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LE REGOLE DEGLI AMANTI di Yari Selvetella (recensione)

ottobre 9, 2020

“Le regole degli amanti” di Yari Selvetella (Bompiani)

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Un decalogo antitetico per coppie vere

di Daniela Sessa

Il testo più noto sulle regole dell’amore è il Kamasutra: nel quinto libro si danno i precetti, a dire il vero opportunistici, per sedurre le mogli altrui (meglio se l’altrui è un nemico). Un secolo prima Ovidio con i “Remedia amoris” aveva composto un manualetto, scandaloso per la corte augustea, in cui consigliava le strategie per sfuggire al coinvolgimento sentimentale. A Denis Diderot libertino viene attribuito un romanzo, “Thérèse Philosophe”, sulle peripezie sessuali di una sedicenne accompagnate da dissertazioni sull’esistenza, l’amore, la verità. Solo tre esempi per dimostrare quanta attenzione la letteratura abbia dedicato a regolamentare il non regolamentabile: l’amore. Si sa, l’amore è l’eco della libertà, l’espressione del desiderio, la maniera per sottrarsi alla morte o per sublimarla. L’amore è fuggevole (non si dice che in amore vince chi fugge?), richiede impazienza e fantasia, follia: “ti amo da impazzire” è frase cult. Provare a ingabbiare l’amore dentro un elenco di cose corrette o scorrette, convenienti o sconvenienti, perfino di diritti e doveri appare un compito se non arduo almeno impegnativo. Per il legislatore si tratta di normare coppie sposate o di fatto, per il prete di benedire gli anelli, per marito e moglie di armarsi di santa pazienza. Per uno scrittore vuol dire fingersi il geometra di Dante che in Paradiso fa quadrare il cerchio. Impegnativo, appunto. Tenta l’impresa Yari Selvetella in un libro delizioso e pungente “Le regole degli amanti”: decalogo in forma di romanzo (o romanzo in forma di decalogo) in cui due amanti resistono dentro un policromo limbo sentimentale per trent’anni. Impresa letteraria che ha il merito di elevare l’antitesi, regola più amante, a rimedio esistenziale e a ricetta sentimentale. Sandro e Iole sono amanti “Siamo noi il progetto e l’opera, siamo noi la vittoria e la sconfitta, la prova, la conseguenza, il limite. Noi, le nostre vite, l’esperimento, il metodo. Le regole.”. Amanti a regola d’arte: entrambi sposati, insoddisfatti, inquieti e sognatori, alle prese con fallimenti vari, alla ricerca di emozioni. Niente di più banale, niente di più normale. Niente di più borghese. Sandro è ricco di famiglia, è avvocato ma vuole fare lo scrittore; ha un figlio, Fabio, e una moglie, Letizia, che ne fagocita l’autostima, lo spinge a cercare rivalse e lo tradisce perché lo considera un ignavo (in verità “un po’ coglione”). Fabio “Vorrebbe esplodere, vorrebbe colpire, invece si ammoscia, e fugge”. Iole ha ventinove anni, è laureata in Sociologia, ha un marito Nicola e una figlia Giulia, la domenica va al maneggio “Sperimento la tregua: non rimugino, non programmo, mi basta il presente”. Lì conosce Sandro, se ne invaghisce. Anche lui la nota e la invita a bere un caffè. E’ il giorno del compleanno di Iole: pranzano insieme, parlano parlano parlano, poi fanno l’amore. Diventano amanti. La loro storia è costellata di azzardi, di clichè, di sfide, di soccorsi, di presenze, di doni (lui realizza il sogno di lei di cantare, lei lo spinge a pubblicare un libro), di altri amanti e altre gravidanze, di lutti e di separazioni, di altre vite. Rinunce? Apparentemente nessuna. Il decalogo non lo prevede, però ci sono e restano nel regno del non detto, nel timore di rompere il patto, nella paura di trasgredire le loro regole. Iole e Sandro si incapsulano dentro una vita parallela necessariamente segreta, volutamente immutabile. Selvetella li sottrae alla tristezza o solo alla malinconia, alla frustrazione e al disincanto. In fondo Sandro e Iole sono due esempi, due pretesti letterari, due finzioni, forse nemmeno due personaggi. Il libro si apre e si chiude con la descrizione del prima e del dopo una cerimonia nuziale: un’ellissi narrativa che seppellisce il matrimonio come luogo della coppia e la dimostrazione che seguire le regole preserva l’amore e chi si ama. Un topos letterario, l’amore clandestino, diventa nella penna di Selvetella il dettato di una diversa etica dell’amore. Selvetella lo chiama “Manifesto dell’amore lieve”, ossia non complicato ma complesso, aperto ma impenetrabile per gli altri, in superficie ma non superficiale, leggero ma non banale, spensierato ma denso, allegro ma non giulivo, ludico, erotico e romantico, impermeabile a ogni goccia di quotidianità (persino la malattia va cacciata dalla relazione). Iole e Sandro non sono personaggi empatici, anche insopportabili e immorali (Selvetella gioca a citare “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler), ma costruiscono negli anni della loro relazione, fatta anche di lunghi periodi di assenza, l’amore ideale. Pur codificato in dieci regole. Al lettore e rigorosamente solo a chi legge, (regola scontata è l’equivalenza leggere uguale amare) spetta il compito di capire quanto sia lecito o possibile aderire al manifesto. Che è la sfida lanciata da Selvetella anche a partire dalla costruzione del libro: dieci regole e per ognuna i momenti della storia d’amore raccontata come una staffetta tra Iole, Sandro e il narratore, che conferisce ritmo al testo e vi dà un taglio cinematografico alla Nanni Loy. Selvetella sembra quasi voler sbrecciare il muro dell’apatia e dell’ipocrisia innalzato dai regolari rapporti di coppia. Una delle regole è “La noia non va condivisa tra amanti.”. Un’altra “Appartenere è un verbo per gli oggetti, non per le persone. L’amante non ti apparterrà mai.”. L’antitesi però è smascherata: la noia entra in ogni rapporto che continua nel tempo, appartenersi è un’esigenza naturale (Sandro finisce dentro un’appartenenza), Questo vale anche per la regola dell’addio. Dirsi addio è facile, saperlo fare è raro: è risaputo. “Le regole degli amanti” è una provocazione e Selvetella provoca con una bella dose di intelligenza creativa. Non avrebbe scritto un libro che rischiava di perdersi nei luoghi comuni o assomigliare a uno strambo fueilleton. Scrive, piuttosto, un conte philosophique che chiede di interrogarsi sulla felicità. In questi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Lacci” di Daniele Luchetti, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone che racconta la crisi profonda di un marito e una moglie alle prese con un tradimento. Per rispondere alle domande sulla felicità poste da Selvetella si può ricorrere a “Lacci”.  La risposta esatta è: i lacci e gli amanti sono due concetti inconciliabili. Chiedere a Sandro e Iole, esperti in ossimori sentimentali, e alle peonie fuori dalla chiesa. Le peonie? Per sapere cosa hanno a che fare le peonie con la storia, basta mettere una firma sul manifesto.

