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IL SEGRETO DI DON CICCIO di Angela Sorace

ottobre 7, 2020

“Il segreto di don Ciccio” di Angela Sorace (Bonfirraro)

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di Alessandro Russo

Prima di diventare don Ciccio, Francesco Marchese era un ragazzo snello con gli occhi neri come la pece, i baffetti curati e la carnagione olivastra; poi le cose sono cambiate eIl segreto di don Ciccio (pp394 €20 Ed. Bonfirraro) è adesso l’ultima fatica letteraria firmata da Angela Sorace. Tra chicchi di malinconia e granuli d’inquietudine, l’autrice catanese ci presenta i suoi avi e scruta l’oggi, lo ieri e il domani che s’attorcigliano dentro un cordone ombelicale unico.
Si parte dal punto più occidentale della Spagna il cui nome deriva dal latino Finis terrae: è la fine che si tramuta in inizio. Come in un ciclo perpetuo, ci si sposta su un luogo assediato da pietre laviche infuocate, Catania, e sul suo capolavoro barocco, via Crociferi. Ora Don Ciccio è un uomo dal portamento elegante con i capelli corvini pettinati all’indietro e il libro che racchiude il suo mistero è una passeggiata nella Belle Époque catanese. Nondimeno, da una magnificente carrozza si caracollano i rampolli dell’aristocrazia etnea, ciascuno con un bizzarro cappello in testa e il fiore all’occhiello sulla giacca. Gironzolano tra piazza Duomo e la pescheria dove incrociano una giovinetta che cuce i vestiti per le bambole e sogna di diventare sarta. Tra  raffinati arazzi e pomposi lampadari di cristallo dei palazzi di nobili casati germogliano vicende che in  maniera implacabile si ripetono. Nel frattempo Angela Sorace mette il sigillo su un corposo romanzo storico, suddiviso in cinquanta capitoli e dal ritmo incalzante.
«Qual è il tuo segreto?» -le chiedo senza alcun preavviso.
«Non ti nego che sarebbe entusiasmante, visti i miei trascorsi teatrali, vestire i panni della donna misteriosa. Ma, ahimè, sono tutt’altro che quel genere di personaggio. Oserei dire che sono l’esatto contrario. In generale non amo i segreti, ma se per segreto intendiamo un fatto o un luogo dalla cui scoperta dipende la soluzione di questioni importanti, allora quel segreto acquisisce una valenza diversa. Più interessante. Ne è prova il segreto di don Ciccio che, in realtà, non si riduce solo a un evento che ha segnato la storia personale e familiare di quest’uomo dal cuore di ghiaccio, ma sconfina in ben altra incognita. Convinta che una certa sofferenza che stavo vivendo affondasse le sue radici nelle mie generazioni passate, intraprendo una serie di ricerche nella storia della mia famiglia con una particolare attenzione al compartimento femminile. Mi accorgo di come molte delle mie parenti, vissute in epoche diverse, avessero avuto curiosamente in comune lo stesso destino e un diario personale.  Da qui scaturisce una riflessione, quella che mi porta a considerare i legami nascosti nell’albero genealogico e quindi la possibilità che esperienze traumatiche vissute, soprattutto quelle taciute per vergogna, marchino, in maniera indelebile, con il dolore, le parole, la ripetitività di gesti e azioni, il destino dei discendenti. Tutto ciò riguarda la storia dell’umanità che incede inesorabile e si rinnova ciclicamente rimanendo imbrigliata nelle miserie delle storie umane, rallentando o impedendo ogni vero progresso o cambiamento.
Anche mia madre e io, all’insaputa l’una dell’altra, abbiamo avuto i nostri diari. L’obiettivo della mia vita è, quindi, spezzare questo ciclo perpetuo e sfidare, lì dove lo ritengo lecito, ogni convenzione sociale. A tal proposito riporterei un breve estratto dal capitolo “Un Natale da dimenticare” in cui Ninetta, la cuoca dei baroni Zappalà, parla al piccolo Lorenzino, figlio dei baroni, “Queste non saranno le sole trasformazioni a cui assisterà, anche la società ha già cominciato a organizzarsi secondo una nuova politica e forse un giorno non lontano i nobili potranno sposarsi con “gente senza titolo” e di loro non resteranno che gli illustri cognomi trascritti dalla consulta araldica sul libro d’oro della nobiltà italiana, gli stemmi gentilizi, i ruderi delle loro abitazioni e l’eco dei loro valzer”.
Da oltre settant’anni, d’altronde, il valore dei titoli nobiliari è destinato a scemare; era il 1948 quando l’Italia, già Repubblica, sancì attraverso un articolo della costituzione, il non riconoscimento legale dei titoli nobiliari che quindi non ebbero più alcun valore giuridico. Ritornando a ““Il segreto di don Ciccio”,  aggiungo che sulla traccia di un diario personale appartenuto a una zia di mia madre mi è piaciuto ricamarci un po’ su, aggiungendo storie, modificandone altre, creando nuovi personaggi, inserendo dei messaggi, e ricorrendo a degli espedienti che qualche volta potrebbero  sembrare eccessivi per un romanzo classico. Ma io penso che se non esprimi ciò che sei, se non osi lì dove ti è concesso farlo, nel rispetto sempre della libertà altrui, dove avrei la possibilità di essere davvero libera? La fantasia è ciò che ci resta per volare oltre le barriere convenzionali, oltre ogni forma di condizionamento. Senza paura di nulla.»
«Esiste un’anima velata di Catania?»- le chiedo congedandomi.
«Esiste, per chi riesce a sentirla e a vibrare con lei. Qualcuno potrebbe chiamarla suggestione, tuttavia quando ti hanno insegnato ad amare la tua città, a vivere il suo mare, la sua montagna, a seguire la sua Patrona in “quei” giorni di festa. Quando fra le sue strade, nelle sue chiese, fra i suoi magnifici palazzi e perfino dentro la sua storia rivedi il percorso dei tuoi antenati non puoi che sentire forte il dolcissimo legame che ti unisce a lei. Non puoi non sentire la sua anima.»

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