edificio.
“Ombre sepolte nelle sue orride vene emergevano in superficie, libere…” Il male, chiuso in una sua drammatica lontananza, ha origine nel passato, anticipato dalla folgorante scena di incipit, dove una donna “sciupata, logora come i muri che la circondavano”, in una stanza con un letto in ferro e due finestre sprangate, raschia con le unghie per scampare a una nera fiumana di terrore.
Le belve, elementi simbolici e onirici che inquietano la notte come un suppurare di istinti repressi, direbbe Jung, di violenza e pulsioni aggressive s’incarnano nell’animale domestico più famigliare, il gatto, la cui consuetudine accresce il mostruoso, perché eccita il sentimento dell’impotenza. E qui il richiamo al racconto Il gatto nero di Poe è d’obbligo.
L’ironia e l’autenticità sfaccettata con cui sono tratteggiati i personaggi non rimandano solo all’immaginario kinghiano, ma anche a certi ritratti taglienti, vividi di Lansdale. Giulia, la protagonista, cela sotto la levigata superficie della sua adolescenza ombre e spaccature e, come in ogni buon romanzo, l’antagonista Lince, il capobanda dei criminali, emergerà lentamente, stratificato e complesso, scalando pagina dopo pagina la filigrana della narrazione.
Agli scrittori si chiede talvolta di saper raccontare la luce, ma agli scrittori dell’inaspettato si chiede di saper raccontare i suoni, poiché il rumore parla di ciò che ancora non si conosce. L’inquietudine, il timore s’insinuano con il disagio di un ticchettio, di un fruscìo nel timpano poco prima di invadere lo sguardo. “La sua voce era il cigolio di un’anima esausta”; “Una voce di donna (…) Un’onda sonora racchiusa nel vento”; “L’urlo spezzò in due l’aria malsana dell’ospedale…” Così Manlio Castagna e Guido Sgardoli estraggono abilmente dalla pagina i suoni della paura, componendo un contrappunto, in un crescendo di note dell’ignoto che dura a lungo nella mente del lettore.

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La scheda del libro: “Le Belve “di Manlio Castagna e Guido Sgardoli (Piemme)

Una sonnolenta provincia italiana. Tre banditi senza un piano. Ventuno ostaggi senza scampo. Ventiquattro ore di orrore puro.

Questa è la storia di Lince, Poiana e Rospo, tre criminali dilettanti che fuggono da una rapina andata male; di una classe di liceali di Ferrara sequestrati durante una gita in un ex ospedale abbandonato; dell’ex sanatorio Boeri, che nasconde strati di storie maledette, sepolte nei suoi muri fatiscenti e nelle sue viscere oscure; di una ragazza con un potere extrasensoriale che le permette di percepire il Male; di un paese di provincia, Tresigallo, sospeso in una terra nebbiosa e silenziosa, e dei fatti occulti che brulicano sotto la sua superficie all’apparenza pacifica; di animali e di uomini che certi fantasmi della mente e la ferocia dei loro aguzzini trasformano in belve.

 

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