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La scheda del libro: “Le regole degli amanti” di Yari Selvetella (Bompiani)

Le regole degli amanti«Hanno capito che cosa c’è di speciale nel loro amore: è che giocano, perciò fanno così sul serio.»

Innamorarsi da adulti è quasi sempre difficile. Quel sentimento irragionevole e luminoso espone al rischio del ridicolo, mette di fronte a scelte importanti. È quello che accade ai protagonisti di questo libro. Se, come scrive Javier Cercas, il romanzo è il genere delle domande, dal momento in cui si incontrano le vite di Iole e Sandro gravitano intorno a un solo interrogativo: come proteggere la felicità dell’amore dallo scorrere del tempo? Per superbia o per leggerezza, Iole e Sandro credono di avere una risposta da cui partire: sanno che cosa non vogliono. Desiderano fuggire la noia dell’epoca sazia di cui sono figli, non vogliono mettere in discussione i loro matrimoni, resi opachi dalla quotidianità ma illuminati da figli molto amati. Soli in mezzo al brusio del mondo, provano a immaginare un percorso che metta il loro sentimento al riparo dall’assuefazione, si impegnano a fare della loro coppia segreta il luogo di una continua ricerca e non un punto di arrivo. È intorno al sogno di un amore lieve che stringono un patto trentennale e definiscono un decalogo che li guidi, per sperimentare gli incanti dell’amore clandestino ma al tempo stesso vivere in pienezza alla luce del sole, con altri compagni, con i figli, lungo altre strade.
Yari Selvetella mette in scena due protagonisti autentici, sconsiderati, in fondo egoisti, ritrae senza sconti la borghesia italiana di poche qualità sullo scorcio del nuovo millennio. Eppure attraverso le piccole miserie e le visionarie accensioni che segnano il percorso dei due amanti ci restituisce l’ardore di una donna e di un uomo animati da una profonda fede nelle parole, ci parla di un bisogno di intensità che ci commuove e ci riguarda, costruisce un’accorata indagine letteraria sulla possibilità di un grande amore oggi.

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Yari Selvetella (Roma, 1976) ha pubblicato i romanzi La banda Tevere (Mondadori 2015) e Le stanze dell’addio (Bompiani 2018), candidato al Premio Strega, e il libro di poesie La maschera dei gladiatori (CartaCanta 2014). Si è a lungo occupato di storia della criminalità con saggi e reportage di successo. Lavora come autore televisivo e inviato per Rai Uno.

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